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“Dingo”: il cane di Mirbeau e il post realismo

Octave Mirbeau è uno di quegli autori marchiato dal sottotitolo: “dimenticato dalla critica”. Vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Mirbeau non ha avuto vita facile: molte sue opere e commedie teatrali sono state travisate addirittra per romanzi erotici, e quindi censurati, tanto della rottura delle stantie moralità che ha rappresentato.

Tra i grandi innovatori del romanzo, tra i più fini traghettatori verso un nuovo modo di scrivere, Mirbeau nelle sue opere riesce a far intravedere in filigrana quello che Marinetti andava teorizzando in quel periodo. Ci sono diversi livelli di lettura di questo romanzo, strano, particolare, ma che a noi lettori del duemila non deve sorprenderci: per noi che abbiamo il quadro della storia già completo e non dobbiamo far altro che voltarci indietro e guardare, magari non sorprenderà molto che lo scrittore riesce a segnare anche una tensione che decreta netta distanza dal passato balzachiano e degli echi zoliani. Non a caso sono suoi i tre capitoletti, censuratissimi all’epoca, che ha chiamato proprio “La morte di Balzac”. Per sua stessa definizione, o meglio, “autodefinizione”, Mirbeau è un espressionista, un Van Gogh dalle nervose e imprevedibili pennellate.

Dingo, insieme a La 628-E8, il romanzo che ha per protagonista una automobile, rappresenta proprio una di queste pennellate folli, ma di quella follia che serve a spingere oltre l’asticella dell’umano possibile. Pubblicato nel 1913, Dingo è un romanzo che vede come protagonista un cane. Il narratore-personaggio è coinvolto solo da spettatore nell’opera: assiste come potrebbe assistere ognuno di noi. Forse dietro questo scrittore spigoloso, che non sopporta le ipocrisie, duro e irreprensibile, c’è forse l’alter ego di Mirbeau: ma non è questo quello che di questo romanzo preoccupa più di tanto.

“Preoccupano” invece le infinite (o perlomeno molteplici) possibilità di lettura. Dingo è un cane selvaggio, che, affamato, arriva al piccolo paesino di Ponteilles-en-Barcis, nel Vexin. È affamato, ammazza le pecore, semina terrore. Si aggira e vagabonda. Una ondata di selvaggia prepotenza. Ma non fa male a nessuno: un po’ come la bella Juliette Binoche in Chocolate, che arriva vestita di rosso e apre una cioccolatteria nel bigotto paesino.

A proposito delle molteplici possibilità interpretative: <<Surtout un chien tel que Dingo, “animal réfractaire à la classification par espèces”, et qui, au lieu de n’être qu’une copie conforme fabriquée en série, est tout à la fois, selon Pierre Dufief, “un individu unique”, un “modèle esthétique” contrastant avec la laideur ambiante des humains>> (<<Soprattutto come cane Dingo “animale refrattario alla classificazione per specie” e che, invece di essere una copia fatta in serie è allo stesso tempo, secondo Pierre Dufief “, un individuo unico” un “modello estetico” in contrasto con la bruttezza della specie umana>>) È quello che dice Pierre Michel parlando di questo libro. E ancora: <<L’ennui, pour cette interprétation naturiste, c’est que Dingo n’est pas seulement un de ces  bons chiens chantés par Baudelaire, compagnons de misère des poètes et des marginaux, modèles de pitié pour les humbles et les souffrants de ce monde>>. (<<Il problema di questa interpretazione naturista è che Dingo non è solo uno di questi buoni cani raccontati da Baudelaire, compagni di poeti miseria e modelli marginali di pietà per gli umili e per la sofferenza di questo mondo>>.)

Insieme al suo padrone, attraversano la Svizzera, l’Italia, la Germania: pian piano il suo padrone si accorge delle grandi e non comuni abilità del suo cane. A volte è rabbioso, aggredisce le persone, altre è mansueto e sembra farsi carico di una umanità forse anche sconosciuta agli stessi umani.

Durante questo lungo viaggio, tra l’uomo e il cane si stabilisce un legame profondo, intimo, come se Dingo non fosse un cane: “À Paris, Dingo redevint triste. Il ne sut plus que faire. Trop de gens, trop de maisons, de rues encombrées, plus assez d’espaces et de grands horizons. Il languissait, s’étiolait, ne montrait aucun empressement à sortir, dormait presque tous les jours, roulé en boule, sur des cousins”. (“A Parigi, Dingo è diventato triste. Non sapeva cosa fare. Troppe persone, troppi case, strade affollate, sufficienti spazi e ampi orizzonti. Lui languiva, è appassito, non ha mostrato alcuna smania di uscire, dormiva quasi tutto il giorno, raggomitolato su cugini.”)

È un romanzo in cui le solitudini si incontrano: o meglio, Dingo le mette in risalto, come se le evidenziasse quando si accosta a uno dei qualsiasi personaggi: Sir Herpett,  Jules Claretie. Di questo ce ne rendiamo conto quando Dingo muore, lasciando solo il suo “compagno umano”, che tanto aveva voluto allontanarsi dai suoi simili.

Dingo è un testo di satira sociale, come molta critica francese afferma: è forse giusto non divagare troppo e dare una più o meno netta sistemazione a questo romanzo. Anche se le speculazioni filosofiche, gettate come semi in tutta l’opera letteraria e teatrale di Miabeau, non possono esimerci dal leggere anche questo romanzo con gli occhi offuscati dalla patina della satira. La tecnica di Mirbeau sembra incavarsi in quel solco di destrutturazione dell’io, quell’allontanarsi dall’essere. Con personalità come questa non bisogna essere prevenuti ed affidarsi ciecamente alla critica: è innanzitutto uno sperimentatore, uno dei primi che lascia spazio al lettore, che lo lascia libero di pensare, che non lo immobilizza in pagine di crudo realismo.

 

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