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In memoria di Kubrick: ‘2001: Odissea nello spazio’, il capolavoro che ci fa sperimentare la sete di comprensione

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Sottraendo il capolavoro 2001: Odissea nello spazio a interpretazioni immediate - aprendolo quindi a infinite interpretazioni - Kubrick, che ha rappresentato una potente esperienza visiva intorno alla quale lascia tutti liberi di specularci come vogliono, ci lascia soli di fronte al monolito, un significante privo di significato. Ci fa sperimentare la sete della comprensione, assieme all'impossibilità di oltrepassare i limiti della comprensione. Durante la visione siamo in assenza di gravità, presi dalla vertigine, rapiti dal fascino di immagini, suoni e musiche di un film quasi privo di dialoghi. "Le scene più forti, quelle di cui ci si ricorda, non sono mai scene in cui delle persone si parlano, ma quasi sempre scene di musica e immagini": in nessun altro film Kubrick è stato tanto fedele a questo suo assunto quanto in 2001: Odissea nello spazio.

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L’appellite e la difesa della storia che più fa comodo degli intellettualoidi di Repubblica

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Fossimo semi-colti come loro citeremmo il Friedrich Nietzsche autore di Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Invece ci limiteremo a parafrasare il drammaturgo tedesco Hanns Johst: «ogni volta che sento la parola appello metto mano alla pistola». L’appellite, la vocazione alla firma di proclami, tanto diffusa che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso produsse spesso infiammazioni ai tendini della mano, dopo qualche anno di sonno è tornata in gran voga, non casualmente a partire dal 4 marzo dello scorso anno. Non c’è azione, soprattutto se dell’attuale governo, che ormai non sia accompagnata dall’appello, sempre inevitabilmente «morale» del «mondo della cultura» (pure a loro ormai fa ridere il termine intellettuale).

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Oscar 2019: vince ‘Green Book’ che tratta ancora una volta il tema del razzismo in maniera stereotipata

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Alla fine, tra le immancabili polemiche, l’ha spuntata “Green Book” di Peter Farrelly nella corsa per il titolo di miglior film alla 91ª edizione degli Academy Awards a Los Angeles, i premi Oscar del cinema statunitense assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences. “Green Book” ha sbaragliato i concorrenti più agguerriti, in primis “Roma” e “La favorita” (forti di 10 nomination). Non ci sono stati grandi dominatori nel corso della serata ma le statuette sono state distribuite in maniera pressoché omogenea. Il bottino più ricco è andato a “Bohemian Rhapsody” (4 premi, tra cui l’attore Rami Malek), “Green Book” (3 Oscar: film, attore non protagonista Mahershala Ali e sceneggiatura originale), “Roma” (3 titoli: regia, film straniero e fotografia) e al colossal Marvel “Black Panther” (3 premi tecnici). Una cerimonia senza conduttore, dall’andamento composto ma poco incisivo, con una staffetta di star a conferire i premi. Preziose le performance musicali live, tra cui la scarica rock dei Queen in apertura di serata e il sontuoso duetto di Bradley Cooper e Lady Gaga.

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L’esigenza di dare un senso e un ordine alla Storia superando l’immagine, in ‘Zero Dark Thirty’ di Bigelow

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Zero Dark Thirty nasce per colmare idealmente il fuori campo della fotografia che abbiamo analizzato, ma senza limitarsi a aggiungere un ennesimo scampolo di storia o un nuovo frammento di realtà all’“epica” dell’11 settembre; al contrario, approfitta di quella negazione per situare, lì dove non c’è niente da vedere (ma molto da immaginare), l’azione del cinema, partendo dalla fine per risalire il corso degli eventi, lasciando fuori, nel nero o nel non detto, tutto ciò che è già stato visto e consumato (e, insieme, un certo modo di vedere e consumare la realtà attraverso l’immagine), per consegnare infine allo spettatore un racconto – un percorso, un processo, un movimento orientato. L’importanza (e, insieme, la bellezza) del film di Kathryn Bigelow sta tutta in questa riaffermazione dell’azione – unica, specifica, storicamente sedimentata, culturalmente necessaria – del cinema all’interno della cornice mobile e evanescente della visualità contemporanea.

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‘The Mule-Il corriere’, il road movie malinconico e autoironico di Eastwood

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Che fantastico rilievo assume via via la performance di Eastwood: degno di un antieroe uscito dalle pagine di Cormac McCarthy, riesce a duplicare se stesso, ora recitando in surplace, ora sfidando con incoscienza il rischio, ora prendendo di petto chi non gli piace, ma sempre capendo e facendo capire benissimo che il tempo è l’unica merce che non potrà mai comprare. Nessun compiacimento, nessun pietismo, nessuna scusa, nessuna redenzione come avveniva, invece, in “Gran Torino” (firmato dallo stesso sceneggiatore Schenk). Se la vecchiaia esiste, la si può beffare. Se il naufragio è imminente, bisogna andargli incontro ghignando. Se il suo giorno sta per finire, El Tata affronterà la notte senza allentare la presa sul volante di una morale pratica, uno spirito indomabile e un caparbio amore per la propria terra.

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Inaugurato ‘Riflessi’, il murale dello street artist Jerico del Museo di Casal de’ Pazzi di Roma

Dal 14 febbraio 2019 all’importante deposito pleistocenico e ai numerosi reperti fossili conservati nel Museo di Casal de’ Pazzi si è aggiunta anche un’opera di street art. Sul muro perimetrale esterno del museo, lungo via Egidio Galbani, campeggia il grande murale realizzato dal giovane street artist Jerico Cabrera Carandang. L’opera pittorica dal titolo Riflessi ricostruisce, in maniera visionaria e avvolgente, l’ambientazione naturalistica pre-esistente alla struttura del museo rappresentato dall’immagine dell’antico fiume che una volta scorreva proprio dove oggi sorge il Museo.

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Borges presente a Sanremo 2019 con la sua “E’ l’amore”, l’unico criterio per misurare il tempo

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Sanremo 2019 è cominciato e Nek, tra i ventiquattro big partecipanti, si è presentato con la sua Mi farò trovare pronto, scritta insieme a Paolo Antonacci e a Luca Chiaravalli. La canzone trae ispirazione da una delle poesie preferite del cantautore, “È l’amore” di Jorge Luis Borges, celebre poeta argentino.

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‘La favorita’ di Lanthimos: un distillato di piacevole perfidia ancestrale candidato agli Oscar

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I sentimenti umani più inestirpabili e ancestrali, la lotta per la sopravvivenza, il sesso e il potere, la cinica consapevolezza di un gioco al massacro che non è maschile o femminile bensì l’essenza ultima delle vite, delle società, del mondo. “La favorita” distilla un concentrato degli elementi basici di quella particolare forma d’arte che nonostante i collassi epocali continuiamo a definire “cinema”: una sceneggiatura dalla scintillante affilatura (tratta da una pièce di Deborah Davis scritta per la Bbc Radio e rielaborata da Tony McNamara), un’ambientazione in costume magistrale (grazie soprattutto alla sintonia tra il direttore della fotografia Robbie Ryan e la costumista Sandy Powell), tre protagoniste in stato di grazia e la regia del quarantacinquenne greco Lanthimos (“The Lobster”, “Il sacrificio del cervo sacro”) che riesce nell’impresa di mantenersi fedele alla vocazione per un cinema disturbante, feroce e provocatorio realizzando, invece, un film universale e accessibile, molto divertente ma di una piacevolezza striata di perfidia, autoriale eppure carico di candidature all’istituzionale pantomima degli Oscar.

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