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‘Il quaderno di Maya’, il dolore secondo Isabelle Allende

“C’è gente così, gente convinta che tutti i dolori si assomiglino e che esistano formule e intervalli di tempo per superarli. La filosofia stoica della mia Nini è più adeguata in questi casi: “La sofferenza ci chiama, stringiamo i denti”, diceva. Un dolore così, dolore dell’anima, non si elimina con medicine, terapie o vacanze; un dolore così lo si soffre, semplicemente, fino in fondo, senza attenuanti, come è giusto che sia”.

Isabelle Allende
Isabelle Allende

Il dolore è forse una delle poche certezze che abbiamo nella vita. Arriva all’improvviso, ti travolge e, se non riesci a gestirlo, ti porta via con se. Ciò emerge da “Il quaderno di Maya” della scrittrice cilena Isabelle Allende.

Maya ha 19 anni, quel dolore l’ha travolta portandole via una delle persone più importanti della sua vita. Ed è così che smette di respirare, vivere, sognare, sperare in qualcosa per cui valga la pena continuare a vivere.  La morte del suo adorato nonno, Popo, la trascina, quasi senza lasciarle alcune scelta, in un abisso di dolore, paura, dipendenze. Alcool, droga… Qualsiasi cosa pur di smettere di sentire. Perché quando il dolore diventa troppo grande, quando non siamo in grado di gestirlo, tutto ciò che possiamo fare, tutto ciò che desideriamo fare è fermarlo, spegnerlo, quasi come fosse l’interruttore della luce.

Ed è questo quello che fa Maya. Sotto gli occhi increduli, addolorati, distrutti della sua dolce nonna, la Nini; sotto occhi che ormai non sono più in grado di versare lacrime, si getta in un mondo che sembra concederle quella tregua che il dolore non darà mai.  Qualcuno ha detto che il tempo cancella tutte le ferite. Credo che il tempo ci aiuti solo a far diventare quel dolore parte di noi. Non lo puoi cancellare, sotterrare, non puoi disfartene, è li, e puoi solo imparare a conviverci.

Maya commette un errore dopo l’altro, Maya non è più in grado di fermarsi. Il dolore, le dipendenze, sono un vortice che ti trascina con se. Si ha bisogno di una mano che, con forza, ci tiri su, ci riporti alla vita.

E così la Nini, una nonna forte e fragile, come le parole che arricchiscono questo splendido romanzo, è lì, pronta a salvare la sua piccolina, pronta a essere il capro espiatorio per un dolore di cui non ha colpa. Maya viene portata lontano. Contro la sua volontà, o quello che ne rimane, viene condotta nella piccola isola di Chiloè, sotto il controllo e le cure di un vecchio amico della nonna.

Pagine e pagine di racconti, ricordi, momenti che nessuno dovrebbe mai vivere, portano il lettore accanto alla nostra protagonista. Sembra quasi di essere li con lei, tra un goccio di vodka e l’altro, tra un respiro che manca e una lacrima che ormai fa fatica ad uscire. Forse, per ogni dolore, abbiamo solo un numero di lacrime da poter versare. Tutto il resto, è una maledetta consapevolezza. Perché lei lo sa. Sa del dolore, lo capisce, lo comprende. Il dolore a lei inflitto e quello che continua ad infliggere a chi la ama. Ma non può fermarsi. Quelle maledette sostanze sono, ormai, la sola ragione per cui apre gli occhi al mattino.

Un mondo diverso, lontano da quella realtà che fa troppo male per essere vissuta, Maya proverà a salvare se stessa. A ricominciare. Perché, la verità, è che se non siamo noi a decidere di cambiare, nessuno potrà mai salvarci. Non ci si può salvare da se stessi se non con le proprie forze. Ma prima bisogna toccare il fondo. E Maya toccherà quel fondo più di una volta e, grazie a quella che è una delle più grandi scrittrici del mondo contemporaneo, noi saremo con lei.

Isabelle Allende ci racconta così la storia di una piccola grande donna. Una donna in grado di prendere la propria vita nelle proprie mani e cambiare un destino forse già scritto, segnato, che ha una sola fine. La sua fine.

Ho dovuto leggere questo romanzo, le sue parole, quelle immagini che si costruivano nella mia mente, prendendo piccole pause. Ero li, con lei, con Maya. Ero nel suo dolore, ero nei suoi giorni, nelle sue paure, nella sua voglia di scappare, nel desiderio di tornare ad aggrapparsi ancora a quell’unica cosa che le permetteva di non sentire. Alcool, droga. Tutto pur di dimenticare.

E poi quella forza di cui neanche questa giovane donna era consapevole. Una forza che esce piano, lenta, che ti permette di ritrovarlo quello scopo, quel respiro. E allora ti ritrovi a sorridere con lei, in quella piccola isola, un mondo sconosciuto che resterà in te…per sempre.

“Sento la mancanza di un goccetto di vodka in onore dei tempi passati, che sono stati pessimi, ma certo un po’ più movimentati di questi. Ma è solo un capriccio momentaneo, non il panico da astinenza che ho già sperimentato. Sono decisa a mantenere la mia promessa, niente alcol, niente droga né telefono né posta elettronica e la verità è che sto facendo meno fatica di quanto mi aspettassi.

 

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