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“Omicidi in pausa pranzo”, di Viola Veloce

“Apro gli occhi appena in tempo per vedere Colombo che si butta sul direttore e gli stringe la mano, complimentandosi per il Festival di Sanremo a scopo formativo. Ma non è l’unico leccapiedi a ronzare intorno a Vernini, perché di colleghi lanciati a congratularsi col verme ce ne sono almeno un’altra dozzina”.

 

Omicidi in pausa pranzo (Mondadori, 2014) è il  terzo romanzo di Viola Veloce, pseudonimo dell’autrice di Mamme Bailamme e Mariti in salsa web. Il caso letterario di Omicidi in pausa pranzo nasce dalla rete ed è il risultato di un’auto-pubblicazione. Dal passaparola, molti iniziano a leggerla e dimostrano di apprezzare notevolmente la storia del serial killer aziendale che uccide gli impiegati. Perché? Si tratta di un romanzo con uno stile personale graffiante e autentico che tratta di un tema pressoché nuovo, mai affrontato, che sfrutta il sottofondo dell’omicidio in azienda, e del panico derivatone, per condurre una critica esasperata del rapporto dirigente-impiegato in cui, ironia a parte, chi non viene licenziato, o cambia lavoro o muore di stress. Nel romanzo, si evince perciò un conguaglio drammatico in cui tragico e comico si confondono con destrezza grazie alla capacità dell’autore. Così accade, quando la madre della protagonista si pone alla figlia con la ricetta televisiva anti-killer.

Lei allora tira fuori una vocina da scolaretta e risponde tutta compita: “Tesoro, mi sto costringendo a guardare quei terribili telefilm perché voglio scoprire chi ha ucciso la Sereni! Hai capito, amore, li guardo per te, per aiutarti!”.

Quello che di primo impatto si presenta al lettore come un giallo si presta subito ad una analisi che tenga conto di ben altri generi letterari: il romanzo rosa ed il noir. Veloce acquisisce ed assimila elementi di ogni singolo tipo e li rimescola per un romanzo ironia e sarcasmo occupano il tono predominante della narrazione. La vicenda vede come protagonista una ligia impiegata, contabile in una azienda milanese: Francesca Zanardelli. La donna è single, è stata abbandonata prima del matrimonio dall’ex fidanzato Maurizio. Si delinea il classico profilo della donna trentenne depressa in cerca di marito, che affannosamente temporeggia nella noiosa, livida vita metropolitana alla ricerca della svolta. Vita dell’impiegata qualunque tristemente divisa tra visite ai vecchi, ansiosi genitori ed un pasto con il collega saputone, Michele, che ogni sera si diletta in letture di storia medioevale. Il ritmo regolare dell’azienda milanese viene dilaniato da un omicidio: la Sereni, proprio la collega seduta di fronte alla scrivania di Zanardelli, viene uccisa mentre tutti gli altri sono impegnati a inforcare cotolette milanesi e insalata, distratti in un’apoteosi da pausa pranzo, quella parentesi di immobile e fissa sospensione temporale che separa i dipendenti dalla ripresa dell’attività e dona ai dipendenti un momento di effimera gioia. E’ la protagonista a trovare il corpo nel bagno dell’ufficio. La donna, peso inutile e odiata dall’intero corpo aziendale perché stralunata e scansafatiche, è distesa a terra con la mani incrociate sul petto e un cappio bianco al collo.

Da questo momento in poi Francesca perde la serendipità sul luogo di lavoro, vocabolo che il narratore sottolinea ironicamente in quanto non rispecchia le reali ma solo le apparenti condizioni lavorative degli impiegati. Fa pensare un po’ al personaggio di “Diario di Bridget Jones”, soltanto che in questo caso Francesca non ha la bonarietà e la freschezza del primo, si anima nell’ufficio pervasa da un’aria saccente e inspiegabilmente insicura, e per questo motivo non convince del tutto, non regge e lascia un po’ perplessi. In alcuni momenti si pone ai colleghi come una stakanovista impeccabile e meticolosa, in altri invece si lascia andare a scivoloni propri di uno Charlot aziendale, dimostrando un fare disincantato a cui si uniscono interventi inappropriati o iniziative poco credibili sul piano narrativo, come farsi riprendere da un iphone blaterando dalla scrivania della segretaria. E’ probabile che l’autrice abbia volutamente messo in atto un procedimento di autoironia, di critica alacre che la protagonista applica agli altri come a se stessa. Ciò nonostante le due metà convivono bene solo parzialmente, in quanto maldestro impiegato e rigido contabile sono due facce di una stessa medaglia della quale solo una può prevalere sull’altra. Avrebbe fatto meglio a dare voce ad una della due facce, anziché ad entrambe. Riconoscibile è la (celata) critica all’azienda come microcosmo e delle condizioni in cui i lavoratori italiani sono obbligati a sottostare. Un personaggio secondario che spicca è quello di Crudelia, la sindacalista dell’azienda, che tartassa i lavoratori con stridenti circolari in cui si incita alla ribellione intestina, là in quelle assemblee che fanno ripensare al vecchio, ridicolo cameratismo dove ognuno manifesta la disapprovazione per il male collettivo, ma il singolo in realtà pensa solo al tornaconto personale.

Nonostante la perplessità intorno al protagonista, Veloce diverte, spinge il lettore a ridere di gusto e riesce comunque a far riflettere. I personaggi sono coerenti con quello che si potrebbe definire umorismo contemporaneo e alle volte presentano dei tratti grotteschi. Alla negatività di un’esistenza senza futuro, Francesca è depressa ancora prima della morte della collega, l’autrice contrappone la ricetta per la quiete, non per la felicità, utopia che l’autore lascia ai semplici e ai poveri sognatori. In questo si sottolinea anche una sorta di non propriamente cantabile cinismo, che fa sì che il lavoro sia interpretato così come un sinonimo di rinunce e vessazioni. Omicidi in pausa pranzo è il frutto di una penna in cui l’ironia si acuisce in un sarcasmo che denuncia una realtà asfittica e arbitraria, in cui personalità vagano tra paura del futuro e critica del presente.

L’uomo (e la donna) narrato da Viola Veloce è l’uomo contemporaneo: contraddittorio, timoroso, buffo e maldestro, privo di consapevolezze e con tendenze maniacali. Ma non è privo di eroismo, anzi, al momento opportuno e non senza un pizzico di comicità, riesce a risolvere i suoi problemi e guarda al futuro. Omicidi in pausa pranzo è un libro consigliato  a chi va oltre la pagina scritta: non ci si aspetti suspense, colpi di scena o altri espedienti del genere. Il romanzo va letto con un occhio attento ai temi e alle problematiche sollevate e alla virtù della risata. Non si tratta perciò di un giallo, bensì di un romanzo che probabilmente aspira ad essere qualificato come tale ma è più vicino al comico. Non si può parlare di giallo perché il colpevole è facilmente individuabile dalle prime pagine; rimane comunque un’opera che propone una sostanziale critica del lavoro in azienda e un inno alla risata, perché di risate non muore mai nessuno (o quasi!).

 

 

 

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