Breaking News
Home / Nihil Humani-narrazioni politiche e di attualità / Quando a Roma arrivarono le Olimpiadi
Roma-le origini delle Olimpiadi

Quando a Roma arrivarono le Olimpiadi

DCLXXXVIII ab Urbe condita (688 anni dalla fondazione di Roma).
Si era al crepuscolo. La grande palla infuocata condotta dal carro apollineo si andava ormai spegnendo nel limpido fiume intorno al quale la città si era insediata e si era espansa, incendiando di giallo croco e di rosso porpora il travertino dei palazzi pubblici.

Entro uno di essi, il più sontuoso, protetto da una stanza un po’ fuori mano, in un’ala esterna, congegnata apposta per dare luogo agli incontri meno ufficiali lontano da occhi e orecchi indiscreti, l’imperatore attualmente in carica andava esaminando alcuni documenti. Conclusane via via la lettura, che sembrava trasmettergli una particolare soddisfazione, si sbrigava a bruciarli sospendendone un angolo proprio sopra la fiammella della candela di sego che aveva davanti a sé, ben attento che il fuoco appiccasse.
Lucio Domizio Enobarbo, in arte Nerone, era stato il primo a intravvedere la cornucopia di entrate che si doveva nascondere dietro i giochi olimpici, e ora, per il secondo anno, ne stava segretamente prelibando gli attesi frutti.

Le prime Olimpiadi di Roma: le Neroniane

Quando i capostipiti Romolo e Remo erano ancora intenti a sminuzzare una pelle vaccina e stendere torno torno le striscioline che ne erano venute fuori in modo tale da segnare i confini perimetrali della nuova città, la civiltà greca era già così avanti che da più di vent’anni ormai i suoi campioni gareggiavano ignudi nei giochi che si disputavano a Olimpia, lottavano, s’accapigliavano, tiravano giavellotti e dischi, si rincorrevano e si sbracciavano dentro le piscine col solo intento di primeggiare e raccattare onori e plausi.
Ma ci voleva un italiano per pensare di lucrarci sopra, anziché attenersi unicamente all’originale spirito agonistico. E siccome, anche se era l’imperatore, a Nerone non volevano concedere di spostare i giochi olimpici in altra sede, lui, glieli aveva copiati pari pari, organizzandoli però a Roma e zone circonvicine, e rinominandoli autopromozionalmente le “Neroniane”.

Con la scusa della novità, Nerone fece costruire a Roma ponti, strade, strutture, circhi, piste e stadi per ogni disciplina, commissionandoli ad amici fidati, ai quali già allora aveva assegnato i lavori presumibilmente convinto da qualche pesante regalia, insieme a promesse di spartizione dei profitti che ora gli si stavano concretizzando davanti agli occhi. L‘urbe era condita, appunto: quel tanto che bastava per mangiarsela a quattro palmenti già ai tempi. E il buon Nerone conosceva il giusto giro di commensali che sapessero quanta parte di banchetto… lasciare all’ospite.

Il trogolo era stato allargato per farvi accedere quanti più amici si potesse: mercanti e commercianti di pelli, tessuti e vestiti, privati addetti alla pulizia delle pubbliche strade, osti, grandi finanziatori (che davano prestiti con interessi da usura), ministri di culto, fornitori delle grandi derrate alimentari, imprese edili, avvocati e giudici, senza scordarsi senatori e rappresentanti del popolo. Così facendo Nerone si era astutamente assicurato un appoggio vastissimo. Anzi, tutti costoro, in alleanza coi molti tifosi che rappresentavano la gran parte della cittadinanza di Roma, non facevano che supportare e incalzare l’imperatore affinché nuove Neroniane si tenessero ancor prima della prevista scadenza quinquennale.
Nerone stava fregando tra loro le mani ben curate quando sentì la porta alle sue spalle aprirsi di schianto, lasciando entrare uno spiffero freddo che corse a giocare coi riccioli che ancora gli rimanevano, a comporgli una coroncina intorno alla testa calva. Neppure si voltò, sapeva già chi fosse senza dover guardare.
«Ave Cesare!» sentì riecheggiare contro le pareti marmoree del piccolo andito, «Che vai facendo?» aggiunse la vecchia voce. «Guadagno», rispose evasivo Nerone, che già era passato a contare le monete, molte di esse con sopra la sua effigie in rilievo, che tracimavano da un grosso baule, poco prima depositato là dentro da due energumeni inviati in gran segreto da alcuni dei suoi “amici”, coinvolti negli affari olimpici, godendo del loro tintinnio ancor più che del suono che usciva dalla sua lira, quando ci si accompagnava durante i certami poetici. Neppure stavolta si voltò, ben presagendo l’espressione di biasimo che avrebbe riscontrato sul volto rugoso di quel vecchio stoico di Seneca. «Il bene comune dovrebbe essere l’unica tua cura!» lo rimbrottò Seneca, aggiustandosi indispettito la manica del pallium sopra l’avambraccio. «Non mi occorrono stupide prediche. Io sono il dio che governa le genti e le robe di Roma. Sono il caput del Caput Mundi. Come insegnano i tuoi vuoti sillogismi, sono perciò l’essere più importante al mondo. Che me ne fa quindi dei tuoi rimproveri? Saprò bene io quel che è giusto e quel che non lo è…», gridò, tacitando il filosofo, ma stavolta dopo avergli fatto l’onore di rivolgersi al suo indirizzo, «Piuttosto, non ho tempo da perdere, per quale ragione sei venuto a importunarmi?»

