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La bambina che non esisteva

“La bambina che non esisteva”: il dramma di nascere donna

La bambina che non esisteva è la fortunata traduzione di Samira e Samir, il secondo romanzo della polivalente ed acuta scrittrice Siba Shakib, una donna forte e fiera, che onora il nostro paese con la sua presenza. Siba Shakib si può considerare come rappresentante della famosa massima”uno su mille ce la fa“: è nata in un paese che risulta lontano e inaccogliente, difficile e dilaniato, arretrato e povero agli occhi europei. Siba Shakib è iraniana, e soprattutto, è una donna, e nascere donna in un paese come l’Iran è non è cosa semplice.

Ora, per chi vive nell’agio dell’era mediatica, il fatto di nascere, crescere e vivere sono fatti naturali quanto il sorgere del sole ogni mattina, sono dei diritti. Diritto, una parola di cui queste persone “normali” forse non captano il significato completo, non ne vivono la forza e la pienezza in prima persona: è qualcosa di dato e statico, da tenere in bocca nei discorsi importanti per reclamare qualcosa, o nascosto nelle penne che preparano i temi di maturità. Non è qualcosa di faticato e guadagnato. Ma, chi invece ha come dato il significato della parola Guerra, della parola Fame e Povertà, quelle persone, sebbene lontane e difficilmente riscontrabili nelle menti occidentali, quelle persone sono ancor più vere e conoscono una normalità ed una quotidianità ben diversa da quella descritta nei programmi televisivi di intrattenimento pomeridiani, il cui massimo interrogativo si focalizza sui dettagli, più o meno veri, della vita di persone forse mediocri, ma note ai più.

Siba Shakib viene definita, sul sito Pilosio – building peace (Associazione Non Profit di cui è ambasciatrice ndr), come “Iranian filmmaker, writer and political activist“, una regista, scrittrice e attivista politica. Siba Shakib è quello che in letteratura scolastica si definisce un personaggio a tutto tondo, una personalità completa, che ha avuto la grande opportunità di poter ricevere un’istruzione e sfruttarla al meglio, sperimentando tutti i linguaggi a lei conosciuti e raggiungibili, per raccontare, poi, una realtà diversa da quella che l’Europa vuole vedere e che non è permesso accantonare in un angolo della memoria.

La scrittrice iraniana, che ha raggiunto la notorietà in campo letterario, con il romanzo Afghanistan, Where God Only Comes to Weep tradotto in Italia come Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, con la sua seconda produzione scritta La bambina che non esisteva, parte dal delicato tema della forte divisione tra i sessi suggerita dalla religione Islamica per intrecciare con essa ed in essa il problema religioso, il dramma della guerra, la piaga dell’analfabetismo, il terrore della violenza e degli stupri, la tragedia della povertà e della fame.

Protagonista della narrazione, il simbolo estremo della debolezza e del bisogno, una bambina, Samira, che diviene la vittima sacrificale di una grande colpa, di una immane maledizione, del desiderio di soddisfare la tradizione, che piega un uomo ed una donna a celare l’identità della propria creatura, rendendola al contempo corpo abitato di impronunciabili insicurezze interiori ed ostentazione di forza ed onore nelle sue apparenze. Solo la pubertà, l’età del cambiamento, nella quale le perdite aumentano e le trasformazioni devono essere celate, la decisione deve essere presa e Samira dovrà capire se vuole, e se può, vincere la sua lotta contro Samir, scegliendo in questo modo quale vita vuole vivere, a quale categoria appartenere, nella forte distinzione che caratterizza il suo mondo, tanto diverso e lontano, da non sembrare reale.

La bambina che non esisteva è un libro che inevitabilmente subisce il paragone con Il cacciatore di aquiloni di  Khaled Hosseini: realistico ma che si fatica ad accettare come moderna descrizione dell’Afghanistan, complici forse le descrizioni sfumate e con pochi riferimenti geografici, o gli accenni quasi inesistenti al periodo storico in cui scorre la storia, o ancora lo stile fluido e scorrevole (inizialmente ridondante e ripetitivo), che avvolge la narrazione con un velo, chiedendo al lettore di aprire gli occhi e liberare questa realtà dall’incubo della finzione e lontananza in cui è stato celato.

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