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Pensieri&frammenti

Il caso Rolling Stone e la banalità del bene, la nota rivista rotola e finisce gambe all’aria

rolling stone

La rivista Rolling Stone ultimamente è balzata agli onori della cronaca per una campagna, con tanto di manifesto, contro l’italica cattiveria, personificatasi sotto le demoniache sembianze di Matteo Salvini. Nel documento, scritto con toni a metà tra l’apocalittico e il moraleggiante, si vaneggia un richiamo ai valori di civiltà e convivenza, infarciti di richiami all’abbandono di paure ancestrali, già sperimentate nel corso della storia. Ora, tralasciando il fatto che questi signori possano conoscere veramente o meno la storia, fa sorridere come essi si sentano inconfutabilmente dalla “parte giusta della barricata”.

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Da Virzì a Balotelli, inventarsi un’arte: come, quando e perché si è preso a trattare il film come oggetto artistico, il divo come maître à penser e il regista come autore

Virzì

Virzì è stremato, non sa più con quali nuove formule lessicali esprimere il proprio disgusto verso chiunque. Eppure continuano a tartassarlo. Lo intervistano, facce ride sembrano dirgli, e lui stanco esegue come chi ha ripetuto troppe volte la stessa barzelletta: quello è fascista, quest’altro razzista, questo qui neonazista e quello mi sta antipatico per fatti miei. E giù applausi. Loro chiedono, lui legittimamente replica e dice apertis verbis quello che pensa. A puntare il dito contro uno che risponde a delle domande – specialmente nel caso di specie – si registra però l’ennesima adesione di certi ambienti al solito orientamento politico e intellettuale, senza procedere oltre. Per farlo andrebbe ricercato il motivo per cui il suo giudizio venga imposto in maniera così autorevole nonostante un’opinione pubblica collocata ormai da tempo su posizioni opposte. Semplice: fa i film, è un artista, si dirà. Sì, e con questo? Cos’è che rende un professionista dell’estetica un filosofo, un analista politico, un sacerdote?

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Il nuovo patetico monologo di Roberto Saviano

Saviano

Volto sfatto, distrutto, espressione funerea, sospiri, toni melodrammatici, alla Barbara D’Urso: non manca proprio nulla, la sceneggiatura è pronta e il nuovo video-messaggio di Roberto Saviano può essere registrato e diffuso dai media. Il nuovo nemico diabolico da combattere è il neoministro dell’interno Matteo Salvini, reo di aver messo in dubbio la bontà disinteressata delle Ong che operano nel mar Mediterraneo. Un discorso tutto incentrato sulla difesa delle persone che salvano vite nel cimitero del mar Mediterraneo. E quel fanfarone e maleducato di Salvini, privo di capacità di analisi, comprensione e conoscenza del diritto del mare non può permettersi di usare parole disgustose (ovvero vice-scafisti) e mettere in discussione l’eroismo di queste anime belle.

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L’alienazione dal sacro e il continuo manifestarsi delle ierofanie tradizionali e moderne, tra Pasolini e Jung

sacro

Tramontate le ipotesi di un futuro senza religione, il sacro o l'archetipo tendono ad assumere un'apparenza tecnica, accettabile senza difficoltà anche dalla forma mentis illuministica; così, pure attraverso manifestazioni degenerate, quali teorie ufologiche, psicologie sacralizzate o feticci tecnologici, esse continuano a parlarci di una ineliminabile dimensione altra. L’occhio d’improvviso gli splende, il tono della voce si accalora, il discorso conosce l’inconoscibile tenerezza, scrisse Pier Paolo Pasolini («Tempo», 5 aprile 1969) ma non per descrivere l’incontro tra due amanti o il passaggio ad uno stato estatico, quanto l’ultima ierofania possibile: il discorso sul motore. L’ultima emozione in grado di scuotere i giovani spentisi nella società del benessere occidentale: parole di amore e di adorazione innanzi ad un cruscotto, quali estremi rantoli dell’agonia di Dio. Tale agonia, secondo Pasolini, non sarebbe durata ancora a lungo, salde allora le previsioni o piuttosto la “fede” in un futuro assolutamente non religioso infine mai giunto, smentito clamorosamente dal fuoco dei fondamentalismi, come dal rinnovato manifestarsi della religione quale realtà culturale necessaria alla comprensione dell’umano e del sociale fin dentro la modernità più tarda.

