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Il cinema britannico del dopoguerra: Olivier, Lean, Hamer, Reed

Il cinema del dopoguerra affoga nella confusione; molte sono le scelte che si presentano davanti agli autori, i quali si smarriscono, ma nonostante l’incertezza, molti si mostrano tenaci e determinati. Tra i “pavidi” vanno annoverati gli inglesi Laurence Olivier, David Lean, Robert Hamer, Carol Reed dando nuova linfa vitale al cinema britannico. Tuttavia la vitale industria britannica, deve far fronte all’invasione americana ed infatti il governo laburista impone un diritto doganale del 75% sui film made USA, ma davanti alla rivolta di Hollywood fa marcia indietro e ripiegando su di un altro provvedimento che riguarda le sovvenzioni alla produzione nazionale attingendo a un fondo ricavato da una tassa sui biglietti d’ingresso. Intervento, questo, utile ma non risolutivo.

La vitalità del cinema britannico dunque, risiede nei propri autori: il patriottico Olivier, ad esempio, realizza un film affascinante e ricco di invenzioni, Enrico V (1945), per poi proseguire con un nuovo Shakespeare, l’elegante Amleto (1948) che vale al regista una valanga di premi, lavora sui toni scuri per Riccardo III (1955), per poi approdare al sentimentale e mediocre Il principe e la ballerina (1957) con Marilyn Monroe. Si sperimenta molto in questi anni, si lavora sulla commedia come sul dramma e sullo spettacolo; Michael Powell ed Emeric Pressburger producono e dirigono una serie di film che certamente non sono dei capolavori ma non mancano di interesse. I due registi-produttori sperimentano con i colori e con la narrazione, che non deve per forza essere legata alla logica; il primo film prodotto dai due è l’antimilitarista Duello a Berlino (1943) che prova molte proteste da parte dei patrioti. L’uso insistito del flashback, l’assegnazione ad una sola attrice (Debora Kerr) di tre personaggi e il vertiginoso movimento della macchina da presa, dimostrano quanto spirito innovativo avessero i due registi come dimostrano anche in Scala al paradiso (1946) dove si coniugano realtà e fantasia, i risultati di Narciso nero (1947) invece rivelano una certa consapevolezza dei problema del realismo e della trasfigurazione della realtà. Scarpette rosse (1948) può essere definito un film manieristico: la fiaba del danese Andersen offre ai registi l’occasione per un’esasperazione degli effetti nel raccontare la vita lacerata di una ballerina divisa tra arte e amore. Un’eccezione per Powell e Pressburger è tuttavia rappresentata dal film La volpe (1950) che narra di una ragazza scontrosa costretta a subire la prepotenza nell’ambiente in cui si trova e che non rientra nelle corde dei due registi visionari.

Solo Powell riesce a condensare in un film angoscioso, L’occhio che uccide (1960) il suo modo di vedere e di fare cinema: il protagonista del film è un fotografo che con una macchina a passo ridotto e azionando una lama nascosta nel cavalletto, uccide le ragazze che riprende; l’occhio del cinema uccide e riprende per sempre la morte e nessuno sa che fine abbiano fatto le povere ragazze scomparse. Solo una cieca, la madre dell’ultima ragazza della quale il folle fotografo si è innamorato, intuisce il mistero. Chi guarda quindi è un potenziale assassino, mentre il cinema è un assassino reale.

Ma non tutti gli inglesi sono dei visionari; lo è stato Olivier, Powell, Pressburger e a modo suo anche Carol Reed, attore e sceneggiatore la cui carriera inizia senza particolari sussulti: E le stelle stanno a guardare (1939), La via della gloria (1944) che ottiene l’Oscar ed ecco che durante il dopoguerra realizza tre film in cui il dimesso realismo lascia spazio a tensione celate che ora sconvolgono l’ordine del racconto: Fuggiasco (1947), Idolo infranto (1948), Il terzo uomo (1949); si tratta di drammi che mettono in risalto la parte oscura della personalità, tra incubo, ossessioni (la colpa, il peccato, l’amicizia) e realtà.

L’originale David Lean dirige, nel 1942, un film di guerra, Eroi del mare, una commedia divertente, Spirito allegro (1945), Grandi speranze (1946), Oliver Twist (1948), ma è il capolavoro Breve incontro, storia di un amore rifiutato per mancanza di coraggio (1945), a far conoscere al mondo la vitalità del cinema britannico. Lean realizza film sulla linea realistica non facendosi mancare il successo commerciale, arrivato soprattutto con Il ponte sul fiume Kwai (1957), con Lawrence d’Arabia (1962) e con Il Dottor Zivago (1965). Il linguaggio per Lean possiede una magia che scaturisce dalla verosimiglianza, egli fa riflettere i sentimenti dei personaggi nell’ambientazione, in scenografie imponenti, questo è il senso stesso dei suoi film.

Il panorama inglese del dopoguerra termina con la commedia del nonsense. L’umorismo nasce dal contrasto delle improvvisazioni dei piccoli e grandi delinquenti con lo scorrere della vita cittadina. Tali film rappresentano la parte migliore del genere commedia, dove l’assurdo è vissuto dai protagonisti come se fosse l’unica realtà accettabile e quindi più normale della realtà stessa (pensiamo a Passaporto per Pimlico del 1949 o a L’incredibile avventura di Mr Holland del 1951). Dal romanzo di Roy Horniman poi, deriva il film con Alec Guinness interprete di otto personaggi che fanno parte del clan dei d’Ascoyne al centro dell’elegante Sangue blu (1949) di Robert Hamer. La signora omicidi (1955) invece, è un divertente film a colori diretto da Alexander Mackendrick e che ha tra i suoi protagonisti anche Peter Sellers. Si tratta di commedie inquietanti, animate da prepotenti,  probabilmente considerate dagli inglesi una sorta di esorcismo dopo le angosce delle guerra.

 

Bibliografia: F. Di Giammatteo, Storia del cinema.

 

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About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l’arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d’arte contemporanea.

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