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Er monno de mezzo, er monno de Carminati

Mi chiamano Pirata.
Come a Pantani.
La differenza è che io non pedalo, io nun coro, io sto fermo, inammovibbile, e se il mondo mi cambia attorno io sto sempre qua, presente! E mi adatto ai cambiamenti, utile per ogni occasione, ‘n omo per tutte ‘e staggioni, perché di quelli come me, cor pelo su lo stommeco, zarvognuno, il bisogno prima o poi s’arisente.

Mi chiamano Pirata per via che sono mezzo cecato, da quella volta che la Madama me se voleva beve, a me e all’artri due camerata amichi mia, e ci tese l’imboscata fatidica, che son già quasi quarant’anni. Embeh, sì, insomma, infrociamo nel posto di blocco e ‘sti infami attaccano a sparare. Pijano e ce scaricano addosso l’intero caricatore delle mitragliette che c’hanno in dotazione. Una pallottola mi si è infilata dentro un orecchio e, per riuscire, mi s’è portata via l’occhio sinistro. Da allora ci porto una benda, come Barbanera o Sir Henry Morgan. Ecco spiegato il perché mi chiamano il Pirata… Esse ‘n fascio, un terrorista, uno della lotta armata m’è costato un occhio daa testa, se pò ddì. Anche se me ce so’ pure levato parecchie soddisfazioni, questo nun lo posso negà…

Dice che so’ stato io a schioppà quee du’ zecche de Fausto e Iaio. Dice che collaboravo con la Banda della Magliana, che Renatino De Pedis – quello che fu sepolto a Sant’Apollinare in Classe, come un santo – me teneva in palma de mano, perché ero io quello che gli riforniva la santabbarbara, tra armi bianche, ferri, fucili, bombe a mano. Dice che ho rapinato più banche io che Bonnie e Clyde; ma del resto com’è che scriveva l’amico vostro, lì, Carlo Marx?! «Il vero crimine è fondare una banca, non rapinarla» o me sbajo?! Dice che ne ho mannati più io all’arberi pizzuti de la Commare Secca ‘mperzona: che se poco poco qualcheduno faceva uno sgarro a me o agli amici miei tempo due giorni e si beccava una palla in fronte dal sottoscritto, senza troppi complimenti. Dice che a un certo punto però, per avècce ‘r culo parato, mi sono messo a fare i favori a destra e a manca, a li preti e a li potenti, ar Vaticano e allo Stato. Marcinkus, l’arciprete che teneva il mazzo di chiavi dello Ior come San Pietro fa con quelle del paradiso, i Servizi Segreti, i Democristi, la P2: dice che chiunque fabbisognasse di piaceri un po’… particolari, che solo io potevo sbrigare, si rivolgeva a me, a Carminatuccio suo. Dice che era mia la mano che ha freddato la bonanima de Pecorelli, giusto pe ffà ‘na cortesia ar Granne Gobbo. Dice finanche che c’ero pur’io a piazzare la bomba alla stazione di Bologna. Dice, dice ma se sa: la gente esagera. Apre la bocca pe daje fiato, perché, strigne strigne, alla fine della giostra, di processi me ne hanno fatti a bizzeffe, lo Stato Italiano ci ha rimesso più per mandare al gabbio me che per finire la Salerno-Reggio Calabria… Abbastava che un pentito scureggiasse che subbito me chiamaveno a ggiudizzio. E con quali risultati?
Assoluzione piena! Sempre!

