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Divorzio all'islamica a viale Marconi di Amara Lakhous

“Divorzio all’islamica”, di Amara Lakhous

Divorzio all’islamica a viale Marconi (E/O, 2010) è il secondo romanzo in italiano dello scrittore, antropologo e giornalista algerino Amara Lakhous. Il primo è stato pubblicato, sempre da E/O, nel 2006, ed è il famosissimo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Proprio come la sua prima opera in italiano, anche questo testo si concentra su tematiche fondamentali della nostra Italia multiculturale, quali l’integrazione, i pregiudizi razziali e religiosi, le difficoltà degli immigrati. E lo fa, ancora una volta, mescolando i punti di vista, alternando le narrazioni fra personaggi italiani e stranieri, smascherando molti dei pregiudizi (e questo è il punto di forza dell’autore Lakhous) che anche gli stranieri nutrono verso gli italiani.

Divorzio all’islamica vs divorzio all’italiana

La narrazione di Divorzio all’islamica è divisa fra due punti di vista (a differenza di Scontro di civiltà, in cui ogni capitolo era dedicato a un personaggio diverso, ma tutti riguardavano comunque l’affare dell’ascensore e l’omicidio del Gladiatore), quello di Christian/Issa e quello di Safia/Sofia.

Christian è un poliziotto siciliano che viene reclutato dai servizi segreti italiani per smascherare una cellula terroristica legata ad Al-Qaeda e che opererebbe, secondo le informazioni, attorno a Little Cairo, una delle tante attività gestite da immigrati per immigrati in cui è possibile telefonare all’estero, fare fotocopie e seguire programmi locali come Al-Jazeera. Christian dunque deve fingersi Issa, un immigrato tunisino, e infiltrarsi nella comunità islamica di viale Marconi. Questo almeno ufficialmente: nella realtà si scopre che il capitano Giuda (nome in codice del comandante dell’operazione) ha messo in scena una grande farsa per “testare” le abilità d’infiltrazione di Christian e di altri agenti, così da poter creare una vera e propria task force per future operazioni.

L’altra scena è dedicata alla situazione familiare/esistenziale di Safia (che tutti chiamano Sofia), un’immigrata egiziana che ha sposato, suo malgrado, un uomo molto osservante della religione musulmana (sebbene poi quest’uomo si faccia chiamare Felice e lavori come pizzaiolo in un ristorante gestito da italiani). Il divorzio all’islamica è proprio quello fra Sofia e Felice. La donna, ripudiata già due volte per motivi futili, viene verso la fine del libro ripudiata una terza volta durante una discussione altrettanto futile: Sofia, di nascosto dal marito, persegue infatti il suo sogno di lavorare come parrucchiera ma, quando il marito scopre i soldi che lei conserva per dare una mano alla famiglia rimasta in Egitto, la ripudia. Secondo le leggi islamiche, dopo il terzo ripudio il divorzio è ufficiale. Per far sì che la coppia si ricongiunga, la donna deve sposare un altro uomo musulmano e consumare il matrimonio; solo a quel punto potrà tornare dal marito.

Le due storie si intrecciano quando Issa, nel suo tentativo d’infiltrazione, entra separatamente in contatto con Felice, col quale stringe una sorta di amicizia, e con Sofia, della quale si innamora. E dopo il divorzio è proprio Felice a proporre Sofia in sposa a Issa, generando problematiche relative alla situazione familiare di Christian/Issa (che ha moglie e figli a Mazara del Vallo).

E poi? Ecco, qui la narrazione finisce, e questo è proprio il momento adatto per trattare il punto debole (debolissimo) di questo romanzo: sembra che manchi il finale, o meglio sembra che ci sia un buco nella trama relativo al finale. L’ultimo capitolo, dedicato a Issa, vede infatti l’emersione della farsa relativa all’indagine. Il libro si conclude in questo modo:

«Giuda, mi pare di avertelo già detto: sei un vero bastardo!».
«Lo so. Per questo mi faccio chiamare Giuda e non Issa come te! Insomma, che mi dici? Vuoi lavorare con me?».
«Ci devo pensare».
«Dicono tutti così prima di accettare! Però devi far presto, tunisino. Siamo in piena guerra al terrore».
«War on Terror? Ma non diciamo minchiate!».

