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‘American Psycho’ di Ellis, quando l’apparire è il nuovo essere

La ginnastica mattutina, il ‘Patty Winters Show’, il bigliettino da visita color bianco d’uovo, i migliori locali di Manhattan, gli outfit targati Gucci e D&G, le escort d’alto borgo e le prostitute di strada, le videocassette di genere pornografico, il ‘Late Night and David Letterman’, la cocaina, la musica di Phil Collins e Whitney Houston rappresentano il loop in cui è risucchiato il protagonista di American Psycho, Patrick Bateman.

Il protagonista di American Psycho, opera del 1991 che è un mix di thriller psicologico e satira, metafora del mondo della finanza che rende l’uomo un mostro, di Easton Ellis è infatti il classico yuppie della grande mela, vicepresidente di una grande società finanziaria di famiglia, proveniente da una delle più prestigiose università del paese; frequenta colleghi con cui è in continua competizione e ha una fidanzata che non ama e che abitualmente tradisce. Ogni azione è atta a preservare il suo status sociale, è costantemente alla ricerca del bello con una maniacale attenzione al corpo, al cibo, all’abbigliamento: la spasmodica cura della propria immagine che però non sottende nulla. Di fatti l’affascinante e curato broker di Wall Street, all’imbrunire rivela la ferocia di uno spietato serial killer, le cui vittime sono barboni, bambini, animali, colleghi, prostitute, ex fidanzate. Tuttavia la psicopatia di Bateman non riserva soltanto l’omicidio; ma contempla anche pratiche di tortura, cannibalismo, lacerazioni e mutilazioni attraverso una accurata metodica che emerge in particolar modo dalla tipologia di scrittura dell’autore, capace di generare nausea e repulsione nei suoi confronti.

Le scelte stilistiche di Bret Easton Ellis sono estremamente crude – da mettere alla prova anche i più imperturbabili e impassibili – per riflettere le agonie del protagonista e la sua confusione mentale molto discutibile in termini morali. La maschera eccessivamente curata e ostentata di giorno viene meno al calare della sera lasciando il posto alle più profonde pulsioni, quelle più istintive e primordiali prive di una ratio di qualsiasi genere. Bateman non è altro che il prodotto di una società malsana il cui diktat è l’eccesso di materialità e la sua ostentazione dove “quello che conta è la superficie, solo la superficie” e gli individui sono giudicati sulla base di ciò che posseggono, in nome del dio denaro. Il benessere elimina ogni forma di etica generando una disgregazione del proprio io e la conseguente incombenza di un vuoto esistenziale, in cui non c’è spazio per autentici legami e relazioni interpersonali.

Il progresso conduce ad una depersonalizzazione in grado di rievocare la bestialità degli individui, quel tipo di impulsi capace di deturpare e smembrare con estrema lucidità quelli considerati altri, al di fuori del proprio status, de-umanizzati anch’essi e ridotti a manichini mutilati gettati nelle discariche in periferia. Il tutto viene sepolto e nascosto sotto un tappeto infinito di brand, multinazionali, marche, griffe, locali alla moda, droghe e idiozie dei talk show trasmessi in tv; mostrando tanti automi presi in trappola da un “blazer bleu marin con bottoni in finta tartaruga […] e cravatta di Hugo Boss in seta stampata”, gelatinati che camminano fianco a fianco al proprio assassino.
Routine, lusso sfrenato, superficialità, pulsioni e brutalità: American Psycho, è lo specchio dell’America degli anni ’80 in tutte le sue contraddizioni. Non adatto a tutti.

About Claudia Didio

Riabilitatrice Psichiatrica lucana, 23 anni, studentessa. Interessata all’arte in qualsiasi forma

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