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Sam Peckinpah
Sam Peckinpah è stato un regista di western sanguinosi e violenti

Il cinema anarchico e visionario di Sam Peckinpah

Anarchico e visionario come può esserlo solo un ribelle che non conosce regole, il regista e attore statunitense di origine indiana, finito nella lista dei migliori registi della storia del cinema, Sam Peckinpah (Fresno, 21 febbraio 1925 – Inglewood, 28 dicembre 1984), si fa avanti sulla scena cinematografica nel 1961, dopo aver servito nei Marines, essersi laureato alla University of Southern California ed aver lavorato per la televisione, con un western impregnato di disperazione e di disprezzo che rappresenta la negazione stessa del genere: La morte cavalca a Rio Bravo.

Ma Peckinpah, dapprima sceneggiatore televisivo, comincia la sua carriera come attore in pellicole come: Dial Red O (1955), I cadetti della III Brigata (1955),  L’invasione degli ultracorpi, (1956). Il mestiere di regista lo attende quando comincia a realizzare serie tv come Lo sceriffo di Dodge City, trasmesse anche dalla RAI, e The Westerner. Dopo aver firmato l’adattamento per il film di Marlon Brando I due volti della vendetta (1961), passa ai lungometraggi con il già citato La morte cavalca a Rio Bravo e dopo un breve ritorno al piccolo schermo firmando un episodio del serial Route 66, continua a raccontare il suo West con Sfida nell’Alta Sierra (1961).

Per Peckinpah il West è il luogo della morte e del sangue e tale assunto lo ha brutalmente ripetuto nella maggior parte dei suoi film, anche laddove l’epica western è trasferita nella rivoluzione messicana come dimostra il film manifesto del tramonto del western, Il mucchio selvaggio del 1969, in cui la violenza visiva tocca il parossismo e il ritmo della narrazione si contrae e si dilata in una angosciosa alternanza. Gli eroi di “bloody” Peckinpah sono uomini spietati, votati alla sconfitta come l’affarista della Ballata di Cable Hogue del 1970, che, scoperta una vena d’acqua nel deserto, la sfrutta e ci fa affari con le diligenze che transitano da quelle parti per finire vittima del progresso e, ironia della sorte, morire schiacciato da un’automobile.

La società americana di ieri che il regista statunitense osserva, non è tanto diversa da quella di oggi; ieri si uccideva sadicamente, dopo inseguimenti e crudeli agguati, basti pensare alla pellicola Pat Garrett e Billy the Kid del 1973, oggi si uccide per una ricompensa che cambi la vita ma ci si può anche scontrare con i concorrenti che puntano alla stessa ricompensa ed è una lotta feroce, ne è un chiarissimo esempio Voglio la testa di Garcia del 1978. Tuttavia si può anche organizzare una colossale rivolta contro uno sceriffo che vuole far rispettare i limiti di velocità a una torma di camionisti pronti a tutti come accade in Convoy-Trincea d’asfalto del 1978. Un tempo ci si batteva per il diritto alla vita, al denaro, all’amore, al potere, oggisi lotta per un rigurgito di follia e Peckinpah rovescia nelle immagini, con tutta la foga e il disgusto possibili, il suo odio per un mondo incomprensibile. Complice o eversore? Difficile dirlo, ma probabilmente Peckinpah è stato solo un cineasta allucinato, figlio di un’America in crisi e di un cinema che ha stentato a ritrovare la strada dello sviluppo la cui industria ha fatto affari con la violenza e il sadismo imperante in quel periodo.

Come ha affermato John Woo, Peckinpah è stato “un cavallo selvaggio che galoppa libero in uno spazio senza limiti. Ha saputo trascendere la tradizione per raggiungere una forma d’espressione cinematografica totalmente nuova. 1 suoi ralenti e i suoi montaggi paralleli agiscono come della musica. C’è Michelangelo nella struttura delle sue inquadrature. Questo film possiede ai miei occhi la grandezza di una tragedia greca.” Una tragedia greca dove il regista sembra plaudere alle forze distruttive dell’uomo e una civiltà frantumata dall’individuo, rendendo fascinoso il fallimento e la visione del tempo perduto in modo barocco e sovvertendo vecchie mitologie americane (soprattutto la concezione struggente del west di Ford) con nuove utopie.

Tra gli altri interessanti lavori del regista figurano: Cane di paglia (1971) con uno strepitoso Dustin Hoffman nei panni di un remissivo professore cui (forse) gli violentano la moglie, La croce di ferro (1977), ormai un classico di guerra, e Osterman week-end (1983) dove la battuta “La verità è una bugia che non è stata scoperta” è il simbolo di questo complesso ultimo film di Sam Peckinpah.

 

Bibliografia: F. Di Giammatteo, Storia del cinema.

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About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l’arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d’arte contemporanea.

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