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La Tomba di Giulio II di Michelangelo Buonarroti ritrova la sua luce “naturale”

Da qualche giorno il celeberrimo Mosè di Michelangelo, che fa parte della Tomba di Giulio II, custodita nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, si è illuminato di nuova luce alla stregua della luce naturale cinquecentesca creata dal genio rivoluzionario, grazie al nuovo progetto d’illuminazione realizzato da Mario Nanni, uno dei più importanti light designer italiani, nonché il terminato intervento di manutenzione e restauro condotto da Antonio Forcellino.

Il progetto, promosso dalla Soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma con il sostegno del Gioco del Lotto, è nato grazie alla riscoperta della personalissima tecnica scultorea del grande artista, sulla base dei dati emersi dall’esame delle superfici marmoree eseguito da Forcellino in fase di pulitura sul momento visitato da milioni di visitatori ogni anno. Come spesso accade nell’ambito del restauro infatti, l’attuale intervento (luglio 2016) – dopo cinquindici anni dall’ultimo (2001) affidato alle mani dello stesso esperto- ha evidenziato dalla lettura del Mosè, ma non è la sola figura del complesso scultoreo, il raffinato gioco di luci e ombre che nel Cinquecento Michelangelo realizzò lavorando le superfici del marmo di Carrara con diverse difficoltà, per consentire di differenziarne l’aspetto: dalla lucentezza e levigatezza alla massima opacità e ruvidità; riuscendo a controllare la rifrazione della luce nelle sculture, partendo da una finestra che in quel tempo era aperta sul lato destro del monumento.

Come procedeva Michelangelo nella lavorazione del marmo?

Prima di tutto è bene evidenziare che il marmo adottato era quello di Carrara che l’artista stesso andava a scegliere nella cava. Le catteristiche di questo materiale quali l’omogeneità della struttura cristallina e la leggera trasparenza  del colore bianco e uniforme del marmo consentono  di valorizzare al massimo il gioco della luce e delle ombre. Soprattutto, ha spiegato Forcellino: “Michelangelo lustra con il piombo e quindi rende più brillanti e scintillanti quelle parti che voleva far venire avanti e lascia più scabre le parti destinate a rimanere in secondo piano”.

Molti artisti contemporanei a Michelangelo fra cui lo storico aretino Giorgio Vasari, nella biografia dell’artista inclusa nella prima edizione de “Le Vite” (1550), usò queste parole per descrivere la sua rivoluzionaria tecnica scultorea: “far emergere la figura dalla pietra come se la vedesse affiorare da uno specchio d’acqua”.

Questo eccezionale virtuosismo pittorico si vede bene anche nelle quattro “Prigioni” (1530-34) attualmente conservati presso la Galleria dell’Accademia di Firenze ma anche in altre opere dello scultore lasciate incompiute, come il “San Matteo” (1506 ca.) e l’estrema “Pietà Rondanini” (1564).

Nella Tomba di Giulio II la percezione di questo chiaroscuro scultoreo era andata perduta per secoli per la chiusura della finestra con la costruzione della Facoltà di Ingegneria, quindi dal 1865. L’obiettivo del nuovo progetto, dunque, è stato quello di riportare all’antico splendore tutto il complesso monumentale nelle condizioni di luce in cui Michelangelo progettò l’intera opera, uno dei monumenti più famosi e anche più difficili, commissionata all’artista nel 1505 da Papa Giulio II della Rovere, la cui costruzione è durata fino al 1545.

“Per realizzare l’impianto sono stati analizzati i momenti della giornata”– ha raccontato Nanni- “quanta luce entrasse all’interno della chiesa, quanta luce entrasse vicino a Mosè, nei quattro grandi momenti dell’alba, del giorno, del tramonto e del crepuscolo, in cui la luce naturale ha una grande capacità di mutare la colorazione”; anche se Michelangelo aveva studiato l’opera per essere vista con altra luce, ovvero proveniente da una finestra oramai chiusa da secoli.

Michelangelo: scultore di luce

Quest’arte di cavare la forma umana dal marmo, “per via di levare e non per via di porre”, così diceva Michelangelo, cioè modellando una materia duttile, interessava più al mondo che al grande artista. Nato a Caprese nel 1465 e cresciuto alla corte di Lorenzo il Magnifico, Michelangelo Buonarroti fu scultore per vocazione, pittore, architetto, ma non solo, scrittore di lettere e maestro delle “Rime”, grazie anche all’amore spirituale legato al rapporto ideale con Vittoria Colonna. La sua poesia è una poesia autobiografica legata strettamente alle fasi della vita dell’artista – uomo che, di fronte alle monumentali e sofferte creazioni, ha sempre vissuto un eterno conflitto tra corpo e spirito, dello spirito che vuole liberarsi dal corpo, per l’implacabile forza che ha reso la sua arte universale e irripetibile.

Michelangelo tornò nella Roma rinascimentale, quando era già noto per aver realizzato all’età di ventitré anni la Pietà Vaticana (1499) e i capolavori fiorentini rappresentati dalla fierezza del colossale David (1501-4), per ricevere l’incarico di grossissimo impegno che lo portò a un eterno conflitto interiore per le continue interruzioni ai lavori della tomba di Giulio II, in cui le forme gigantesche richieste dal Papa stimolarono la fantasia dello scultore già incline verso forme gigantesche. Fino alla ben nota fuga dalla corte papale, durante i lavori che lo vedevano legato ai ponteggi della volta della Cappella Sistina come pittore,per lo stesso papa, mentre Michelangelo avrebbe voluto impugnare lo scalpello e proseguire l’arte che più sentiva propria. Intorno alla Tomba, quindi, si intrecciano e si colorano tutti i cambiamenti artistici del grande artista che andrà oltre quel perfezionismo naturalistico – in cui si era calato nella Pietà e nel Bacco, ad esempio – a partire dal 1505.

La superiorità di Mosè, come nel gigantesco gruppo scultoreo del Laocoonte– venuto alla luce nel 1506 nella zona delle terme di Tito, scoperta che gli confermò quello che lui stava progettando e pensando già da tempo, e cioè di aver superato gli antichi –  è resa dalla muscolatura così perfetta che doveva esprimere il mondo interiore, la superiorità divina. Michelangelo ha superato gli antichi con le stesse armi, le anatomie perfette, ponendosi nella ricostruzione storica di Vasari, il quale con “Le Vite” offre la prima periodizzazione della storia dell’arte attraverso le biografie degli artisti, soprattutto fiorentini, come il termine assoluto della rinascita dell’arte, come colui che supera tutti gli artisti, viventi e non, nella parabola evoluzionistica che ha inizio con Giotto e termina con il “divino” Michelangelo.

Oggi lo sguardo assennato del Mosè dal santissimo volto ritratto dal marmo con la torsione del capo verso destra, motivata verso la fonte luminosa della finestra che per secoli ha privato il pubblico dell’eccezionale tecnica scultorea, ha riconquistato la sua luce originale nella percezione degli effetti chiaroscurali per il riflesso creato da un sistema di luci a led sulle superfici dei bellissimi panni straforati sulla muscolatura di braccia e gambe condotte a perfezione, in maniera del tutto gratis, eliminando l’odioso sistema alimentato con le monetine del visitatore di turno.

About Alda Scognamiglio

Sono una giovane storica dell'arte napoletana, laureata in Archeologia e Storia dell'arte presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Convinta della necessità e dell'utilità dell'arte come specchio per conoscere la realtà, sono alla continua ricerca del modo migliorare di comunicare l'arte. Attualmente scrivo per Novecento Letterario occupandomi della sezione Arte.

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