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Referendum Costituzionale

Referendum Costituzionale: tra comunicazione e incomunicabilità

Siamo solo alle schermaglie iniziali, il voto è previsto per il prossimo 4 dicembre, ma le strategie di comunicazione messe in campo dagli opposti schieramenti sul Referendum Costituzionale appaiono già molto ben delineate.

Da una parte troviamo schierata compatta la maggioranza di governo, contraddistinta dal linguaggio spiccatamente social del suo leader e presidente del consiglio Matteo Renzi, dall’altra le opposizioni, frastagliate e disomogenee che abbracciano politicamente leader antisistema,  sinistre non allineate ed uno spicchio significativo del ceto intellettuale italiano.

Quello che emerge è un dialogo, o meglio dire uno scontro, a due velocità che più che testimoniare una divergenza di idee certifica modi differenti di rapportarsi al mondo. Emblematico è stato il confronto della settimana scorsa, tra il Presidente Matteo Renzi e l’illustre costituzionalista Gustavo Zagrebelsky andato in onda lo scorso venerdì nel salotto di Enrico Mentana. Da una parte l’arroganza giovanile fatta di semplificazioni e di linguaggio immediato, dall’altra la cattedratica affabulazione di chi è sicuro delle proprie tesi ed è convinto delle proprie ragioni.

Giornali, blog e opinionisti si sono scatenati per stabilire chi avesse vinto il confronto riguardo al Referendum Costituzionale, ma in realtà non c’è stato alcuno scontro. Il tema referendario è rimasto sullo sfondo per lasciare spazio ad un dibattito generazionale fine a se stesso che sembra incarnare la rivolta degli ultimi della classe contro i secchioni e i docenti. L’impressione è che alla gente le parole interessino sempre meno e che al prossimo referendum la maggioranza schiacciante continuerà ad essere quella del non voto. La totale sfiducia nei meccanismi democratici rappresenta la più grave minaccia per il futuro del nostro Paese e solo un profondo cambiamento del sistema partitico può invogliare i cittadini ad appassionarsi alla politica.

La consapevolezza che, a prescindere dal proprio voto, le condizioni generali non muteranno non è una illusione propagandistica dell’antipolitica, ma una consapevolezza dell’incapacità dei partiti di mettere in moto meccanismi virtuosi capaci di dare una prospettiva al Paese. Da queste prime schermaglie possiamo allora già stilare il de profundis per il prossimo, inevitabile, flop elettorale dove tutti avranno vinto. Gli unici a perdere saremo soltanto noi.

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