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Ricordando Lucio Dalla, fautore del pop d’autore apprezzato da milioni di appassionati, a sei anni dalla sua scomparsa

Lucio Dalla

Nato, come è ben noto a tutti, il 4 marzo del 1943- un giorno prima di un altro immenso Lucio, quel Battisti così lontano e vicino dal ragno di Bologna- Lucio Dalla rimane quasi subito orfano di padre. Figlio unico, cresce con la madre a Bologna. Questa donna, Jole Melotti, avrà un ruolo centrale nella sua vita. A detta dello stesso Dalla infatti è stata lei a convincerlo della sua genialità, a fare da agente, sponsor e talent Scout ante litteram. Dopo un fulmineo percorso da autodidatta, Lucio, profondamente insofferente alla scuola, già a 17 anni è a Roma a fare musica. Affascinato dai ritmi del Jazz nero americano Dalla inizia a suonare il clarinetto. Appassionato di tutti i grandi del genere, da Chet Baker a Miles Davis, il musicista da cui trae maggiormente ispirazione è Thelonious Monk, un rivoluzionario pianista statunitense a cui Lucio, nelle varie interviste rilasciate negli anni, non smetterà mai di fare riferimento. Si sente artista Dalla: ha poco a che fare con la canzonette all’Italiana, il cui panorama dell’epoca, ancora spoglio della stagione dell’impegno degli anni settanta, è dominato da campioni del nazional-popolare come Claudio Villa, da miti mediterranei della canzone “confidenziale” alla Fred Bongusto, il tutto avvolto nell’eco “Sinatriano” di Fred Buscaglione, scomparso prematuramente nel 1960. Un mondo lontano dalle sensibilità del futuro cantautore bolognese, musicista nel senso più pieno del termine.

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‘Poema bianco’ di Pasquale Panella: un montaggio di negazioni autentiche sino alla purezza

Pasquale Panella

Pubblicata per la prima volta, e in poche preziosissime copie, nel 2007 per le edizioni IRI, è uscita a dicembre 2017 per i tipi di Miraggi edizioni l’opera Poema bianco del poeta, scrittore e paroliere Pasquale Panella. Tuttavia non si tratta di una riedizione, come afferma l’autore stesso, ma di una prima edizione che vede l’estensione nei capitoli “E due”, “E tre” e termina – solo sulla pagina – con “Rumori”, quest’ultimo in prosa. Il Bianco si intrattiene nelle comuni venature. Pasquale Panella è dentro l’impossibilità di un suono che lo definisca. È voce nel verso, silenzio nel soliloquio e poema in quel bianco che cadenza la parola. Giunge prima della poesia stessa, nel tono (suo) dell’intimità: la lirica precede la pagina. Il giro è fuori dall’umano, lontano dall’elemento di genere per compiersi in un’altra dimensione: invalidarsi per pervenire alla liberazione e far cantare il rumore. L’assenza è intima corporeità di una intesa tra due forme: il doppio trascorre nell’uno assoluto e definitivo.

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Sanremo 2018: una nuova e spontanea nostalgia naziol popolare

sanremo

C'è un barlume di tradizione che fa schizzare l’indice di qualità di qualsivoglia consenso. Non sempre il giovanilismo innovativo (o finto tale) è sinonimo di geniale ascesa darwiniana: macché. A volte il nuovo puzza di vecchio. Altre è morto dentro. Prendiamo Sanremo 68 –, tra i fiotti di artisti trentenni e ventenni della new age musicale, si fa spazio un venticello classicista soffiato da antichi lupi di mare. L’onda briosa solletica il pubblico, che in molti casi, mica è fesso.

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‘Quadrophenia’, gli Who in dieci canzoni

Who

Quella degli Who è musica selvaggia, libera e ricca di contenuti: è il rock di quattro ragazzi di Londra, padri di una rivoluzione che dura da oltre cinquant'anni. Nell’eterna lotta tra Beatles e Rolling Stones, ogni tanto ci imbattiamo in qualcuno che dice “meglio gli Who”. Costui è un pazzo, direbbe qualcuno, e avrebbe torto marcio: capaci di affascinare il pubblico più trasversale, creare show incredibili e restare sulla cresta dell’onda per oltre cinquant’anni, la band inglese è ancora uno dei motivi per credere nel rock’n’roll, e in questo articolo, vi raccontiamo le dieci canzoni migliori del loro sconfinato repertorio.

