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‘Loveless’ di Zvyagintsev, la radiografia di una società inaridita

Regista rigoroso e impietoso, sin troppo votato ai cosiddetti film da festival, il siberiano Zvyagintsev conferma in Loveless una controversa ma indiscutibile potenza autoriale. Ancora più che negli affini “The Square” e “Happy End”, al centro della sua nuova parabola affiora la radiografia di una società inaridita dall’alienazione consumistica e inquinata dalla sfrenata liberazione dai tradizionali vincoli sentimentali: se, peraltro, nei suddetti pamphlet si possono intravedere scintille di sulfureo sarcasmo, nella Russia di Putin non solo la trama, ma anche i fondali non fanno che rimandare una desolazione, una disperazione, un’angoscia degni di un calvario più ancora che politico o economico, soprattutto spirituale.

L’ombra, in accentuate e quindi un po’ forzate tonalità minacciose, di Bergman sembra allungarsi, infatti, sulla rabbiosa agonia coniugale dei benestanti Boris e Zhenya, in attesa di divorzio, già riaccoppiati ma intralciati dalla presenza del dodicenne figlio Alyosha destinato a interpretare il penoso ruolo d’incomodo a causa dell’affidamento che entrambi non desiderano. La regia viaggia in bilico sul ricatto emotivo, da cui si salva in virtù di uno stile sorvegliato e arioso, cioè ricco sia d’inquadrature stringenti (memorabile quella della madre che scopre dietro una porta il ragazzo ammutolito ma inondato di lacrime), sia di magniloquenti piani sequenza che si compiacciono dell’incuria in cui versano i palazzoni simboli di un falso benessere e persino la rinomata natura della ex madre e ora matrigna Russia. Quando Alyosha si sottrae- facendo tirare un sospiro di sollievo alla platea- dall’incubo domestico, è inutile, ovviamente, rivolgersi alle istituzioni deputate e l’unico, fievole bagliore d’umanità viene concesso alle associazioni private di volontari che si prodigano nelle ricerche dei minori scomparsi (“a meno che i genitori non li abbiano uccisi”). Si tratta, insomma, di confrontarsi con un cinema che non ammette repliche, disturbante perché sente fino all’estenuazione il dovere di smarcarsi dall’avidità materiale e materiale che funesterebbe il presunto fallimento della nuova Europa sbrigativamente etichettata come “liberista” anche da numerosi politici/predicatori di casa nostra.

 

Fonte:

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About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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