Per tutte ‘ste storie io dar Palazzaccio sono sempre uscito a testa alta, intonso come un pupetto. Insufficienza di prove. Testimonianze che mi scagionavano immancabilmente. L’imputato è innocente! Il fatto non sussiste! Toh! Pijatevelo ‘nzaccoccia!
E dove non arrivava il proscioglimento ci stavano gli indulti, i condoni, le amnistie, le prescrizioni, la scarcerazione per buona condotta e… vai col tango!
La magra volta che m’hanno pizzicato seriamente era per via della rapina del ’99 alla Banca di Roma. Sìne, vabbeh, ma quella volta più che de ‘na rapa trattavasi letteralmente di ca-po-la-voro nel campo delle rapine bancarie: unanimemente riconosciuto. M’ero portato appresso un gruppetto di “cassettari” (che in gergo sta a indicare i marioli specializzati nell’effrazione delle cassette di sicurezza). Ci introducemmo quatti quatti nel caveau della banca e ci fumammo un patrimonio! Il bello è che la banca era considerata più inespugnabile della città di Troia, siccome stava dentro l’edificio del Ministero di Grazia e Giustizia, sorvegliata notte e dì da sbirri a go-go. Poi capì ‘a figura demmerda che se so’ rimediati… Per entracce come cavallo di Troia avevo adoperato un compare che ci si intrufolò acchittato da guardia giurata e che una volta dentro ci fece penetrare nel deposito sotterraneo, dove agimmo indisturbati. Andammo a colpo sicuro: c’avevo dietro una lista, cosicché feci aprire solo le cassette che mi sconfinferavano di più. Specie quelle di certi giudici, avvocati e papaveri di mia conoscenza… Così facendo, oltre al lauto bottino, mi impadronii di una serie di documenti personali segretissimi che tengo ancora nascosti, da qualche parte che so solo io: finché c’ho quelli chi m’ammazza a me? Co’ tutti i santi in paradiso che me so’ assicurato…
Lì m’hanno condannato, ok. M’hanno appioppato quattro miseri annucci, ma ne è pur valsa la pena. Poi, del resto, pure lì, passa poco che… zac! T’arrivò l’ennesimo indulto e… bonanotte al zecchio!
Eppoi? Dopo tutti ‘st’anni m’è cascata ‘sta tegola, tra capo e collo: vent’anni m’hanno dato stavolta, che avevo pure messo la testa a posto…

Perché al tempo, indultato e a piede libero, mi disse: «Basta, Massimì, c’hai ‘n’età! Mò è giunto ‘r momento de mette a posto la capoccia!»
Basta politica, basta coi fasci, basta pure co li morti, con le rapine, con le sparatorie per strada. Basta con tutta ‘sta merda. S’è chiuso un ciclo, Massimì: datte ‘na regolata!

M’ero scelto un lavoro serio, stavolta: consulente. O qualcosa del genere, sì, insomma…
Anfatti, col nome che mi sono costruito negli anni, agguato dopo agguato, rapina dopo rapina, con le amicizie che ho stretto fin da pischello, dal Msi al Fuan ai Nar al Sismi, per elencare solo alcune delle tante sigle che mi riempiono la rubrica – che mò l’amici d’infanzia cicciano fuori ovunque, a Finmeccanica, al governo, in regione, in municipio, ripuliti e inghingherati, che manco si snusa più l’odore de fascio… – beh, con tutte le conoscenze che mi sono procurato negli anni – datosi che so’ sempre stato un regazzo simpatico, uno se fa volè bene – optai per un lavoretto da prepensionamento, tranquillo tranquillo: si trattava di mettere d’accordo i piani alti con i sotterranei criminali. Un politico, un appaltatore, un pezzo grosso c’aveva necessità di farsi fare qualche lavoro sporco dalla mala? Ci stavo io a fare da tramite. Tutto qua. Una mano lava l’altra, sempre di quello si tratta. Si doveva dare una sveglia a qualche permesso rimasto sepolto tra le scartoffie del Campidoglio? Alzavo la cornetta e tempo un giorno la pratica era smaltita.

Dice che a Roma facevo il bello e il cattivo tempo, dice ch’ero l’ottavo re dell’Urbe, ma, a conti fatti, di che stamo a parlà? Aiutini da sopra a sotto e viceversa e io… stavo nel mezzo. Niente più.
E ora, per questo, invece de ringraziàmme, m’hanno comminato vent’anni, dico io…
Ebbeh, ma allora ditelo che nun ve va popo de fa lavorà ‘a ggente perbene…

About Pee Gee Daniel

Pee Gee Daniel è nato a Torino nel 1976, vive in Alessandria. Ha pubblicato i romanzi Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), Montag, Phenomenorama, Inbooki, Il politico, Golena, Lo scommettitore, Leucotea, Ingrid e Riccione, La Gru, Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Twins, Il lungo sentiero dai mattoni dorati, e-piGraphe e il saggio Il riso e il comico, Montag. È librettista del musical Cogli l'attimo, con le musiche di Fabio Zuffanti. Insieme all'attore Omid Maleknia ha curato Spettacolo d'evasione, che vede alcuni detenuti del carcere Don Soria di Alessandria nella veste di cabarettisti.

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