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Boris Vian, tra musica e letteratura, sperimentatore ineffabile

boris vian

Le evoluzioni di Boris Vian in campo musicale sono da ascrivere al clima di generale rinnovamento artistico in cui il Jazz la fa da padrone, configurandosi come nuova tradizione, destinata a porsi come erede del Charleston degli Anni ‘20. Se la felice temperie culturale parigina ha contribuito ad attirare in Francia musicisti come Duke Ellington, ben presto si assiste al fiorire di nuovi gruppi Jazz quali il Quartet du Hot Club de France, oltre alle riviste settoriali nelle quali lo stesso Vian scrive numerosi articoli di critica e ritratti di artisti dell’epoca. Quando il jazz prende piede, a dispetto delle critiche antimoderniste ed antiamericaniste che rifiutavano il cosiddetto bepop, Boris Vian si colloca nei club del quartiere parigino di Saint-Germain, pian piano sostituitosi nella sua funzione a Montmartre. Cafè de Flore, Tabou, Saint-German (di proprietà dello stesso Vian) sono i club che si configurano come incubatori di una tradizione, punto di ritrovo non solo per musicisti ma anche per intellettuali (Quenau, Merleau-Ponty, Lemarchand, Camus, Sartre).

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Sticky Fingers: il torbido rock degli Stones

Sticky Fingers è, forse, l’album nel quale gli Stones fanno davvero gli Stones. Il titolo, letteralmente “dita appicicose” riflette perfettamente la cifra musicale raggiunta da Jagger & Co. e rappresenta egregiamente ciò che effettivamente stavano facendo. Si stavano letteralmente sporcando le mani. Con cosa? Con una miriade di generi musicali, dal blues al rock, al country. Suoni grezzi, sporchi, distorti, testi sudici, depravati, pieni di allusioni a sesso e, soprattutto, droga ma certamente pieni di pathos e fascino. Una copertina leggendaria, ideata da Andy Warhol, in cui si vedono dei jeans con una vera chiusura lampo che nascondono una evidente erezione, lascia poco spazio all’immaginazione su quale sia il contenuto del disco.

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“Band On The Run”: l’apice degli Wings

Dopo lo scioglimento dei Beatles, nell’aprile del 70, la pubblicazione di due album solisti bellissimi ma interlocutori (McCarteney e Ram), la fondazione di un nuovo gruppo, the Wings, con l’ausilio della moglie Linda che scatena inevitabili paragoni con il gruppo precedente, Paul McCartney capisce che è venuto il momento di rilanciare pesantemente. Per trovare la giusta ispirazione prende armi, bagagli, moglie e quello che resta dei Wings, il solo Danny Laine, prende un aereo e parte per la Nigeria dove, negli studios dell’amico Ginger Baker, inizia a lavorare su del materiale inedito che andrà a costituire la spina dorsale di Band On The Run. Nonostante le enormi difficoltà tecniche e personali (attrezzature non all’avanguardia, furti, minacce da parte di Fela Kuti), il buon Paul riesce a trovare la quadratura del cerchio e a produrre un disco meraviglioso.

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In ricordo di Luigi Tenco a cinquant’anni dalla sua morte

Luigi Tenco

Sembrava andare tutto secondo copione quella sera del 1967 al Festival di Sanremo. La diretta televisiva mostrava volti sorridenti e star brillantinate che si esibivano seguendo un ordine prestabilito. L’ultimo cantante in gara, che chiudeva la seconda serata del festival, era Luigi Tenco, ma ad ammirarlo potevano esserci solo gli spettatori del Casinò perché la diretta televisiva era stata interrotta per lasciare spazio ad un documentario intitolato “Un giorno alle corse”.

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