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David di Donatello 2018: cinescudetto a(l) Napoli, dai Manetti Bros all’attore Carpentieri

Prima che qualcuno sgraffigni il bottino per ridare fiato alla retorica delle rivoluzioni immaginarie, bisogna ribadire che il predominio dei film di, su e per Napoli ai David appartiene innanzitutto a coloro che ne sono stati gli artefici. Nessuna sregolatezza nel talento dei Manetti Bros, niente anarchia nel lavoro degli animatori della Mad zero improvvisazione nel curriculum del migliore attore Carpentieri, solo alta tecnica nella fotografia e scenografia di “Napoli velata. I titoli vincitori hanno saputo, com’è accaduto tante volte in passato, usufruire dell’originaria vocazione della città per poi svilupparla nella varietà e vitalità dei nuovi linguaggi oppure negli spunti suggeriti dai mutamenti vorticosi del costume o quelli incessantemente proposti da una cronaca di volta in volta esaltante o nefasta. Registriamo, così, la conferma di una visione positiva e fattiva, che si ripete da anni erigendo strenue barricate contro i dibattiti autolesionisti, le tirate patriottiche, le risse tra poveri e la fabbrica di luoghi comuni e piccoli cabotaggi folkloristici: un discorso, per di più, che comprende il riconoscimento -tutt’altro che scontato- dell’autonomia dello specifico cinematografico tenuto in vita non solo di exploit ineffabili, magniloquenti ambizioni autoriali o disegni politico-propagandistici tesi ad ammaestrare le platee, ma soprattutto da libertà d’ispirazione, aperture ai migliori gusti del pubblico (il successo delle serie tv riesce a valorizzare proprio le perdute prerogative del cinema popolare) e (ri)nascita dei generi che, dal musical al giallo, dal thriller al fantasy, sembrano tornati a essere le fondamenta più profonde di un medium in crisi epocale.

Se l’exploit del made in Naples si configura, dunque, come una sorta di fiume carsico che scompare e riappare ciclicamente, a prescindere da scuole e “sistemi” (termini imbarazzanti perché vagamente allusivi di consorterie ideologiche o criminali), non sarebbe giusto dimenticare il forte rilancio impresso al comparto dal governo regionale che, individuando nell’industria del cinema una direzione strategica fondamentale, ha varato la nuova legge attesa da anni, predisposto il potenziamento della Film Commission e già promulgato due bandi per l’erogazione di significative risorse alle produzioni che continuano a scegliere la Campania come scenario privilegiato. Tutto bene, allora? Si prospetta una vie en rose del filone che ci è, per le credibili ragioni di cui sopra, particolarmente caro? Purtroppo non è proprio così, perché dietro lo tsunami azzurro che ha inebriato i cinéfili indigeni convenuti a Roma in missione speciale, dietro le quinte persiste uno scenario a dir poco contraddittorio. In questo campo purtroppo in linea con le statistiche nazionali, gli incassi napoletani scemano, le sale sono ridotte a un pugno di eroici Fort Apache e molti titoli cosiddetti di nicchia non vi arriveranno mai… Uno scenario sano deve avere, certo, la forza di sostenere anche film che sperimentano, rischiano, si disinteressano dei biglietti staccati. Ma che ce ne faremmo di un meccanismo premiale che, come quello festivaliero, promuove solo film autoreferenziali e neppure tenta di ricordare che il cinema è anche fantasia, sogno, piacere, suspense? In questo senso i trofei conquistati dai film di genere capeggiati da “Ammore e malavita” valgono doppio perché ci regalano una polizza contro la minaccia di sparizione che incombe sull’ex arte chiave del Novecento.

 

Fonte:

Cinescudetto a(l) Napoli

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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