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I truffatori dell’antirazzismo e la sinistra morente salvata dalle uova

Una bravata di alcuni ragazzotti imbecilli nel notturno torinese che ha preso di mira diverse donne tra cui Daisy Osuake, atleta italiana di origine africana, si è trasformata nella punta dell’iceberg di un presunto odio razziale che sta divorando il Paese. I carabinieri per ora stano escludendo il movente xenofobo eppure la recuperazione politica è già in atto per colpire il governo giallo-verde, ritenuto complice e mandante di questa artificiosa ricostruzione dei fatti.

Il razzismo che si traduce in azioni concrete esiste, ma è nella testa e nelle gesta degli piscolabili, che sono pochissimi in Italia, e di certo non rappresentano l’anima profonda del nostro popolo. Il razzismo reale non ci appartiene. Per storia, cultura, geografia. Noi italiani siamo mediterranei, persone semplici, ospitali, a modo nostro, verso tutti gli stranieri, che non abbiamo mai amati né disprezzati, ma rispettati sulla base della decenza comune, quelle regole non scritte di convivenza che hanno caratterizzato una terra di passaggio, un crocevia straordinario di popoli, clan e tribù. Quel fatto di cronaca a Isola Capo Rizzuto che ha visto i bagnanti calabresi soccorrere 56 migranti in spiaggia, racconta perfettamente lo spirito descritto sopra. Del resto anche alla base della crescita elettorale di Lega e del Movimento 5 Stelle non c’è l’emergenza immigrazione (o addirittura “sostituzione etnica” paventata da alcuni) ma la paura di un ulteriore impoverimento della classe media, i cosiddetti sconfitti dalla globalizzazione.

Eppure l’agenda politica insegue i flussi migratori insieme al problema della disoccupazione (vera priorità del Paese). Il rischio è quello, come hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e Inghilterra, di delegare il tema dell’integrazione agli intellettuali – per altro tutti bianchissimi, e non a caso nessuno di loro figlio di immigrati – e dunque alle associazioni, ai giornali e alle istituzioni, invece di lasciare alla strada la facoltà di auto-gestirsi e auto-regolarsi. All’italiana.
Perché è la cultura dell’anti-razzismo in assenza di razzismo ad aver creato negli ultimi decenni in questi Paesi i ghetti, le banlieues, gli slums monoetnici, delineando i confini urbani e non, di un potenziale conflitto sociale, che come controparte, nell’altra barricata, viene alimento da una narrazione sul pericolo di invasione in assenza di invasione. L’Italia è luogo di arrivo ma nella maggior parte dei casi – e lo dicono i numeri – non è quasi mai luogo di insediamento. Eppure rischia di diventarlo se l’Europa continua a scaricarci il barile e a omettere il gioco sporco di alcune ONG. Invece di inseguire dunque modelli occidentali fallimentari (il comunitarismo anglosassone, il modello assimilativo francese, il meeting pot statunitense, ecc.) e aizzare i nuovi arrivati contro gli italiani (e in un domani gli italiani a considerare i nuovi arrivati dei corpi estranei alla società) occorrerebbe raccontare ai cosiddetti “immigrati regolari” l’Italia nella sua natura più intima: mediterranea, ospitale, genuina. Questa è la forza del nostro sistema di integrazione che in nessun modo dovrà essere intellettualizzato da chi fa dell’anti-razzismo uno strumento ideologico per ricompattare il fronte anti-sovranista e puntare allo stesso tempo il dito contro “l’italiano medio” a cui hanno imposto un’immigrazione massiva senza che questa gli portasse reali benefici economici (aldilà di una solidarité réclame sbandierata dalle “zone protette” in perfetto stile neo-coloniale).

Nel 2018 può avvenire anche questo, se si buttano nel calderone diversi innocui elementi, tra cui una macchina, un mentecatto che lancia uova e un’atleta italiana di origine africana, vittima incolpevole dell’idiozia d’un singolo, allora tale calderone diventerà una bomba ad orologeria, pronta ad esser fatta detonare da quelle stesse personalità, politiche e mediatiche, che lo scontro interrazziale vorrebbero disinnescare. O meglio, ciò è quello che vien detto a parole. Nei fatti, se parliamo di convenienza politica, al Partito Democratico e ai suoi derivati, derelitti oramai privi di qualsiasi progetto politico a lungo termine, farebbe senz’altro comodo se avvenisse un agguato al giorno, come quello di cui è stata appunto vittima Daisy Osakue. Tanto più se pensiamo che il fattaccio è avvenuto in concomitanza con la carismatica presa di posizione di Maurizio Martina, che per contrastare le folli scelte salviniane ha annunciato una manifestazione antirazzista che si terrà a settembre, da realizzarsi con tutti i mezzi possibili (anche i soldi dei contribuenti) affinché rimanga scolpita nella memoria collettiva e giunga fino ai posteri. Pensateci, tra vent’anni si parlerà ancora di Maurizio Martina e della marcia (antirazzista) su Roma: perfetta sintesi tra epica e praxis rivoluzionaria.

Tuttavia, per pubblicizzare ancor più prepotentemente la manifestazione che decreterà senz’altro la fine di Salvini, serviva un bel pretesto. Uno di quei casus belli da mettere in vetrina e da usare come giustificazione universale da qui ai prossimi due secoli. Ed eccoci di nuovo al caso di Daisy Osakue. Basta poco, come dicevamo: prendete una bella pentola, metteteci un’auto, un uovo, un esimio cretino e un’atleta di origine africana. Passate poi il tutto all’interno della cassa di risonanza dei media nostrani ed otterrete un (non) caso montato ad arte, argomento perfetto di cui disquisire a Capalbio coi vostri amici veramente poco proletari, oltre che movente dannatamente perfetto per tirare le orecchie a Matteo Salvini. Poco importa se la polizia ha abbandonato sul nascere la pista razziale, visto che nei giorni precedenti erano già stati denunciati a Moncalieri diversi lanci di uova contro i passanti. Oramai la tavola è imbandita, i commensali sono già seduti e affamati e dal pentolone sale un ottimo odore di fake news da dare in pasto all’opinione pubblica. Non possiamo deluderli, non sia mai.
E lasciamoli allora banchettare con quel poco che gli dona sollievo e gioia, con le verità false, falsissime dentro le quali trovano ristoro. Non ci resta altro che questo, osservare a bordo del ring il Partito Democratico che, come un pugile suonato e oramai messo all’angolo, cerca disperatamente di cingere in un abbraccio il proprio avversario per provare a rifiatare un attimo, per sopravvivere qualche minuto in più alla scarica di colpi e raggiungere la fine dell’ennesimo round. Lasciamo quindi che riprendano fiato con questi mezzucci, poiché sul piano politico l’incontro è già segnato: il Partito Democratico è sul punto di stramazzare al suolo.

 

Sebastiano Caputo, Matteo Persico

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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