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Trump: un presidente contro

Trump: un Presidente contro

“Domani comunque sorgerà il sole”, con queste parole Barack Obama saluta il risultato a sorpresa che incorona Donald Trump 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato a sorpresa, ma se vogliamo neanche troppo, che sottolinea anche al di fuori dei confini europei una inesorabile e incontenibile ascesa delle forze populiste e xenofobe che incarnano la cosiddetta pancia delle democrazie occidentali. E così, dopo quello di Orban contro i migranti, si prepara la costruzione di nuovi muri sia fisici che morali per chiudere fuori il diverso e rendersi prigionieri in casa propria.

Il verdetto americano, amarissimo per gran parte delle élite europee, sottolinea ancora una volta la crisi profonda che sta attraversando il sistema democratico moderno nato proprio negli States. Alexis de Tocqueville nel celebre saggio La democrazia in America aveva profeticamente scritto: “ […] Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. […] Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. […] Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.

Tocqueville scriveva in un’epoca molto lontana dalla nostra e, pur essendo cambiate le condizioni generali, troviamo il suo pensiero di grande lungimiranza. Al centro della campagna elettorale di Trump non c’era il raggiungimento di uno status superiore, ma la difesa di quello che si ha dell’American way of life percepito come qualcosa che è in pericolo a causa di un nemico esterno. Le ricette proposte sono infantili e figlie di una visione semplicistica dei processi storici banalizzati e ridotti in uno slogan.

In attesa di “rompere il tetto di cristallo” è necessario fare alcune considerazioni impopolari su quello che sta accadendo alla nostra democrazia che, come diceva Churchill è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, ma che sta mostrando in sé il germe della propria autodistruzione.

  1. La ricerca di accaparramento dell’elettore mediano, ossia di colui che si pone in maniera moderata sulle questioni e che generalmente rappresenta la fascia media della popolazione, è il preambolo della sconfitta perché questa figura, quasi mitologica, ha compreso che il rapporto costi/benefici del voto è nullo e quindi non va a votare;
  2. I programmi elettorali incentrati sull’equilibrio dei mercati non affascinano la gente che vive l’economia reale e non quella finanziaria. La crisi di plastica del 2008 ha ormai aperto un solco insanabile tra le due economie e l’elettorato tende a privilegiare nelle sue scelte chi è contro la finanza;
  3. Si è esultato per la fine delle ideologie e, in particolar modo in Europa, si sono trasformati i partiti in semplici comitati elettorali privandoli del ruolo, essenziale, di agenzia di socializzazione democratica.
  4. Nell’era della comunicazione globale i social hanno sostituito di gran lunga i tradizionali mezzi di comunicazione, cosa che sa benissimo il nostro Renzi, semplificando la narrazione di questioni molto complesse. La democrazia di domani deve essere in grado di essere credibile ben al di là di un post virale;
  5. Il reclutamento della classe dirigente è legato al capo del momento che solitamente sceglie di circondarsi di personaggi improponibili e gestibili che fanno aumentare, e di molto, la forza dei movimenti antisistema;
  6. La politica è percepita come qualcosa di distante, distaccato e superfluo. La gente vive la propria quotidianità in maniera isolata e non crede nella reale possibilità di cambiamento legato a scelte politiche.

Questi pochi punti racchiudono alcune delle criticità della nostra democrazia. Trump ha vinto non perché ha parlato alla pancia della gente ma perché ha parlato in maniera differente. Se al posto della Clinton, che incarnava il potere consolidato, ci fosse stato Sanders probabilmente oggi commenteremmo qualcosa di diverso, ma a quanto pare non è possibile cambiare.

Una democrazia credibile può parlare in maniera chiara dei problemi percepiti dall’elettorato senza cadere in contraddizioni. È il caso del fenomeno del secolo, quello migratorio, che non rappresenta assolutamente una emergenza, ma qualcosa di epocale con cui prima o poi bisognava fare i conti. È impensabile continuare a gestire il pianeta a proprio piacimento senza innescare reazioni.

Ha sicuramente ragione Obama, domani tornerà il sole, ma noi saremo ancora una volta con i paraocchi.

Buon lavoro Mr Trump.

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