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Alberto Bevilacqua, filologo di se stesso

La poesia è registrazione rapidissima di momenti chiave della nostra esistenza. In ciò è pura, assoluta, non ha tempo di contaminarsi con nulla. Nemmeno con i nostri dubbi.” (Alberto Bevilacqua).

Se nè andato questa mattina, all’età di 79 anni, uno degli uomini più eclettici della nostra letteratura, del nostro cinema, del nostro giornalismo, della nostra vita. Se n’è andato Alberto Bevilacqua (Parma, 27 giugno 1934-Roma, 9 settembre 2013). Una morte strana, che si copre di dubbi, domande, interrogativi che, per il momento, attendono risposte. Ricoverato lo scorso Ottobre presso la clinica Villa Mafalda per alcuni accertamenti, i risultati avevano portato l’autore ad un lungo ricovero per problemi cardiocircolatori. La sua compagna, l’attrice e scrittrice, Michela Miti, aveva più volte richiesto il trasferimento del compagno in una struttura attrezzata, nel tentativo di sconfiggere quel male che, questa mattina, ha portato via al nostro paese un uomo che, mai, potrà essere dimenticato. Ma, non essendo sposati, la Miti non presentava alcun diritto e così, questa mattina, dopo quell’ultimo respiro, dopo le lacrime, il dolore, per la perdita di uomo le cui parole hanno emozionato in tutto il mondo sin dagli anni ’50, arriva la richiesta presso il pm della procura di Roma, Elena Neri, di procedere all’autopsia, per verificare le reali cause del decesso. Ed eccoli i contrasti, tra una donna che legalmente non ha diritti sull’uomo che ha amato e difeso e tenuto accanto a se per 17 anni, e la famiglia che, forse, vuole solo vivere quel momento che dovrebbe essere concesso quando una vita si spezza.

La prima raccolta di racconti è “La polvere sull’erba” (1955), sulla guerra partigiana in Emilia. Rimasto inedito fino al 2000, anno in cui viene pubblicato nei Tascabili Einaudi, mostra un giovane poco più che ventenne pronto ad urlare, denunciare. Parole che lasciano Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini quasi attoniti, per l’intensità di ogni singolo momento narrato. E poi, la sua Parma. “Parma è la mia città di supporto, una città che ho “odiosamato”. Nel 1982, arriva il meno famoso, ma senza alcun dubbio esplicito richiamo alla sua terra, “La mia Parma”. Una città che, nei suoi romanzi, riflette la storia di un intero paese, della nostra Italia. Ma è del 1964 il capolavoro di un uomo che ha dedicato la sua vita ad emozionare il mondo, “La Califfa”. Il romanzo, da cui fu tratta la versione cinematografica nel 1970, portando sullo schermo una straordinaria  Romy Schneider, dallo stesso Bevilacqua, ci mostra una donna bella, piena di vita e che fa della sua sensualità la sua stessa forza. “Il cinema per è un’arte minore, ma mi ha offerto delle straordinarie possibilità. Un periodo molto felice è stato quando, intuendo i miei strumenti di prontezza immaginativa e la mia capacità di immedesimarmi e impostare subito la situazione, sono stato usato da grandi registi, come Rossellini, Visconti, De Sica, Zampa. Più avanti ho stabilito una sintonia micidiale, dolcissima e feroce con Fassbinder.”

Ed eccolo quel mondo femminile che porta con se le relazioni complesse, ostacolate dalla vita, dal destino, ma pur sempre fatte di amore, quello affettuoso, forse difficile da gestire, ma proprio per questo, degno di essere raccontato. “La felicità è una botta di ebbrezza che ti aiuta, ti apre i polmoni, ti ripulisce il cervello; è una vincita alla roulette, un colpo di fortuna, che poi sparisce. E’ una condizione di privilegio momentaneo, interiore. Fa sparire tutti i dolori e le angosce, ma non è stabile. L’atto della scrittura non è felicità, da un piacere di tipo erotico”.

E dopo quella restia approvazione, dati gli anni, data da Sciascia, giungono con enorme e meritato successo “Una città in amore”, “La califfa”, appunto e “Questa specie d’amore”, vincitore del premio Campiello del 1966 e dei David di Donatello nella versione cinematografica con Ugo Tognazzi e Jean Seberg. E ancora onori per Bevilacqua con il Premio Strega del 1968 con “L’occhio del gatto”, dove la sua città sembra nascondersi, così come il discorso diretto.

Il 10 Marzo 1995, Bevilacqua, verrà chiamato a comparire in sede processuale nel processo contro Pietro Pacciani per i delitti del mostro di Firenze, in quanto persona offesa dal reato di calunnia. E, nel 2010, la collana “I Meridiani” gli dedica un intero volume.

Un autore ricco, geniale, che lascia al mondo opere indimenticabili: “Il viaggio misterioso” (1972), “Una scandalosa giovinezza “(1978), “Festa parmigiana” (1980), “Il curioso delle donne (1983), La grande Giò(1986), I sensi incantati (1991), L’eros (1994), Gli anni struggenti” (2000), “Lui che ti tradiva” (2006) . Passando, nel corso degli anni, ad una scrittura quasi onirica, con quei tratti autobiografici che resteranno nella storia della grande letteratura italiana. “Lettera alla madre sulla felicità” (1995) e “Tu che mi ascolti” (2004). Giungendo alla raccolta di poesia, La camera segreta e il premio alla carriera del Meridiano Mondadori, 2010. Chiudendo con quella “Roma Califfa”, quel luogo in cui, oggi, ha chiuso gli occhi per l’ultima volta.

“Mi spingeva una voglia di andarmene, lasciare tutto. Ma non sapevo dove, la mia voglia non aveva un volto, era una velleità infantile.”

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