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La pioggia si può bere

Silvia Tufano; La pioggia si può bere

“Esistono amori soffusi Demetra che si sfigurano sotto i sassi delle incomprensioni o delle parole che noi abbiamo avuto l’ardire di dirci mai. Esistono degli amori che fanno dei viaggi lunghi una vita intera ma che prima o poi arrivano e che, seppur debilitati e inespressivi, non perdono mai la loro essenza”.

La pioggia si può bere, frutto del self publishing italiano, è una drammatica epifania di sentimenti, primo romanzo di Silvia Tufano, autrice emergente (nata a Nola nel 1976), che si è già fatta conoscere dai lettori lo scorso anno con la raccolta di racconti Il sole sorge a Est, edita da Aletti Editore nel 2015.

Demetra, la protagonista de La pioggia si può bere, è un’anti-eroina, “sfigata” e un po’ depressa, che porta sulle proprie spalle il peso di una vita da emarginata, soprattutto all’interno della sua stessa famiglia. Achille, il padre, è un uomo che non si è mai assunto questo compito, egoista e bugiardo, tradisce da sempre la moglie, ignorando del tutto le figlie; Ines, la madre, è martire consapevole del marito e carnefice della figlia Demetra, paragonatada sempre all’ascetica perfezione della sorella, laureata, fidanzata e in peso forma, ovvero tutto quello che Demetra non è; e infine Viola, la sorella- rivale di Demetra che, come scrive la stessa autrice, non rappresenta altro che abbaglio, frivolezza e manierismo.

La scelta dei nomi dei personaggi principali non è affatto lasciata al caso, si denota un’affezione ai miti greci dell’autrice che confluisce nella mente della stessa protagonista che narra il mito di Demetra, in antitesi alle ‘viole del pensiero’, nome scelto infatti per la sorella Viola, da sempre in contrasto con lei. La vita di Demetra è vuota e banale, un’esistenza da alienata, in perenne conflitto col mondo; è una donna incapace di adeguarsi alle scorrettezze, è una purosangue disobbediente di fronte ad ogni espressione di prepotenza, come la descrive Silvia Tufano. È così che si trova a perdere il lavoro, a causa di un’accusa infondata di furto, e a cercarne subito un altro, sottopagato e umiliante, che consiste nel cercare di vendere libri porta a porta, ma che in pratica si risolve spesso in uno scontro verbale con i vari inquilini, irritabili e desiderosi di mantenere la propria quiete domestica. Ma è proprio grazie a questo lavoro, molto al di sotto delle sue capacità, che la ragazza incontrerà Giona, un ragazzo già intravisto al parco. Giona è un sognatore distratto, di quelli con la rima sempre in bocca e una chitarra in mano, e comprende già tutto il peso che Demetra porta sulle spalle, prima ancora di conoscerla davvero. Dopo un amplesso consumato senza bisogno di spiegarsi nulla, i due cominciano, all’inizio stentando, una relazione che porterà Demetra a provare a raggiungere la felicità, per la prima volta nella sua vita, e ad abbandonare lo stato di solitudine perenne dietro il quale si era trincerata. Dice infatti Giona alla ragazza in un passaggio molto toccante del libro: “Non hai bisogno di raccontarmi nulla Demetra, tu hai tutta la vita negli occhi”.

L’ostacolo più grande per la protagonista per raggiungere la pace sarà superare la rabbia nei confronti del padre e il dubbio che lui abbia compiuto degli abusi su di lei e sulla sorella Viola, quand’erano bambine. Grazie all’amicizia con i vicini di casa Aldo e Alfredo, padre e figlio adottivo (che è stato vittima di gravi violenze nella famiglia d’origine), e a causa di una lettera lasciatale dal padre prima di morire, Demetra riuscirà a perdonare all’uomo le sue continue mancanze con le figlie, e a ricordare cosa successe in realtà quel giorno di molti anni prima dentro la vasca da bagno insieme alla sorella Viola. Achille, che nel libro viene chiamato spesso per nome dalla protagonista, probabilmente a sottolineare la lontananza che intercorre fra padre e figlia, fa un ultimo regalo a Demetra (ciò rappresenta una sorta di riscatto) prima di morire, quello di cui lei ha più bisogno: una famiglia. È così che le rivelerà l’esistenza di un’altra sorella, nata da una relazione extraconiugale del padre, di nome Ines, con la quale forse Demetra potrà trovare quell’affetto incondizionato che solo la famiglia può darci. Il titolo del romanzo, La pioggia si può bere, richiama una frase del padre di Demetra, un ricordo che le torna alla mente sul finale, in parte reale e in parte forse ricostruito, che rappresenta un abbaglio di tenerezza dentro all’abisso di indifferenza col quale ha sempre vissuto.

Silvia Tufano ama soffermarsi sulle descrizioni paesaggistiche, che sovente riflettono lo stato d’animo della protagonista, la influenzano e sembrano lasciarsi influenzare da lei, con grande accuratezza e capacità evocativa, che sembra essere mutuata dalla poesia più che dalla narrativa. Tuttavia in alcuni tratti, durante la lettura, si sente la mancanza di un adeguato discorso diretto che bilanci, con un ritmo più veloce, la lentezza dei frequenti flussi di coscienza e delle descrizioni d’ambiente. Il romanzo si presenta così all’inizio, con una panoramica sulla vita e sulla mente di Demetra, grazie anche ai numerosi flashback, che di certo ci permettono di conoscere la protagonista e di entrare nel suo mondo, ma che impediscono alla narrazione di decollare veramente. Solo dopo il secondo incontro con Giona e in seguito alla nascita dell’amicizia fra Demetra e il piccolo Alfredo la storia prende davvero forma e migliora poi verso il finale, in cui si avverte il passo in avanti fatto dalla protagonista per superare il suo disagio, un volo commovente che può essere d’esempio a tutte le Demetra del mondo, come si augura la stessa autrice.

Stilisticamente parlando si denota un’accuratezza linguistica che sconfina purtroppo nell’eccesso di termini fin troppo ampollosi, invece della variante semantica di uso più comune (fagocitare al posto di mangiare, eternizzare con una fotografica invece di immortalare, miscelare un cartoncino tra le mani al posto di rigirarsi, abbigliarsi invece di vestirsi) nonché una frequente presenza di similitudini, che da una parte solleticano la memoria del lettore con suggestive immagini ma dall’altra danno l’impressione, soprattutto nei dialoghi, di un uso eccessivamente artefatto della parola, lontano dal risultare verosimile.

Dalla lettura de La pioggia si può bere, si evince una grande sensibilità dell’autrice campana ai problemi sociali, probabilmente grazie anche al suo lavoro di pedagogista specializzata nel recupero del disagio sociale, e alle dinamiche interne alle famiglie, costruite spesso surapporti corrotti e distruttivi, fossilizzati nel tempo. Ma quello che Silvia Tufano vuole trasmettere è la possibilità di cambiare, di saper perdonare e di andare avanti, nonostante tutto e tutti. La rinascita di Demetra è possibile.

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About Ornella De Luca

Mi chiamo Ornella De Luca e sono nata il 26 Maggio 1991 a Messina. Sono laureata in ‘Editoria e giornalismo’, e oltre che per ‘900 letterario scrivo sul mio blog ornelladelucabooks.wordpress.com/. Sogno di fare la scrittrice e ho anche pubblicato un romanzo per l’Onirica Edizioni: ‘La consistenza del bianco’.

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