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Jean-Paul Sartre: dalla Melancholia di Dürer a “La nausea”

La nausea è un romanzo di Jean-Paul Sartre, scritto nel 1932 e pubblicato nel 1938. In origine l’opera prendeva il nome di Melancholia, in onore dell’incisione del 1514 di Albrecht Dürer. Sartre usa gli oggetti come espressione dell’esistenzialismo dell’uomo e probabilmente scelse quest’opera per la rappresentazione di alcuni oggetti: una bilancia, un cane scheletrico, attrezzi da falegname, una clessidra, un solido geometrico (un “troncato romboedrico” o “poliedro Dürer”), un putto, una campana, un coltello, una scala a pioli, che rappresentano alchemicamente la difficoltà di tramutare il piombo in oro. È possibile compararli con il protagonista Antoine Roquentin che non riesce a portare a termine una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon.

Altri simboli all’interno dell’incisione, quali l’arcobaleno e la cometa ci rimandano al sentimento di malinconia che Sartre probabilmente tramutò in nausea: un malessere che scava nella dimensione psicologica nei confronti dell’esistenza dell’uomo, in relazione all’ambiente circostante. Gli oggetti quindi diventano claustrofobici, castrano l’io e rappresentano quel “troppo” che non ci fa vivere serenamente, ma con un peso allo stomaco, tipico della nausea. Non sono solo gli oggetti che opprimono l’io sartriano, ma anche la società, che stabilisce con le sue regole fisse che un individuo esiste solo se un altro sa della sua esistenza. In accezione pirandelliana, anche Sartre compie riflessioni sull’io:

Forse è impossibile comprendere il proprio viso. O forse è perché sono solo? Le persone che vivono in società hanno imparato a vedersi, negli specchi, esattamente come appaiono ai loro amici. Io non ho amici: che sia per questo che la mia carne è così nuda? Si direbbe… sì, si direbbe la natura senza gli uomini.

È evidente come l’assenza di persone che possono ben identificarlo, in questo caso gli amici, comporta il sentirsi solo carne, per giunta nuda, che sottintende l’esistenza umana, ma senza umanità.

Albrecht Dürer, Melancholia
Albrecht Dürer, Melancholia

Soffermiamoci su un altro oggetto: le chiavi che rappresentano la conoscenza in grado di liberare l’uomo dal suo stato melanconico, e, insieme al pipistrello, simbolo della luce che spazza le tenebre, forniscono una soluzione all’esistenza umana. Sartre ci offre una soluzione al suo stato di nausea, nel finale del romanzo che, più propriamente, chiamerei diario filosofico: attraverso un costante richiamo alla canzone Some of these days (indelebile capolavoro), ci offre la possibilità di giustificare la propria esistenza.

Non resta che svincolarsi dalle logiche sociali precostruite dalla società e produrre un’opera indimenticabile, così da lasciare una traccia di sé che perduri ab eterno. Superando l’assenza di una donna, Anny, che contribuisce ad acuire il vuoto esistenziale, Sartre ci offre la soluzione per non avere ripugnanza del proprio passato e dell’esistenza vissuta in solitaria:

Forse un giorno, pensando precisamente a quest’ora, a quest’ora malinconica in cui attendo, con le spalle curve, che sia ora di salire sul treno, sentirei il mio cuore battere più in fretta e mi direi: quel giorno a quell’ora è cominciato tutto. E arriverei – al passato, soltanto al passato – ad accettare me stesso.

Non è l’amore, né la condizione sociale di accettazione dell’io che appaga Antionio Roquentin, bensì l’autoerotismo derivato dalla produzione di un’opera d’arte.

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