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Humphrey Bogart, icona del cinema classico

Al culmine della sua fama, Humphrey Bogart, impresso nella memoria collettiva soprattutto per il ruolo di Rik (manifesto dell’uomo vero) nel capolavoro di Curtiz, Casablanca (1942), diviene un attore riconosciuto e un personaggio seguito, ma la sua storia presenta momenti controversi che rendono l’attore hollywoodiano uno dei miti del cinema americano degli anni Quaranta. Bogart, protagonista di numerosissime pellicole, con i suoi personaggi, dal gangster, all’antieroe, fino cinico romantico diverrà una figura riconoscibile e ammirata del cinema. Ma icona non si nasce, ci vogliono anni prima di creare un’immagine a cui la gente rimarrà legata “per sempre”.

Nato in una famiglia benestante, in seguito al conseguimento del diploma superiore delude le aspettative familiari rifiutando di accedere ai college prestigiosi ai quali era destinato, per arruolarsi in marina proprio a ridosso del primo conflitto mondiale. Al suo rientro riesce ad ottenere dei ruoli a Brodway e dal 1922 al 1929 reciterà in più di venti produzioni. È grazie a La foresta pietrificata, prima a teatro con lo spettacolo diretto da Robert E. Sherwwod, dove interpreta un killer evaso (Duke Mantee), poi al cinema con l’omonimo film del 1936 diretto da Archie L. Mayo, che Bogart entra nel circuito dell’industria cinematografica.

Sul grande schermo, già dal 1936 Bogart aveva forgiato la sua immagina da duro, dando così un taglio netto alle sue origini aristocratiche. Il suo viso, reso noto dall’evidente cicatrice sul labbro superiore, cui storia è avvolta nella nebbia del mito e del mistero, diviene riconoscibile e associabile agli stessi personaggi da lui interpretati, cinici uomini a sangue freddo, gangster della malavita americana degli anni Trenta che rincorrono il proprio sogno di potere e desiderio di conquista. Insieme a lui anche altri attori donano il loro volto e la loro coinvolgente espressività alle grandi “icone” gangster come James Cagney o Paul Muni.

Nonostante il successo di pubblico con il ruolo di Duke Mantee, la Warner Bros. lo relega a ruoli piatti di cattivo (I ruggenti anni Venti (1939); Il Vendicatore (1940); Gli angeli con la faccia sporca (1938). Per i primi vent’anni della sua carriera cinematografica, Bogart o chi per lui, non ha alcun controllo sui ruoli che gli son stati assegnati. Luise Booke addirittura paragona il contratto con le major di quel periodo ad un contratto di schiavitù, dove l’attore anche dotato di consenso pubblico, deve sottomettersi alle decisioni di produzione. Ma, come afferma lo stesso Bogart in uno dei suoi film più famosi, Il mistero del falco (1941), “A volte è necessario fare buon viso a cattivo gioco”.

L’attore attinge dalla sua frustrazione come attore e dalla sua nota combattività per costruire i suoi personaggi, quasi sempre in bilico fra violenza e depressione e il cui tormento interiore si riflette nei gesti e nei tic del suo volto (1). Questi che sembrano dei compromessi, sono però condizione necessaria che permettono in un secondo momento a Bogart di recitare nei ruoli che più gli confacevano. L’apice della sua carriera arriva negli anni Quaranta. Grazie alla sua tenacia e alla sua astuzia, riesce a capovolgere la sua posizione e rendere possibile lo svincolarsi dalla posizione limitante che le major imponevano. Come avviene nelle pellicole cinematografiche, quando interpreta astuti detective privati, Bogart è riuscito a sovvertire le regole anche nella sua vita privata. In quest’ultimo caso è ovvio che è necessario l’aiuto esterno. Il completo individualismo che caratterizza i suoi più celebri personaggi (Sam Spade, il detective Marlowe) non lo accompagna nella vita privata che è invece caratterizzata prepotentemente dalle persone con qui l’attore entra in contatto. La sua vita è infatti popolata da diverse figure che insieme a lui lavorano e lo assistono: scrittori, registi, fotografi. Alcuni non hanno grandi intuizioni sulle sue doti, altri non arrivano a conoscerlo profondamente, mentre alcuni addirittura lo comprendono più di quanto riesca  lui stesso. È stato sposato quattro volte. Prima con Helen Menken, con cui rimane per poco più di un anno, poi due matrimoni turbolenti prima con Mary Phillips, in seguito con Mayo Methot e in ultimo con la giovane Lauren Bacall conosciuta sul set di Acque del sud (1944).

Un altro grande amore dell’attore oltre quello rivolto alle belle donne, è quello verso il fumo, che lo ha portato alla fine degli anni Cinquanta alla morte e l’alcool. La figura stessa del Bogart reale viene spesso confusa con la stessa dei personaggi che come lui aspirano sigarette una dietro l’altra. La sua espressione scavata, la sua voce roca, la sua struttura fisica esile si contrappone al modello di uomo che veniva propinato in quel periodo dai media, ma questa differenza è ciò che lo rende il mito riconosciuto del cinema classico. Il biografo inglese Jonathan Coe, a scapito della figura mitica che avvolge Bogart, nel suo testo Caro Bogart edito da Feltrinelli, afferma che aldilà del mito, Bogart era anche un uomo comune, ricco di difetti, passioni, amori, matrimoni e furibondi litigi. La vita cinematografica si incastra con quella personale. Il suo carattere entra nei personaggi che interpreta. Da Una pallottola per Roy (1941) a Il mistero del falco e Casablanca (1942), Bogart  ha cercato di ridefinire il suo suolo di duro tormentato ponendo anche le basi per i protagonisti dei film noir di quell’epoca.

Per il resto della sua carriera l’attore ha cercato in ogni modo di apportare dei cambiamenti al suo personaggio noir anche grazie alla moglie Bacall con la quale ha girato tre grandi classici come il già citato Acque del sud, Il grande sonno (1946) e La fuga (1947). Entrambi riescono anche a riunire un gruppo di personalità del cinema che si reca a Washington per protestare contra la caccia alle streghe promossa dal senatore Joseph McCarthy. Questi anni che lo hanno messo nella posizione di avere diversi nemici nell’ambito della timorosa industria cinematografica hollywoodiana, contribuirono alla formazione dello status di icona di Bogart “iconoclasta che difendeva i perdenti”(2).

L’attrice Mary Astor si è espressa in questi termini: «Eccolo lì, proprio lì, sullo schermo, mentre dice a gran voce quello che tutti cercano di dire oggigiorno: “Odio l’ipocrisia. Non credo nella parole, alle etichette e a molto altro. Non sono un eroe. Sono un essere umano».

 

 

(1) Bogart, a cura di Paul Duncan, James Ursini, Taschen, Kolh, 2007

(2) Ibidem

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