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Maura Chiulli

Dieci giorni, di Maura Chiulli

Dieci giorni di Maura Chiulli, classe 1981, ha la forza di un pugno nello stomaco. I tre episodi che compongono il romanzo sono storie estreme che coinvolgono protagonisti altrettanto al limite. Tuttavia il sapore acre delle pagine, a tratti, lascia fuggire uno spiraglio di dolcezza e speranza che però fa subito i conti con il cinismo della vita, sempre pronta a chiedere lo scotto.

Il corpo, i corpi assetati, maltrattati, umiliati invocano amore o anche solo una tregua ma inesorabilmente sono piegati dall’effimera sessualità. Ciò sembra tradursi in una carneficina dei protagonisti sino all’alienazione. I personaggi di Dieci giorni sono mossi dalla volontà di rimuovere un passato o un’infanzia segnati da soprusi o da miseria affettiva. Il corpo, che sia usato, esibito o desiderato, è un oggetto/soggetto di un eccesso che Maura Chiulli spinge al limite per sollevare, con un colpo secco, l’ipocrisia che si cela dietro la maschera della borghese normalità. Le vicende narrate sono attraversate da inconfessabili segreti che come fantasmi appaiono all’improvviso a turbare i protagonisti ma anche il lettore catapultato in flash-backs inattesi e intensi.

La scrittura di Maura Chiulli è minimale, ruvida e dai forti chiaroscuri. L’autrice non adopera orpelli retorici, parole che addolciscano la pena, no, Maura Chiulli si dimostra coraggiosa nella scelta delle storie e nello stile narrativo adottato. Infatti esso risulta diretto, provocatorio e contro ogni perbenismo.

In un panorama letterario troppo melenso e autoreferenziale, si avvertiva la mancanza di un’autrice che, come in questo caso, si imponesse con vigore ma anche con talento.

Le descrizioni nonostante siano scarne ed essenziali rifuggono dallo straniamento e al contrario riescono a coinvolgere il lettore. Quest’ultimo, di volta in volta, è lì con Lulù e Silvia o con gli altri personaggi e il pathos è un sapore che si avverte nelle narici. Le tre sezioni sono un climax narrativo che attraversa tre realtà, tre nuclei narrativi apparentemente autonomi tra loro, sebbene un sottile filo rosso etico e drammatico le affratella.

E c’è l’orrore di corpi abusati e di dolori taciuti ma che restano sulla pelle del lettore e attraversano a tratti le vene. Senza moralismi o facili pietismi, questi personaggi così distanti, in realtà in parte ci abitano nel loro bisogno estremo di riscattare le contraddizioni della vita e del suo cinismo.

La riflessione sui corpi, la sessualità e le patologie edipiche investono la generazione postmoderna, i cui padri, figli del boom economico e del ’68, sembrano aver lasciato ben poco in eredità se non solitudine e rassegnazione. Due sorelle che si trascinano anche in questa nostra epoca di ipersimulazione, di accelerazione costante, di solitudini celate in tutto ciò che è high e iper, che rendono lo schianto esistenziale un urto feroce.

Non mi capitava un romanzo come Dieci Giorni, con le sue storie, personaggi randagi e una scrittura così acre, ‘pulita’, fuori dai denti, dai bellissimi tempi di Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli.

E nella penombra di queste vicende, in modo impercettibile, quasi come un sussurro Maura Chiulli concede parentesi di poesia dedicate alle speranze e al destino ma sono parentesi di vita breve. Nell’amaro del quotidiano è una concessione alla quale la scrittura si abbandona per poco. Nessun narcisismo né tanto meno autocensura, una scrittura immediata, dura, dolceamara e per questo meravigliosamente coinvolgente.

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