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Beat generation

Beat generation: la protesta contro la società e la tradizione idealistica

Il dopoguerra è un periodo fertilissimo per le correnti di pensiero antimilitari e pacifiste. La ferita lasciata dagli orrori della guerra era troppo grande e ancora fresca per tutte le società di quel tempo, una ferita che non si sarebbe rimarginata mai completamente. Tra tutte le correnti di pensiero nate subito dopo il dopoguerra, c’è ne è una, in particolare, che esprime in maniera magistrale il connubio tra educazione e letteratura e che si è resa capace di creare una vera rivoluzione culturale ed è stata la beat generation. La sua nascita è solitamente collegata alla Columbia University, e all’incontro di giovani studenti quali, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr. Essi si oppongono alla vecchia tradizione idealistica e letteraria che i loro professori tenevano in vita e volevano offrire al mondo un nuovo modo di pensare, una nuova “visione”.

Il gruppo negli anni cambia, si aggiungono successivamente Neal Cassady, che diverrà un importantissimo protagonista della cultura beat, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. La beat generation giunge anche in Italia attraverso le traduzioni di Fernanda Pivano a metà degli anni ’60.

Per capire il movimento beat molti critici e gli stessi scrittori appartenenti al modo di pensare beat si sono chiesti: cosa significa beat? Ma al contrario di quello che si può pensare, non è una semplice ricerca semantica quella che si rende necessaria per comprendere il termine, bensì una ricerca spirituale, che palesa nel suo significato l’intera espressione del movimento. Difficile stabilire se beat avesse un significato positivo, preso da “beatitudo”, quella dello spiritualismo zen o delle droghe più svariate, o beat come sconfitto in partenza. Il centro era stato New York, con Allen Ginsberg, Jack Kerouak e Neal Cassady, combattenti contro il capitalismo, la discriminazione sessuale e la crescita del potere dei media.

Il successo del libro di Kerouac, morto a soli 47 anni, On the road (Sulla strada) avrebbe dato vita al movimento dei figli dei fiori, alle lotte contro la guerra del Vietnam, al movimento studentesco.
Il viaggio intrapreso da rappresentanti della beat generation è verso il nulla, poiché l’importante non arrivare ma partire, muoversi nella speranza. Tale concezione che nasce da un desiderio di libertà di espressione, dinamismo vitale, spiritualità prorompente e una feroce contestazione alla società e ai suoi modi di imprigionare gli uomini nei suoi schemi spersonalizzanti, comprende l’universalità delle cose, una ricerca intima del tutto, ma attraverso tutti i mezzi, come l’alcol, la droga o l’ incontro carnale libero. Dice lo stesso Ginsberg:

“Ho visto le migliori menti della mia generazione /distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche/trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…/ a fumare nel buio/soprannaturale di soffitte ad acqua/fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz…/Ho visto le migliori menti della mia generazione che mangiavano fuoco in/hotel ridipinti…/che vagavano su e giù a mezzanotte per depositi ferroviari chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati.” (da Howl- Urlo di Allen Ginsberg).

I poeti e gli scrittori beat cercano un senso liberatorio e un rifugio contro la società che li opprime nei suoi costumi e nelle sue feroci imposizioni, sentono perciò il desiderio inconscio di scappare, di trovare un nuovo stile di vita ovunque si trovino, sono cosmopoliti universali, sono grandi sognatori e fedeli discepoli della strada, metafora del percorso vitale che ciascuno può intraprendere, oltre che talentuosi scopritori dell’animo umano.
Per il loro stile di vita è facile chiamarli “poeti maledetti” oltre che collegarli agli autori della distruttiva Lost Generation, da cui gli stessi autori beat ammettono di trarre ispirazione.
<<Sono bambini all’angolo della strada che parlano alla fine del mondo>> afferma Kerouac, e probabilmente questa è la definizione più giusta per gli autori beat, essi sono uomini, come tutti gli uomini, che professano libertà ed insofferenti alla guerra.
Solo dopo aver compreso tutto questo che la parola beat sembra acquisire un senso, beat come sconfitta, quella subita contro la società, contro i costumi sporchi di sangue ormai troppo radicati nella tradizione, beat come ritmo, come quel dinamismo che porta a non fermarsi mai e a continuare il viaggio liberatorio dell’ anima, beat come ascesi nella spiritualità più profonda del proprio io, una discesa nei meandri di se stessi e degli altri, attraverso viaggi mentali provocati dalle droghe, per scoprire, secondo gli esponenti della beat generation, il tutto universale.

