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‘Coco’, il film d’animazione sull’importanza dei legami familiari della Pixar è già il più remunerato nella storia del box-office

Davvero un gran film Coco, il diciannovesimo titolo Pixar che prima ammicca all’antico (e migliore) universo Disney e poi si slancia sui sublimi saliscendi di allegria e malinconia declinati con la nota abilità secondo i canoni del nuovo corso della casa. Il grande timoniere della società John Lasseter ha fatto sì che fosse abbandonato il rassicurante terreno delle fiabe e leggende europee, suggerendo ai registi Unkrich e Molina di rivolgersi liberamente all’estetica e all’essenza del folklore messicano senza preoccuparsi di essere accusati di appropriazione e/o incomprensione di un patrimonio non svendibile all’alta tecnologia.

Tralasciando il fatto che Coco è già il film d’animazione più remunerato della storia dal box-office locale (uscito a ottobre, più di sedici milioni di messicani erano andati a vederlo ancora prima di Natale), la grazia e la delicatezza del traliccio narrativo e l’amalgama delle coordinate tecniche collegate vi fanno emergere senza possibilità d’equivoco una riflessione sull’importanza dei legami familiari, del ricambio generazionale, della cognizione della morte e quindi della memoria dei defunti per forza di cose basica, ma tutt’altro che melensa o banalizzata.

Non a caso la storia di Coco è imperniata sul ragazzino Miguel che non può godere appieno dell’affetto e la protezione del nucleo domestico perché la musica vi è bandita da tempo immemorabile: la sua impetuosa, unica aspirazione è, infatti, proprio quella di diventare un musicista sulla scia del celebre antenato mariachi Ernesto de la Cruz che alla stessa passione aveva consacrato l’intera esistenza. Deciso a mostrare al mondo il proprio talento, per un imprevedibile concorso di circostanze Miguel si ritroverà proiettato in compagnia del simpatico truffatore Hector nella dimensione dei morti evocata dal fatidico “Dia de los muertos”… Senza svelare altro di questo viaggio straordinario, si può, però, ipotizzare che anche gli spettatori più piccini potranno percepirvi, senza subire contraccolpi paurosi, il confronto tra le due condizioni antitetiche che fatalmente riguardano gli umani: ricorrendo a un ragionevole prelievo dello stile barocco e catartico di Tim Burton (La sposa cadavere), gli animatori sono assai perspicaci nel differenziare la rappresentazione del mondo dei vivi realizzata con tratti orizzontali, consequenziali e dunque pressoché obbligati da quella dell’aldilà i cui personaggi si librano continuamente in una pazza, liberatoria, irridente, vertiginosa dimensione verticale. La travolgente fantasia con cui le immagini si susseguono alle canzoni per una volta doppiate con una certa cura e le gag comiche ai picchi d’emozione (niente di più facile che anche i più cinici si ritrovino con gli occhi inumiditi) non ha bisogno di didascalie aggiuntive perché in Coco è la qualità primaria del cinema a fornire spontaneamente le chiavi di lettura.

COCO
Regia: Lee Unkrich, Adrian Molina
Genere: animazione. Usa 2017

 

Fonte:

Coco

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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