Breaking News
Home / Altri mondi / Il ‘Salvator Mundi’ di Leonardo da Vinci, il quadro più costoso del mondo, e i suoi misteri
salvator mundi

Il ‘Salvator Mundi’ di Leonardo da Vinci, il quadro più costoso del mondo, e i suoi misteri

Com’è possibile che un modesto dipinto – definito nel 1958 «copia da Boltraffio» e venduto in un’asta Sotheby’s per 45 sterline – torni clamorosamente alla ribalta dopo sessant’anni come «l’ultimo Leonardo» in circolazione sul mercato, e come tale venga aggiudicato in un’asta Christie’s per la cifra astronomica di 450 milioni di dollari?

Il “miracolo” ce lo racconta Pierluigi Panza in un appassionante e documentato dossier nel quale egli tenta di fare luce sulla storia, gli intrighi e i misteri del «quadro più costoso del mondo».

La scena si apre sul fatidico giorno dell’asta milionaria: siamo nella sede newyorkese di Christie’s ed è il 15 novembre 2017. Il presidente Jussi Pylkkanen presenta in sala il lotto 9B: «Salvator Mundi di Leonardo da Vinci. È stato nelle collezioni di tre re d’Inghilterra». La base d’asta è di 75 milioni di dollari ma, dopo un frenetico minuto e mezzo di vorticosi rialzi, il quadro ha già raggiunto il prezzo di aggiudicazione: 450 milioni di dollari! Un record storico. Il risultato ha davvero dell’incredibile, non solo per il prezzo raggiunto dall’opera, ma per il fatto che, solo pochi giorni prima, l’autorevole New York Times aveva dichiarato senza mezzi termini: «Il Salvator Mundi è stato dipinto da un assistente di Leonardo».
Da che parte stava la verità? È quanto Panza ha cercato d’indagare, mettendosi, per prima cosa, a ricostruire la storia del dipinto. Quando e per chi Leonardo dipinse il quadro? E chi erano i tre re d’Inghilterra proprietari del Salvator Mundi?

Alla prima domanda bisogna rispondere navigando nel mare incerto delle ipotesi. Leonardo approntò effettivamente un dipinto con il Salvator Mundi: lo si arguisce dal fatto che esistono studi preparatori per i panneggi delle maniche e per l’abito di Cristo (certamente autografi e oggi conservati a Windsor) e dall’esistenza di un numero veramente ingente di copie antiche eseguite da pittori leonardeschi ispirati dal prototipo del Maestro. Gli storici dell’arte hanno immaginato che il “prototipo” potesse essere stato realizzato da Leonardo a Milano per il re di Francia Luigi XII e da questi portato Oltralpe. Poi, ai primi del Seicento, sarebbe passato in Inghilterra come dono di nozze per i sovrani inglesi Carlo I Stuart e Henrietta Maria.

Carlo I Stuart – grande collezionista e grande sfortunato – perì sul patibolo nel 1649, e due anni dopo (1651) la sua collezione venne messa all’asta: nell’inventario compilato per l’occasione, si trova la prima menzione nota di un Cristo di Leonardo da Vinci: «A peece of Christ done by Leonardo at 30.00,00 / sold to Stone / 23 Oct. 1651». Poco prima della vendita, nel 1650, l’incisore Wenceslaus Hollar aveva cavato dal quadro una stampa somigliante (ma non identica) al modello. A commissionarla era stata probabilmente la moglie del re defunto, la regina Henrietta Maria, fuggita all’estero.