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Fenomenologia della tradizione e il mondo moderno e tecnico

tradizione

Consegnare, affidare, trasmettere, tramandare, parole che non dovrebbero farci diffidare. Parole che abbiamo avuto in consegna, affidate, tramandate insieme al concetto profondo che in esse è racchiuso, affinché lo custodissimo. Già, custodire, altro concetto che non sappiamo più dove abiti, ingarbugliati come siamo dentro i meandri di una modernità frenetica, senza classe né talento e troppo presi ad apprendere ipnoticamente una neolingua globalista a vocazione anglofona (). Prigionieri di un totalitarismo eufemisticamente chiamato liberalismo, che attraverso le leggi di mercato e la logica consumistica… procede allo sterminio delle anime e delle culture. La tradizione non è il passato… [essa] ha a che vedere col passato né più né meno di quanto ha a che vedere col presente e col futuro. Si situa al di là del tempo. Non si riferisce affatto a ciò che è antico… bensì a ciò che è permanente, a ciò che sta dentro. (A. De Benoist, Le idee a posto)

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Moriremo eleganti! La tirannia della mediocrazia in tutti gli ambiti del vivere civile

mediocrazia

L’anno scorso è stato pubblicato il saggio di un filosofo canadese saggiamente intitolato Mediocrazia, ma non è del libro che si vuole parlare, semmai del titolo. La mediocrazia come cifra del nostro tempo, il trionfo o anzi la tirannia della mediocrità in tutti gli ambiti del vivere civile. Gli esempi abbondano, non è difficile individuarla in ogni ambito della vita pubblica, dalla inappellabile medietà della politica alla generale incuria della produzione artistica e letteraria, per non parlare della volgarizzazione della lingua parlata e scritta, della condotta pubblica e privata, dell’abbigliamento e dell’oggettivo decadimento dell’architettura. Materiale di scarto, riciclo di avanzi estetici e politici presentati come novità. Ci siamo dentro tutti, nessuno escluso. Philippe Daverio, uomo d’eleganza sopraffina, ha definito il nostro tempo l’epoca del trash: Il trash è una cosa semplicissima: è l’opposto della complessità. Si prende un tema, lo si riduce al minimo dei suoi contenuti e quando si è superato il minimo di tollerabilità del banale, la sua capacità di comunicazione diventa vastissima. Portare un tema qualsiasi alla portata di tutti, indistintamente, operando solo con la carta vetrata fino a mostrarne le ossa e iniziando poi a rosicchiare anche quelle. L’intento fu nobile: rendere la complessità alla portata dei semplici. Peccato però che la realizzazione si è rivelata un disastro: invece di abituare ed educare alla complessità, si è ridotta questa ai minimi termini fino a non renderla più concepibile se non come affettazione, come posa o atteggiamento di aristocratica alterità.

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Rorty e l’ironia liberale: tra decostruzionismo e postmodernismo-riflessioni filosofiche

Rorty

Per alcuni aspetti la filosofia della scrittura di Derrida presenta alcune assonanze con quella dell'ultimo Wittgenstein, con il quale concorda sul fatto che il significato delle parole dipende da come queste sono scritte e pronunciate, crede che il modo di capire noi stessi e il nostro linguaggio cambino con il passare del tempo. Una delle parole di Derrida è différance, differanza, ogni cosa è diversa da ogni altra e nessuna parola usata due volte mantiene lo stesso significato. Derrida decostruisce le teorie classiche e fondazionali della filosofia, da Platone ad Heidegger, sino allo strutturalismo. È il decostruzionismo. Anche Derrida non confida in un linguaggio unico e con Rorty considera la filosofia un genere di scrittura come altri, ma la pratica decostruttiva di Derrida è radicale (tanto che un filosofo come Feyerabend lo definisce un ottenebratore).

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