«La mia accademia,» spiegò Seneca, a mezza bocca, con l’occhio ancora accigliato, «Quelle elargizioni che erano state a suo tempo promesse per il suo mantenimento…»
Nerone non fece una piega. Afferrò un sacchetto, lo affondò nel forziere come si intinge il mestolo in un liquido. Lo risollevò che era pieno di monete. Ne strinse il laccio.
«Vedi? Guadagno anche per te» fece verso Seneca, con voce da gradasso, mentre gli tirava il bottino, che l’altro raccolse al volo, come un cane fa con l’osso.
«Per essere la voce della mia coscienza mi pare che tu scenda a compromessi un po’ troppo alla svelta…» lo congedò poi.

Seneca uscì nella fresca brezza della prima sera, mentre ancora finiva di assicurare il sacchetto alla cintola. Rimirò una volta ancora la bellezza di Roma, nel suo tripudio di colori caldi, la temperatura mite, il profumo di piante aromatiche nell’aria. Quella bellezza che sempre riusciva a rapire i suoi occhi, tuttora abituati alla bianca piattezza delle strade di Cordova, di cui era originario.
La città eterna, così bella e così corrotta! Come una vecchia puttana che celasse i molti morbi dovuti al mestiere dietro l’attraente maschera di una giovinetta innocente. Eppure, non c’era via di scampo per tentare di salvarla da quel destino immorale. Sarebbe valso le fatiche di uno stolido moralista che voglia recuperare un’etera all’onorabilità, rimanendo però lui invischiato dalla guasta vita della donnaccia.
Roma era questo: potere, corruzione, depravazioni, ignavia e puro degrado nascosti dietro una facciata fastosa.

Ci sarebbe voluto un movimento di cittadini onesti, sobri, integerrimi, capaci di preferire la felicità arrecata dal compimento della giustizia al triviale appagamento dei sensi, meditava appoggiando la spalla scoperta contro il muro portante del palazzo imperiale.
Anche quel movimento sarebbe stato facile preda delle temperie che da sempre e per sempre avrebbero afflitto la città, come una maledizione o una pestilenza inguaribile. L’unica maniera di scampare all’andazzo generale sarebbe stato rimanere sui propri convincimenti senza fuoriuscirne di un passo. Fermi. Fissi. Solidi. Inamovibili. Anche a costo della più assoluta immobilità, perché lì da quelle parti bastava anche solo una timida mossa per rischiare di mettere il piede in fallo e farsi travolgere.
La mancanza di ogni azione, paradossalmente, sarebbe stata la salvezza, risolse tra i fumi dei suoi pensieri.

Un movimento immobile, sorrise tra sé Seneca. Quel che in retorica si chiama un ossimoro: l’accostamento di due termini tra loro contrapposti. Mentre già il suo corpo scioglieva tutta la tensione muscolare nel fresco, piacevole venticello che spirava, come quasi ogni sera, giù dal Gianicolo, la sua mente fece ancora in tempo a celiare circa l’etimologia di quella parola d’origine greca, che quasi sembrava preannunciare il civis novus così concepito: ossimoro, da ὀξύς μωρός, come a dire… un acuto stupidone.

vai al sito macrolibrarsi

About Pee Gee Daniel

Pee Gee Daniel è nato a Torino nel 1976, vive in Alessandria. Ha pubblicato i romanzi Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), Montag, Phenomenorama, Inbooki, Il politico, Golena, Lo scommettitore, Leucotea, Ingrid e Riccione, La Gru, Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Twins, Il lungo sentiero dai mattoni dorati, e-piGraphe e il saggio Il riso e il comico, Montag. È librettista del musical Cogli l'attimo, con le musiche di Fabio Zuffanti. Insieme all'attore Omid Maleknia ha curato Spettacolo d'evasione, che vede alcuni detenuti del carcere Don Soria di Alessandria nella veste di cabarettisti.

Check Also

fantozzi

Enzo Biagi intervista Fantozzi, che ormai lo ha raggiunto, sul libro ‘Avanti’ di Renzi

Biagi: Fantozzi si segghi la prego. Fantozzi: Chi? Ioooo? Biagi: Sì lei Fantocci, venghi, non temi nulla, avanti. Fantozzi: Allora mi sedio, segghio, siedo. Biagi: Bene, allora, io sono Enzo Biagi. Fantozzi: Megacapo direttore di qualcosa? Biagi: Di nulla, volevo commentare con lei questo nuovo scrittore, Renzi, pubblicherà Avanti. Fantozzi si alza. Biagi: Ma che fa, Fantocci? Si segghi, la prego.