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“Slowhand”: la nona vita di Eric Clapton

Dopo una disordinata ma straordinaria carriera spezzettata in brevi ma fondamentali esperienze, Yardbirds, Bluesbrakers, Cream, Blind Faith, Derek And The Dominoes, Delaney & Bonnie e collaborazioni di lusso (The Beatles, Plastic Ono Band, George Harrison), Eric Clapton, forse uno dei più significativi chitarristi del rock, decide di prendere in mano il suo avvenire. Dotato di un talento ed una passione per il blues fuori dal comune, ma anche di un carattere difficile che lo porta ad una continua ma vana ricerca di un assetto stabile, Manolenta nel 1970 pubblica l’omonimo album solista che pur contenendo ottimi spunti non stupisce ed entusiasma più di tanto. Dopo altri tre album (461 Ocean Boulevard, There's One in Every Crowd, No Reason to Cry) in un crescendo quasi rossiniano, arriva la consacrazione nel 1977 con la pubblicazione di Slowhand. Abilmente sospeso tra brani originali e cover di grande prestigio, quest’album presenta un miscela esplosiva di blues, rock e pop che ottiene il consenso del pubblico e nel contempo dimostra la sua grande maestria a confrontarsi con generi diversi.

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“Senza Orario Senza Bandiera”: l’uomo secondo i New Trolls

Il 1968 è stato un anno particolare in quasi tutto il mondo. La contestazione studentesca, le battaglie per i diritti civili, il Vietnam, la liberalizzazione dei costumi, le droghe, hanno reso quest’anno un punto di svolta cruciale per la storia del XX secolo. E’ stato altresì un anno di grande fermento intellettuale, culturale e musicale; è perfettamente inutile ricordare il numero di capolavori usciti in questo anno magico da una parte all’altra dell’Atlantico. In Italia, sebbene in maniera molto più blanda, alcune di queste istanze si sono fatte sentire ed uno dei dischi in cui sono maggiormente presenti è senza dubbio Senza Orario Senza Bandiera, storico debutto dei genovesi New Trolls, uno dei gruppi più importanti del progressive rock italiano.

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“Grace”: un angelo di nome Jeff Buckley

Che Jeff Buckley fosse un predestinato era chiaro fin dall’inizio. Figlio d’arte, il padre Tim Buckley era uno dei cantautori più innovativi del rock e la mamma, Mary Guibert una discreta violoncellista. Cresciuto a pane e musica, riceve in eredità dal padre una voce incredibile, bellissima, angelica ed uno spiccato senso per la sperimentazione. Dopo diversi anni on the road in cui affina sia la sua tecnica chitarristica che compositiva, Jeff approda ai Bearsville Recording Studio dove, sotto al guida di Andy Wallace (già produttore dei Nirvana) registra il suo folgorante debutto per la Columbia Records. Con l’ausilio di un pugno di musicisti scelti personalmente dall’autore (Mick Grondahal al basso, Matt Johnson alla batteria e Gary Lucas alle chitarre) prendono forma tra quelle mura le dieci magnifiche canzoni che andranno a comporre la scaletta di Grace.

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Addio a Prince

Prince

Anche Prince, al secolo Prince Roger Nelson, ci ha lasciato in questo anno incredibilmente luttuoso per la musica. Una delle icone degli anni ’80, per anni pretendente al titolo di “re del pop” in contrapposizione con Michael Jackson, se ne è andato in un silenzio che stride col vigore della sua produzione musicale. Produttore, polistrumentista, musicista colto e raffinato, sperimentatore, attore, Prince è stato colui che più di tutti ha svecchiato la black music, traghettandola direttamente nel nuovo millennio

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“Here’s Little Richard”: la via nera al rock’n’roll

Il rock’n’roll non è nato dal nulla. Per anni studiosi e musicologi hanno tentato di capire quale fosse la fonte primigenia ed indiscutibile della “musica del diavolo” senza tuttavia riuscire a trovare una risposta univoca e soddisfacente. Persino sulla data di nascita c’è discordanza. Personalmente ritengo che il rock’n’roll sia nato da due filoni musicali differenti per poi fondersi in un’unica corrente. Esiste il r’n’r “bianco”, derivato da country e bluegrass ed il r’n’r “nero, derivato da blues, gospel, jazz e swing. Bill Haley, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash erano aspiranti cantanti country che hanno cercato di svecchiare la tradizione americana. Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley dal canto loro sono bluesman o cantanti di gospel che hanno tentato di diffondere e “nobilitare” la musica nera.

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“Trilogy”: in ricordo di Keith Emerson

In questo annus horribilis per il rock è da segnalare la scomparsa, il 10 marzo 2016, di Keith Emerson, forse il miglior pianista, tastierista, organista (insieme a Rick Wakeman) dell’intero panorama musicale del secondo dopoguerra. Geniale, istrionico, raffinato, spettacolare (leggendarie le coltellate inflitte sul palco al suo organo Hammond), tecnicamente inarrivabile, Emerson è stato paragonato più volte a Jimi Hendrix per le innovazioni, i suoni e le soluzioni armoniche apportate allo strumento. Gran compositore, arrangiatore e produttore è stato capace di unire i tumulti del rock alle suggestioni classiche diventando immediatamente un gigante del progressive rock.

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“Volunteers”: la rabbia degli Jefferson Airplane

Jefferson Airplane

Dopo la prematura scomparsa di Paul Kantner, membro fondatore dei Jefferson Airplane e padre della psichedelica made in USA, avvenuta il 28 gennaio 2016, è quantomeno necessaria una disamina di una delle opere fondamentali del quintetto di San Francisco per rendergli doveroso omaggio. L’album prescelto è Volunteers, forse l’album più politicizzato e polemico dei Jefferson, che segna la fine della loro fase “classica” ed una netta cesura con il loro passato di fricchettoni tutti “peace & love”. Dopo la solenne sbronza della Summer Of Love, i fasti di Monterey (1967), Woodstock (1969), Wight (1970) e l’inferno di Altamont (1969); dopo esser diventati uno dei gruppi più famosi e pagati al mondo, veri simboli della “controcultura” di fine anni ’60, Kantner e soci si destano da questo sogno meraviglioso per prendere atto delle contraddizioni in cui era stritolata la società americana, dalla guerra del Vietnam ai diritti civili, dalla rivolta studentesca alla guerra fredda, che l’epopea hippie non era riuscita a cancellare.

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Gli Eagles spiccano il volo con “Desperado”

In occasione della morte di Glenn Frey, membro fondatore degli Eagles, avvenuta il 18 gennaio scorso, è doveroso ricordarlo e omaggiarlo proponendo uno degli album più famosi della band cui apparteneva. In questo senso Hotel California sarebbe senz’altro la scelta più semplice, dal momento che si tratta del vero blockbuster del gruppo, il disco della gloria imperitura, ma proprio per questo sarebbe anche la scelta più banale. Bisogna ricordare il vero merito degli Eagles, ossia quello di aver sdoganato definitivamente il country presso il grande pubblico portandolo in cima alle classifiche di tutto il mondo, codificando, una volta per tutte, quello stile che sarà famoso col nome di country-rock. Già altre band avevano tentato un esperimento simile, come i Flying Burrito Brothers, i Byrds, ma solo Frey e soci hanno saputo trovare l’alchimia giusta per far si che la musica tradizionale americana acquisisse milioni di fan trasformandosi in fenomeno di costume. Proprio tenendo conto di queste premesse, la scelta si è orientata su Desperado, concept album del 1973, dedicato alla vita dei fuorilegge del vecchio West, i desperados appunto, sempre in bilico fra distruzione e leggenda.

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