Breaking News
Home / Focus letteratura / La natura politica della letteratura
massimo cacciari

La natura politica della letteratura

Il novecento è stato un secolo dominato dalle ideologie. Per citare un’opera su tutte, esemplificativa di questo concetto, appare utile ricordarci de Il Novecento. Il secolo delle ideologie di Bracher Karl D., ove si percorrono minuziosamente la genesi e gli sviluppi dei fenomeni totalitari. Durante il secolo breve, la letteratura, come tutti i fatti umani, è complessivamente impregnata, utilizzando la definizione di Hobswan, di tutte le insenature pensieristiche dei fiumi totalitari. Negare la natura politica della letteratura equivale a negare un aspetto sottinteso, un nesso indissolubile e inequivocabilmente sempre presente. L’epica greca, partendo dal trapassato, è diretta, significativamente, alle πόλεις.

Il filosofo Massimo Cacciari, durante il “Premio Cesare Pavese 2014″, ha rimarcato con forza questo aspetto, asserendo che la letteratura occidentale,per mezzo del suo valore mitopoietico, ha fondato le qualità delle città e quindi le fondamenta stesse dell’esistenza convissuta. L’origine della letteratura, persino in chiave storica, appare quindi strettamente politica. Saltando più avanti nel tempo, potrebbero elencarsi infinità di esempi relegabili all’interno dell’insieme della “letteratura politica”, per evidenziare la declinazione delle intrecciate complicità di questi due mondi, che poi è la relazione tra il potere e il mondo intellettuale, basti pensare a Dante Alighieri.  Nel novecento la situazione appare farsi più complessa: indagando sulle riviste letterarie di quel secolo ci si rende conto dell’aspetto perfettamente organico di queste alle ideologie e alla propaganda di esse. Se prima della nascita dei totalitarismi, la letteratura si è principalmente distinta quale espressione indipendente dell’animo umano seppure, come si è visto, legata a doppio filo alle dinamiche del potere, alla auctoritas e alle sue manifestazioni, con l’avvento del novecento si innesta un processo di identificazione della letteratura con il pensiero dominante o con l’ opposizione e la resistenza ad esso.

Dalle pubblicazioni dell’estetismo decadente (<<Hermes>>, <<Leonardo>>, <<il Marzocco>>) alle esperienze di Gobetti e Gramsci (<<L’Ordine Nuovo>>, <<La Rivoluzione liberale>>, <<Energie Nuove>>), passando per le riviste fasciste (<<Gerarchia>>, <<La difesa della razza>>, <<Critica fascista>>) o attraverso le esperienze cattoliche (<<Il Rinnovamento>>, <<L’Eroica>>, <<Rassegna Nazionale>>), ci si può pienamente rendere conto di quanto viene pervaso il pensiero letterario da quello delle concezioni fideistiche delle visioni del mondo all’epoca presenti. Si contraddice, per così dire, la tensione esistenzialista di Sartre che, con la teorizzazione dell’intellettuale impegnato, l‘intellectual engaged, postula la necessità di non sposare una specifica dicotomica (destra/sinistra per semplificare) e di orientarsi diversamente, di volta in volta, verso scelte ideali orientate unicamente all’uomo e alla sua libertà. La funzione del letterato cambia radicalmente, banalizzando, con l’avvento dei regimi e se l’Imperatore Augusto necessitava di Virgilio per legittimare il proprio potere, questione anch’essa rimarcata da Cacciari durante il Premio sopracitato, gli aspetti contemporanei della politica non necessitano di legittimazione letteraria, anzi la respingono, prodotti come sono da cesure storiche-filosofiche invertibili. Quello che resta di questo processo, le scorie, appaiono essere le necessità degli uomini di potere di appropriarsi anche di “un’immagine letteraria”, utilizzando un esercizio di appropriazione a volte palesemente indebita delle opere letterarie e dei risvolti teorici a loro legate, etichettando autori e forzando l’attualizzazione di tematiche letterarie al fine di erudire un ipotetico pantheon di riferimento a cui un partito qualunque dovrebbe rivolgersi. Potere e letteratura viaggiano, durante i nostri giorni, su binari distinti, distanti e ben differenziati, apparendo quasi mossi da una reciproca repulsione, la letteratura appare disimpegnata e priva della sua originaria funzione creatrice.

Il romanzo di carattere politico-sociale è un genere ormai in disuso, estinto, non riproponibile. D’altro canto, la politica ha smesso di pensare e di esigere delle basi culturali per sostentare idealisticamente la propria esistenza , limitandosi così alla etichettizzazione di autori del passato per esigenze non sostanziali. Entrambi gli ambiti si mostrano, in definitiva, vicendevolmente impoveriti. Viene totalmente smarrito quell’appello di Orwell presente all’interno di un saggio del 1948 dal titolo significativamente Hobbesiano, Gli scrittori e il leviatano, nel quale l’autore di 1984, scriveva:

“E quindi? Dovremmo concluderne che ogni scrittore ha il dovere di non immischiarsi di politica? Certo che no! In ogni caso, come ho già detto, in un’epoca come la nostra nessuno che abbia un cervello riesce a tenersi, o si tiene in pratica, fuori dalla politica”.

About Francesco_Boezi

Check Also

Holden

Tematiche e linguaggio nel romanzo che ha stregato un’intera generazione ‘Il giovane Holden’ di Salinger

Non ebbi, forse, una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su foglie d'oro?" si domandava Arthur Rimbaud, il poeta veggente. E passata la fase dell'adolescenza e della "post-adolescenza", forse siamo in molti a domandarselo e a contemplare il passato con occhi diversi, con dolente nostalgia, con amara malinconia. Ma chissà cosa direbbe Holden Caulfield, protagonista de Il Giovane Holden (The Catcher in the Rye, 1951) di J. D. Salinger, all'età di quarant’anni, cinquanta o perché no sessant’anni, a proposito della sua giovinezza e delle sue esperienze. L'adolescenza che trasuda dal suo racconto, che peraltro attinge a piene mani dalla biografia dello stesso autore, non pare brillare per bellezza: il personaggio che viene tratteggiato è, infatti, un ragazzo problematico, solitario, scapestrato (è stato appena espulso per l’ennesima volta), bugiardo, snob, superbo, particolarmente incline a scovare negli atteggiamenti di chi lo circonda il segno evidente della “ipocrisia”, la parola che forse più si ripete all’interno del romanzo.