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Confessione di un sovrintendente alle zone sismiche

C’è un mito induista che si incarica di spiegarci la ragione per cui avvengono i terremoti: la terra poggia sulla groppa di colossali elefanti, le cui zampe a loro volta sono posate sui carapaci di una fila di immense testuggini. Le testuggini infine si reggono sul dorso squamoso di un cobra ancor più gigantesco. Quando una di queste bestie cosmiche si smuove appena, ecco che allora la terra smotta e trema, con crescente intensità a seconda di quante di esse siano occupate nel sommovimento in zone sismiche.

Qui da noi, a ben guardare, non ce la passiamo poi diversamente, sempre che si abbia voglia di calare la sopracitata favoletta indù nel contesto socio-politico nostrano, dove i pachidermi rappresentano la bulimica pesantezza della burocrazia, le tartarughe stanno per la lentezza reattiva dello Stato e il crotalo interpreta la corruzione serpeggiante, sulle cui soffocanti spire l’intera baracca si fonda.
Il giochino può anche apparire divertente, almeno sino a quando non realizzi che le cose davvero stanno così e che non è tanto la tettonica a placche a far crollare ponti, tetti e chiese, spesso sopra le teste di innocenti sottostanti. E neanche sono imputabili a un’ira superna, divina o diabolica che sia, i danni e le vittime del sisma. Più che altro la colpa è umana, parliamoci chiaro. La colpa è nostra. È mia.
E dire che lo sappiamo tutti che queste sono zone terremotate almeno da quando Dominiddio separò acqua e terre emerse e che prima o poi ci doveva ben ricapitare che il terreno ci sgroppasse sotto ai piedi come la schiena di un mulo imbizzarrito.

Eppure quando mi chiamarono quella famosa mattina dall’ufficio esponendomi testuali parole: «Ingegnere, c’è da dare il nulla osta per l’agibilità delle case giù al borgo, ora che hanno concluso i lavori di risistemazione» non è che mi fossi messo più di tanto una mano sulla coscienza, a voi posso dirlo. E se qualcuno avesse equivocato quel mio gesto frettoloso di tastarmi dalle parti del cuore, beh, in realtà era giusto per palpare la bustarella che mi ero infilato nella tasca interna della giacca, dopo che mi era stata allungata (con largo anticipo sull’assegnazione ufficiale della perizia) dall’imprenditore edile che, guarda caso, era lo stesso al quale era stata appaltata la messa in sicurezza del borgo in oggetto.
Andai, feci il sopralluogo, constatai che le varie strutture antisismiche erano state tirate su alla bell’e meglio e appiccicate insieme con lo sputo. Altroché scosse telluriche, quelle non avrebbero retto manco a una bomba d’acqua troppo intensa, ma… importava poco. Ripalpai la soffice imbottitura della bustarella che portavo vicina vicina al cuore. Senza più alcuna esitazione firmai in calce ai documenti, approvando in tal modo che il restauro era stato compiuto… a regola d’arte!

Per chi non lo sapesse, la filiera funziona così: il palazzinaro “vince” l’appalto grazie al generoso emolumento passato sottobanco al politico di turno (compreso il codazzo dei fidi scrutinatori), poi, tenendo conto di un esborso tanto salato, tenderà a portare avanti i lavori con materiali di risparmio, che incidano il meno possibile sul guadagno finale. Infine, affinché una tale porcheria passi il vaglio della pubblica sovrintendenza si vedrà costretto a prevedere un contentino anche per il funzionario preposto, che zitto e consenziente, prende e porta a casa. E così si va avanti. Del resto tutti quanti teniamo famiglia, un mutuo da pagare, il corso di tennis per il figlio maggiore, l’utilitaria nuova per la consorte, un collier di tanto in tanto per l’amichetta. Voi mi capite, no? Sarete uomini di mondo come me, spero non vi scandalizziate per così poco. Se te ne danno l’occasione, beh, è umano approfittarne, dico bene? Del resto è quella che fa l’uomo ladro, o almeno così si dice.

Quis custodiet custodes? Si domandava quell’antico filosofo: chi controlla i controllori?
La risposta è semplice: un cazzo di nessuno! Vi ricordate il cobra degli Indù di poco fa? Qua, più propriamente, si tratta invece dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda. È un diallele, un circolo vizioso da cui la vedo dura venire fuori. I funzionari e l’intero apparato di controllo vengono selezionati mica perché bravi, preparati, acuti e integerrimi: tutto il contrario, belli miei! O almeno, la conditio sine qua non è che si prestino a far parte di questo dannato carosello senza fare troppe storie. È una selezione che viene naturale, è una selezione mendeliana, per così dire.

E allora? Come mettere in sicurezza le nostre zone sismiche? E per il futuro e la salvaguardia dei nostri figli?  Zero speranze? Se ancora attendete l’avvento messianico di un qualche spirito morale che, prima o poi, sovverta il sistema di sana pianta, riportando in auge professionalità e serietà, beh, state freschi.
Per come la vedo io, l’unica è che, col costante aumento delle tangenti richieste e i consequenziali tagli sempre più pesanti sui materiali impiegati, un giorno, neppure troppo lontano, si arrivi a ricostruire le case con cartone e colla vinilica, cosicché non siano neanche più un pericolo qualora cascassero in testa a chi ci abita dentro…

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About Pee Gee Daniel

Pee Gee Daniel è nato a Torino nel 1976, vive in Alessandria. Ha pubblicato i romanzi Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), Montag, Phenomenorama, Inbooki, Il politico, Golena, Lo scommettitore, Leucotea, Ingrid e Riccione, La Gru, Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Twins, Il lungo sentiero dai mattoni dorati, e-piGraphe e il saggio Il riso e il comico, Montag. È librettista del musical Cogli l'attimo, con le musiche di Fabio Zuffanti. Insieme all'attore Omid Maleknia ha curato Spettacolo d'evasione, che vede alcuni detenuti del carcere Don Soria di Alessandria nella veste di cabarettisti.

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