Ma beat generation non è sinonimo di vandalismo e violenza, di tossico o di sbandato; gli scrittori beat sono in uno stato di beatitudine; provano  ad amare tutta la vita, ad essere pazienti e sinceri con tutti in questo pazzo e frenetico, ispirandosi al cattolicesimo, allo spiritualismo e al taoismo. Questo è il vero spirito della beat generation.

Per tutte queste “definizioni”, la cultura beat diventa popolare negli anni, acquistando sempre maggior riscontro nella generazione del dopoguerra, sfociando poi nei movimenti hippy, nelle manifestazioni pacifiche di massa contro la guerra del Vietnam, ma anche per la sua connotazione di gruppo ribelle, per gli attacchi che riceveva dai giornalisti, incapaci di operare quella rivoluzione che il movimento beat stava portando, per le contestazioni ricevute, per il bombardamento mediatico sotto cui vivevano. Come tutti i movimenti originali e influenzanti, anche la generazione beat ebbe la sua fine, il suo successo, che raggiunse l’apice negli anni 50′ e agli inizi degli anni 60′ andò poi lentamente perdendosi fino ad una conclusione che i critici datano intorno alla fine degli anni 60′ e agli inizi degli anni 70′.

Ancora oggi si possono trovare le influenze lasciate dalla cultura beat (spesso considerata e riproposta in maniera errata): dalla musica al cinema, dalla letteratura al modo di vestire. Quei viaggi fatti solo per il gusto di farlo, che ancora sono presenti in molti film, quella ricerca di un senso di pace universale che pervade ancora oggi molti romanzi, ma soprattutto l’immaginario di moltissimi autori.

E in definitiva possiamo raccogliere tutto quello finora detto con lo stesso titolo con cui John Clellon Holmes pubblicò il suo articolo,spesso definito manifesto della generazione beat, sul New York Times nel 1952, This is the beat generation!

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Giunto faticosamente alla fama negli anni dieci e rafforzatosi nella stima generale tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, il professore Alfredo Panzini è stato narratore, critico, elzeverista, lessicografo, traduttore e saggista, celebre e amato dai suoi contemporanei, una figura di primo piano nel panorama delle lettere italiane del tempo che fu, ma poi nel secondo Novecento ignorato dalla critica, è stato consegnato ad un oblio che lo ha tagliato fuori dal mercato editoriale. L'esordio narrativo di Panzini risale al 1893, quando pubblicò, negli anni dominati dalla narrativa verista e positivista, Il libro dei morti, passato quasi inosservato alla critica e al pubblico, cui fece seguito, tre anni dopo, la raccolta di novelle Gli ingenui, su cui cadde l'attenzione di Luigi Capuana, il quale gli dedicò, insieme a Grazia Deledda, un paragrafo del suo libro Gli ismi contemporanei, cogliendo nell'autore una certa maturità letteraria rispetto a Il libro dei morti e il suo maggior difetto nel fatto che "è un artista che pensa troppo, o meglio, che lo lascia scorgere troppo". Dopo il secondo romanzo La moglie nuova del 1899, Panzini pubblicò come strenna il volume di novelle Lepida et trista (1901-1902), quasi contemporaneamente a Piccole storie del mondo grande, pubblicato con il più grande editore del tempo, Emilio Treves.