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Un borghese piccolo piccolo

Un borghese piccolo piccolo: condanna al costume italiano

Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli è un significativo esempio di ciò che ha caratterizzato la grande commedia all’italiana, la cui cifra è quella di aggredire e deformare, anche in maniera spietata, la realtà, estremizzando situazioni e personaggi, sebbene con questo e altri film come Brutti sporchi e cattivi si decreti la fine della gloria della commedia italiana, virando la propria critica nell’angoscia e nel grigiore, non più nel riso amaro. In questo senso i film di Monicelli, sin dalla svolta epocale rappresentata dalla pellicola della fine degli anni ’50 I soliti ignoti, passando per La Grande Guerra, Il Generale della Rovere fino ai successi commerciali Brancaleone e Amici miei (atto I e atto II), hanno sempre un risvolto politico, raccontando l’evoluzione della società e del costume italiano.

Un borghese piccolo piccolo: una condanna al costume di un intero Paese

Se nella vita non avete altro obiettivo che curare il vostro orticello stando bene attenti a delimitarne i confini, sappiate che c’è un manuale fatto apposta per voi. In Un borghese piccolo piccolo, tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, troverete tutte le informazioni che cercate. E non state a preoccuparvi troppo del fatto che il film sia uscito nel 1977, perché l’immobilismo della società, nonché il fatto che si tratta di un vero e proprio ‘classico’, sono garanzia di attualità.

Un borghese piccolo piccolo vi insegnerà tutte le tecniche per ‘sistemarvi’, in modo tale che possiate continuare indisturbati la vostra vita fatta di soddisfazioni piccolo-borghesi. E se siete già sistemati, sarà uno strumento imprescindibile per estendere il vostro ‘status’ anche ai vostri figli. Perché il benessere è un qualcosa che deve durare nel tempo, il benessere va pianificato. Pianificazione è sinonimo di benessere. Se seguirete pedissequamente tutte le istruzioni, il vostro orticello non sarà che il punto di partenza per arrivare in Paradiso passando per il giardino della massoneria. Tuttavia, come i foglietti illustrativi contenuti negli scatoli dei medicinali, Un borghese piccolo piccolo ha cura di non omettere i possibili ‘effetti collaterali’, e vi rende edotti del fatto che c’è una (remota, per carità) possibilità che le cose non vadano esattamente come le avevate previste. Talvolta quell’armonia che vi eravate faticosamente conquistati – anche a colpi di ‘compromessi massonici’ -, può essere alterata dal ronzio di un insetto, che, nato in palude, cede alla tentazione di librarsi, per una volta, tra alberi perfettamente ordinati e sentieri fioriti: anche l’insetto non rimane indifferente al fascino dell’orticello.

Così può capitare che vostro figlio venga coinvolto in una sparatoria proprio mentre sta per andare a vincere il concorso per la vita comoda. Ed è proprio quello che succede al protagonista del film, Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi che qui dimostra grandi doti drammatiche, superando la maschera della macchietta), che una volta messo di fronte a quella che è per lui un’’alterazione’ inaccettabile della sua pianificazione, avrà come unica ragione di vita la vendetta, la soppressione dell’elemento di disturbo, l’uccisione dell’insetto. Le sue pulsioni vendicative non sono soltanto figlie del dramma della perdita del povero figlio Mario (Vincenzo Crocitti); nascono, principalmente, dall’incontro ravvicinato e improvviso con il disordine, il peggior nemico della piccola borghesia. Perché il disordine costringe a pensare, riconsiderare, riprogrammare tutta la propria vita. E allora Vivaldi persuade se stesso e la moglie di poter ripristinare l’ordine perduto attraverso il sequestro  dell’assassino (involontario) del figlio; sequestro che, tuttavia, si dimostra inadeguato a colmare il vuoto lasciato, in quanto l’agonia del ragazzo, che i coniugi Vivaldi speravano tenesse loro occupati per un tempo indeterminato, sarà molto breve per il rapido sopraggiungere della morte. Nuovo disordine inaspettato, dunque; disordine cui i coniugi Vivaldi reagiranno in modo solo formalmente differente. Perché se la moglie Amalia di lì a poco perderà la vita a causa della sua depressione logorante, Giovanni si illuderà di continuare a vivere. Ma sarà solo una caccia agli insetti.

Un borghese piccolo piccolo, muovendosi tra dramma e commedia, scava nelle miserie umane del quotidiano offrendo allo spettatore un ritratto feroce del costume italiano, tutt’altro che consolatorio, costituito da raccomandazioni e clientelismi; è un’Italia impaurita, egoista, disillusa e disperata quella rappresentata da Monicelli che però qui non ha optato per una satira ficcante, in un momento storico (siamo ormai alle porta degli edonistici anni ’80) dove gli italiani non fanno più ridere, non ‘inciampano’ più, presi come sono dal soddisfacimento dei propri miseri interessi; per questo motivo Monicelli ha realizzato un film attingendo dai problemi di quella società aspramente criticata da Pasolini. E il film sembra, per certi aspetti, un omaggio allo scrittore brutalmente ucciso solo due anni prima. Vincenzo Cerami, autore del romanzo da cui trae spunto la pellicola, era infatti amico di Pasolini, e il suo editore, Garzanti, era sia amico sia coimputato dell’autore di Ragazzi di vita. Non solo. Anche il finale del film è un rimando a Pasolini, in quanto la seconda ‘vittima’ di Vivaldi è interpretata da Ettore Garofolo, un ragazzo di borgata che aveva esordito come attore in Mamma Roma.

 

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