Come dice l’inventario dell’asta, il quadro era stato comperato da John Stone, il quale, al rientro degli Stuart in Inghilterra nel 1659, restituì l’opera al nuovo re, Carlo II. Nel 1665 scoppiò la peste e tutti scapparono da Londra, famiglia reale compresa. Quando l’epidemia terminò, Carlo II rientrò in città e riprese possesso dei palazzi di Whitehall e Somerset House, facendone inventariare il contenuto: nell’inventario del 1666 compare, per la seconda volta, la menzione del Salvator Mundi: «Leonard de Vince our Savior with a globe in one hand and holding up the other». Carlo II morì nel 1685 e gli succedette il fratello Giacomo II. Fu lui il terzo re a possedere il quadro. Ma se lo godette ben poco: nel 1688 il Parlamento dichiarò Giacomo II decaduto dalla corona e il monarca fu costretto a fuggire. Prima di abbandonare l’Inghilterra, riuscì ad affidare il Salvator mundi all’amante in carica, Catherine Sedley. Una figlia della Sedley sposò più avanti John Sheffield, primo duca di Buckingham, e si portò in dote il «Savior» di «Leonard de Vince». In casa Sheffield il quadro passò di padre in figlio (da Edmund a Charles Herbert) finché la famiglia si stancò di possedere una tavola che, nel frattempo, si era ridotta in condizioni di conservazione a dir poco pietose. Lo sappiamo perché quando venne messo all’asta a Londra il 24 febbraio 1763, il quadro venne valutato pochissimo: «N. 53. L. Da Vinci A head of our Savior (£ 2,10)». Due sterline! Un Leonardo al prezzo di una crosta! Comunque, dopo l’asta del 1763, il quadro scomparve nel nulla.

Durante l’Ottocento, si fece avanti un nuovo candidato: ora era il Salvator Mundi detto De Ganay (dal nome del proprietario) a nutrire l’ambizione della paternità di Leonardo. Non è un fatto da poco, perché ancora oggi quel dipinto, strenuamente sostenuto dall’autorevole parere di Carlo Pedretti, continua a circolare e a essere esposto in mostre ufficiali come il “vero” Salvator Mundi di Leonardo.

Il Salvator mundi dei tre re Stuart ricomparve all’orizzonte solo alla fine dell’Ottocento. John Robinson aveva comperato a Londra questa tavola «di scuola milanese» per conto di sir Francis Cook. I Cook conservarono il «Savior» per mezzo secolo a Doughty House, ma erano consapevoli di non possedere un capolavoro: quando Bernard Berenson venne in visita alla loro collezione, evitarono di mostrargli il dipinto; e Kenneth Clark, che pure lo conosceva, si guardò bene dall’inserirlo tra gli autografi nella monografia su Leonardo da Vinci da lui edita nel 1939. Durante la Seconda guerra mondiale, Londra venne bombardata dai tedeschi. I Cook nascosero le collezioni d’arte nelle residenze fuori città, ma il Salvator Mundi lo lasciarono nello scantinato di Dougthy House, che venne brutalmente colpita dalle bombe. Il quadro sopravvisse, ma le foto che gli vennero scattate durante il Novecento documentano in modo impietoso il suo disastroso stato di conservazione. Nel 1958 arrivò la decisione di disfarsi di quel relitto. I Cook lo affidarono a Sotheby’s, e nel giugno del 1958 il quadro venne venduto a Londra per il prezzo (misero) di 45 sterline. Se lo aggiudicò la famiglia Kuntz della Louisiana.

Per arrivare a nuovi sviluppi, bisogna attendere il 2005 e l’entrata in scena di un personaggio singolare: l’americano Robert Simon, un gallerista specializzato in opere sottostimate. All’asta degli «Eredi Kuntz», Simon compera, per 10mila dollari, il Salvator Mundi già Cook. Il gallerista non pensa affatto di aver acquistato un Leonardo, anche perché il “vero” Salvator Mundi è ritenuto quello De Ganay. Ma Simon ha l’intuizione di far restaurare la sua “crosta” dalla rinomata restauratrice di New York Dianne Dwyer Modestini, la moglie di Mario Modestini, l’uomo che aveva riscoperto la Ginevra Benci di Leonardo da Vinci.