“E allora? Allora niente” (citando la frase ricorrente di Sofia). Il testo non ci dice niente di più sulla vita di Sofia e Felice (si riconcilieranno, o lei tornerà donna libera in una comunità italiana?); non ci dice niente su come si comporterà in futuro Christian/Issa (che, per questo lavoro, ha tradito la moglie e commesso più di un reato); non ci dice niente sugli altri personaggi, che più che personaggi veri e propri sembrano caricature stereotipate (ma questo, almeno, rientra forse nelle intenzioni dell’autore).

Se quello che sembra un enorme buco di trama (o una grande fretta di concludere la narrazione, nonostante i cinque anni di progettazione del libro, come si legge dopo l’ultima battuta: 2006-2010) è un elemento decisamente negativo del romanzo (e non si riesce a pensare a qualche altro elemento metanarrativo, come ad esempio il voler mostrare l’incertezza del periodo storico, o il voler lasciare il finale aperto), tanti sono quelli positivi. Come già in Scontro di civiltà (e il paragone è inevitabile), Lakhous snocciola, fra una narrazione e l’altra, descrizioni interessanti di due tipi: 1) sociale; 2) culturale.

Il primo riguarda lo spaccato sociale che investe gli immigrati italiani. Lakhous ci porta nei luoghi della mancata integrazione, come la pizzeria dove i camerieri sono italiani ma i pizzaioli e i lavapiatti sono immigrati (così che i clienti non possano entrare in contatto con i secondi); ci porta nei luoghi dello sfruttamento dell’immigrato, come la casa dove vivono, in nero, una decina di persone in condizioni igieniche pessime (e qui l’autore fa il paragone azzeccatissimo con gli studenti universitari); ci porta nei capannoni industriali riciclati a moschee, fra le strade di una Roma che ancora non accetta il diverso. E lo fa con estremo disincanto, come se il sogno di una società multietnica fosse svanito prima di realizzarsi.

Il secondo tipo di narrazione viene messa in bocca a Sofia, la quale racconta, da immigrata, le differenze religiose e culturali fra il mondo musulmano e quello cristiano, fra il Medio Oriente e l’Occidente più vicino. E Sofia racconta delle tradizioni e delle contraddizioni di un Islam spesso male interpretato e che, perciò, crea attriti e frizioni con un cristianesimo a sua volta molto “personalizzato”. Racconta degli episodi di razzismo e xenofobia in cui s’imbattono molti immigrati quotidianamente, racconta dei dubbi che l’apertura alla modernità necessariamente porta (perché la poligamia è solo maschile? Perché le donne devono portare il velo? Perché la circoncisione maschile è accompagnata da festeggiamenti mentre quella femminile è turpe e vergognosa?). Sofia, reietta nella società musulmana, trova in quella occidentale (più tollerante, almeno in superficie, nei confronti delle donne) una sorta di via di fuga.

Ed è nelle parole di Sofia che si trova il compimento di questo (pur dimidiato) bel testo:

In Italia non c’è futuro! Queste parole mi preoccupano molto. Penso automaticamente a mia figlia Aida, al suo futuro. Gli italiani lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove! Ma noi immigrati veniamo qui per lo stesso identico motivo! E allora? Allora niente. C’è qualcosa che non funziona. Un paese per turisti, non per lavoratori. Giulia ha detto: L’Italia è come Montecarlo!. Mi incuriosisce molto questo paragone. A Montecarlo ci sono i casinò, dove si gioca d’azzardo. Mi viene spontaneo chiedere: l’immigrazione non è in fin dei conti una forma di gioco d’azzardo? Vincere tutto o perdere tutto?

About David Valentini

David Valentini è nato a Roma nel 1987. Laureato in filosofia e appassionato di arte e letteratura, è scrittore, correttore di bozze e traduttore. Ha pubblicato due romanzi e il suo sogno è vincere il Premio Strega. Gestisce la pagina Facebook “Crepuscoli urbani”.

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