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Svevo e i suoi ultimi anni: un nuovo atteggiamento morale

Nel 1927, licenziando la seconda edizione di Senilità, Italo Svevo scriveva: <<Anch’io, che so ormai che cosa sia una vera senilità, sorrido di aver attribuito ad essa un eccesso in amore>>. Forse, con questo me aculpa, Italo Svevo voleva solo scusarsi di aver mantenuto, anche nella ristampa, un titolo censuratogli dall’amico Larbaud, come fortuito e restiamo stupiti se si pensa che proprio un anno prima, nel 1926, era stata composta la Novella del buon vecchio e della bella fanciulla dove si misura tutto lo scarto la senilità dal punto di vista dello stato morale e quella dell’atto di nascita.

Considerando nell’insieme del loro patetico terzetto, i tre maggiori protagonisti di Svevo, la senilità si può specificare in uno di essi, Emilio Brentani, come un eccesso d’amore, ma si tratta di un eccesso della libidine di vita, contraddetto dall’incapacità di vivere. Tali slanci rientrati, in un uomo ancora giovane portano all’annichilimento sul piano dell’azione, al rimorso su quello morale. Ma nel vecchio le rinunce sono frutti di stagione, in accordo con la natura e alla natura non si vince se non obbedendole e questa obbedienza è qualcosa di molto più attivo della rassegnazione, comporta molto più energia, e restituisce a chi la esercita, una confortante vena di ottimismo. L’ottimismo che Svevo non nascose durante i suoi ultimi anni: ancora un po’ scettico ma sicuramente meno ironico e insidioso rispetto a quello di Zeno.

La vera “senilità” di Svevo

La vera senilità ci offre un nuovo atteggiamento morale di Svevo. A prima vista si stenta a ravvisare nel “buon vecchio” della Novella, il solito protagonista dello scrittore triestino. L’autore stavolta ha confuso l’antico ospite della sua fantasia sotto una pioggia di punti di forza, elargendogli tutti i connotati della felicità: ricco, capace di contentezza e molto disponibile. Risorto dalle cenere di Alfonso Nitti e di Emilio Brentani, l’uomo di Sveva sembra  che sia approdato finalmente a una canuta serenità; è diventato un adattabile e lo si vede anche dal suo aspetto esteriore: veste con accuratezza, è signorile e gradevole, portando con serietà i suoi anni.

La penna di Svevo è diventata più indulgente, e registra gli incanti di quel benessere egoistico ed epicureo che spesso si addice ad un buon vecchio. Adesso Svevo sente venir meno il bisogno di far soffrire il suo personaggio, anzi gli concede molti compensi; il segreto di questo suo buon vecchio sta nel saper alternare la buona regola con le piacevoli infrazioni, cedendo a queste ultime con disincanto. Quando infatti riesce ad invitare in casa sua la bella fanciulla che conduceva la tramvia, con la scusa di aiutarla a trovarsi un impiego più conveniente, il buon vecchio crede al pretesto filantropico nello stesso modo in cui crede ai suoi fragili proponimenti di rispettare la ragazza e inganna il tempo riempendolo di considerazioni morali.

Sembra proprio che questo vecchio protagonista di Svevo sisia dimenticato di essere stato, un tempo, il protagonista di Una vita, Senilità e della Coscienza di Zeno. Ma come giudica l’autore il suo personaggio? C’è indubbiamente una venatura d’ironia nella sua bonarietà; il suo giudizio morale è implicita nell’intelligenza che ha di lui: Svevo giudica il vecchio, rappresentando come naturali e inevitabili tutti i suoi moti ed è ovvio che patisca lacune somiglianti a quelle di Zeno ma bisogna far attenzione all’ultima svolta che riserba la novella. Il giorno in cui un attacco di cuore gli toglie il piacere di amare, finiscono col tornargli utili anche quei dilemmi e considerazoni morali che prima aveva tenuto poco in considerazione. Alla luce di questi principi, il vecchio mette mano ad un trattato sui rapporti ideali tra vecchi e giovani; si mette a scrivere. Ma il trattato si ferma alla parte negativa, infatti nel momento in cui si dovrebbe affrontare la parte positiva, ecco che il buon vecchio è trovato stecchito “con la penna in bocca sulla quale era passato l’ultimo anelito suo”.

In questa novella, Svevo rovescia l’ordne della forze in gioco, capovolgendo l’effetto dinamico: il vecchio ora dventa scrittore solo dopo la crisi, la letteratura è la sua banchina di approdo ela morale un conforto. Dentro il semplice disegno di novelle come quella del Buon vecchio o del Vino generoso, Svevo trova un argine per riordinare una folta materia di resipiscenze fisiche e morali, nausee, terrori e presagi di morte, meditazioni.

Svevo e il conforto della morale: Una burla riuscita e Il Vecchione

Persino Una burla riuscita accusa una scissura tra la prima e la seconda parte. In quest’ultima la beffa atroce giocata alle superstiti ambizioni letterarie del povero Mario Samigli, impronta il suo moto al moto delle vicende, dei casi e dei personaggi che gesticolano nei loro indaffarati andirivieni. Mario riflette sulla vita e trova i pretesti delle constatazioni morali. Messa a contatto con la favola Una Madre, l’introduzione della Burla si illumina e finisce con l’apparire anch’essa un frammento di diario nel quale Svevo, attraverso una terza persona poco meno trasparente del buon vecchio, descrive le intime vicende che l’hanno convinto a farsi scrittore di apologhi.

Del romanzo Il Vecchione, invece, iniziato da Svevo negli ultimi mesi della sua vita, con l’intento di proseguire la Coscienza di Zeno, ci è giunta solo l’introduzione. I motivi ideali che mozzano Il Vecchione sono gli stessi Svevo aveva divinati, quasi con la lucidità di un presentimento, quando aveva deciso che la morte “stecchisse” il buon vecchio alle soglie del suo utopistico trattato. Potremmo definire Il Vecchione il trattato del buon vecchio di Italo Svevo. All’apparire di una fanciulla che ha tagliato la strada alla sua automobile, il Vecchione si sente aggredito ancora una volta dagli stimoli della gioventù. Se non si ritrovasse affianco, che lo richama all’ordine e alla realtà, l’ironia della moglie, lui crederebbe a queste reviviscenze. Cercherà d risalire e fissare il tempo, descrivendolo, cercando, attraverso delle virtù, di rendere viva e cosciente l’inerzia della vecchiaia.

 

Bibliografia: G. Debenedetti, Saggi critici, Seconda Serie.

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About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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