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“Modern Sounds In Country & Western Music”: L’integrazione secondo Ray Charles

Ray Charles Robinson da Albany, Georgia, era un uomo del Sud. Del profondo Sud fatto di piantagioni, povertà, arretratezza culturale, razzismo ma anche grande musica. Dal blues al gospel, dal country al bluegrass, era tutto un fluire di note che s’influenzavano vicendevolmente senza trovare mai però, una codificazione compiuta. Tutto ciò non poteva non colpire il sensibile orecchio del giovane Charles che, dopo anni di dura gavetta e sacrifici, decide di riproporre alcuni dei brani più famosi della tradizione americana irrobustendoli con dosi massicce di soul. Il progetto è ambizioso, rischioso e politicamente destabilizzate. Un nero che canta le canzoni dei bianchi stravolgendole e contaminandole con lo stile del ghetto. Inconcepibile, inaudito, assolutamente pazzesco; in molti storcono la bocca al solo pensiero di tale commistione. Ma Ray va dritto per la sua strada forte del suo istinto e della sua incomparabile voce.

“Alcune delle ballate, che erano già di per se così belle, era come se le avesse composte lo stesso Charles, anche se lui stava suonando esattamente la melodia originale. Eppure quando Ray Charles le canta è come se fosse sempre una nuova canzone” (Daniel Cooper- saggista musicale)

Proprio qui sta la forza e l’innovazione del progetto. Far suonare una trita e ritrita canzone popolare come un pezzo mai udito prima, anche se tutti lo conoscono, mettendo per la prima volta d’accordo le due grandi anime della musica e della nazione americana: quella bianca e quella nera. Modern Sounds In Country And Westrn Music esce nel 1962, in un periodo storico molto turbolento per gli Stati Uniti. Sono gli anni della lotta per i Diritti Civili e l’Integrazione Razziale, del movimento studentesco, della Marcia su Washington, di Martin Luther King, Malcom X e delle Black Panthers. Un clima, dunque, carico di tensione e contrapposizione ma anche di indiscutibile novità in cui quest’opera si inserisce in quanto manifesto politico/musicale della nascente Grande Nazione. L’anello di congiunzione tra due culture; la pietra angolare della musica statunitense in cui due “tradizioni” si fondono dando vita ad un unico grande suono innovativo, sublime, maestoso.

Ecco quindi che Bye Bye Love, hit degli Everly Brothers, diventa un infuocato swing, Born To Loose, di Frankie Brown, si trasforma in una meravigliosa ballad strappalacrime, Hey Good Lookin’ di Hank Williams, assurge ad inno soul mentre la splendida I Can’t Stop Loving You, di Don Gibson, diviene un canto gospel carico di pathos e disperazione. Il lavoro di Ray Charles è semplicemente superbo. Gli arrangiamenti raffinati a base di archi, il ritmo sferzante rafforzato da ottoni infuocati, il pianoforte capace di trasmettere sensazioni contrastanti e profonde, l’assoluta padronanza dei pezzi e dello studio di registrazione, la voce incredibile capace di emettere urla lancinanti per poi trasformarsi in un sussurro delicato, hanno fatto di quest’album un capolavoro, una pietra miliare già dal primo ascolto. Modern Sounds mette subito d’accordo tutti, pubblico e critica, bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, fin dal giorno della sua pubblicazione. Il successo è enorme come pure le implicazioni sociali e politiche. L’integrazione, almeno sul piano musicale è avvenuta. L’aggettivo “moderno”, posto nel titolo del disco significa proprio questo: il superamento delle barriere razziali e culturali che permettono alla musica di avere la stessa bellezza e valenza per tutti. Ma questo disco è moderno ancora oggi, a più di mezzo secolo dalla data di uscita. Nessun altro artista è più riuscito nell’impresa di fondere in maniera tanto mirabile due correnti così antitetiche senza minimamente stravolgere le caratteristiche originarie di entrambi. Nessun altro artista si è potuto permettere d’influenzare così pesantemente il pensiero sociale e politico di una generazione. The Genius ha dimostrato definitivamente che c’è qualcosa di bianco nella musica nera e viceversa.

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