Dianne Dwyer Modestini compie un autentico “miracolo”: rimossi sporcizia, ripinture e superfetazioni, la donna ritrova tratti di grande qualità negli abiti e nel globo, nonché rintraccia alcuni pentimenti sotto la mano benedicente. I risultati della pulitura lasciano attoniti, al punto che nel 2008 – a restauro non ancora ultimato – il dipinto viene esposto alla National Gallery di Londra per essere esaminato da un pool di esperti. Lo ammirano Nicholas Penny, Luke Syson, Larry Keith, Carmen Bambach, Pietro Marani, Maria Teresa Fiorio e Martin Kemp. Il giudizio è prudente ma, dopo essersi consultati, questi studiosi si dicono favorevoli all’attribuzione a Leonardo. Robert Simon, il proprietario, gongola di gioia. Il quadro torna a New York per l’ultima fase di restauro. Ed è pronto per affrontare la prova del fuoco: lo mostra Leonardo da Vinci Painter at the Court of Milan, aperta nel novembre del 2011. Qui, il quadro riceve nuovi consensi ma anche notevoli dissensi: Carlo Pedretti – che da sempre ha sostenuto la versione De Ganay – non avvalla l’attrizione a Leonardo, mentre Frank Zoeller è propenso a vedere la mano di un allievo. Questo per dire che – attorno al Salvator Mundi “di Leonardo” – non si arriva a raggiungere un parere unanime.

Le divergenze, però, non turbano il proprietario Simon, che – a questo punto – decide di vendere il quadro al gallerista e mediatore Yves Bouvier (dal passato non molto specchiato). Cifra incassata: 80 milioni di dollari. Bouvier incamera il quadro ma ha già pronto un cliente a cui rivenderlo: è il magnate russo Dimitrij Rybolovlev (anche lui dal passato non molto specchiato). Per il quadro “di Leonardo” l’oligarca mette sul piatto 127 milioni di dollari. Bouvier incassa. Quando emergono i particolari della compravendita, il Times pubblica un articolo urticante sull’«Industria della vendita del Salvator Mundi» (9 marzo 2014).

Il resto è cronaca. Dopo soli tre anni, Dimitrij Rybolovlev decide di vendere la tavola. La Christie’s di New York fa abilmente circolare l’opera e la fa visionare a circa 27mila potenziali clienti; poi, organizza la memorabile asta del 15 novembre 2017, dove il Salvator Mundi trova un acquirente per la stratosferica cifra di 450 milioni di dollari. Chi è il compratore? Un mistero. Ma indiscrezioni parlando dell’erede al trono saudita Mohammad bin Salman. Fino a qualche giorno fa si sapeva la precisa destinazione del dipinto: il nuovo Louvre di Adu Dhabi. L’inaugurazione era stata fissata per il prossimo 18 settembre. Invece, colpo di scena! L’atteso evento è stato annullato e rimandato a data da destinarsi. Spiegazioni? Nessuna. Illazioni? Tante. I benevoli dicono che la vernice è stata spostata all’11 novembre perché coincida con il primo anniversario di apertura del museo. I malevoli pensano invece che a far saltare tutto siano stati i dubbi sempre più consistenti sull’effettiva paternità di Leonardo e sul peso dei “miracolosi” restauri. Staremo a vedere. Il mistero del Salvator Mundi, intanto, continua.

Fonte: L’ultimo Leonardo. Storia, intrighi e misteri del quadro più costoso del mondo, di Pierluigi Panza

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

Check Also

Il vizio della speranza

Festival del cinema di Roma 2018: vince ‘Il vizio della speranza’ del napoletano De Angelis

Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis e interpretato da Pina Turco vince il Premio del pubblico della Festa del Cinema di Roma 2018. Tra le pellicole premiate in questa tredicesima edizione troviamo “Jelly Fish“, opera prima di James Gardner vince la 16/a edizione di Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma dedicata alle nuove generazioni; mentre il premio speciale della giuria va a “Ben is Back” di Peter Hedges con Julia Roberts e Lucas Hedges.