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Pulp, di Charles Bukowski, un pasticcio narrativo

Il primo approccio che si ha con Bukowski, soprattutto se non vi si è preparati, può essere straniante se non addirittura disturbante. Senza alcun dubbio, è un genere unico al mondo. Questo assolutamente non significa che sia il migliore, il più piacevole, il più lodevole; significa solo che non leggerete mai un altro autore altrettanto diretto, esplicito e crudo.

Lo si può associare alla corrente statunitense del “realismo sporco” o anche all’ “iperrealismo narrativo” ma potrebbe benissimo inserirsi nella teoria che vuole l’uomo del Don’t try non etichettabile. I suoi scritti, dalle poesie, alle ambigue novelle, al Taccuino di un vecchio porco (l’insieme di articoli pubblicati per il “giornale underground” Open city), alle Storie di ordinaria Follia, non sono altro che una cinica, e alcolica, riflessione sulla società, sulla vita, sulle religioni, sul mondo.

Heinrich Karl Bukowsky, “il cattivo ragazzo della letteratura” (come egli stesso si è definito), nasce in Germania e all’età di tre anni la sua famiglia si trasferisce in America, dove diventa Henry Charles, tipico tentativo questo, di assimilazione ed adattamento alla cultura di arrivo. Non che questo gli è stato di grande aiuto. L’accento tedesco, l’abbigliamento imposto dai genitori ed in seguito l’acne, il carattere chiuso e solitario, hanno reso l’infanzia e l’adolescenza di Bukowski tutt’altro che facile. A ciò va aggiunta la frequente situazione di disoccupazione del padre.

Alla somma di questi fattori non manca, inoltre, un prematuro incontro con l’alcol, già a tredici-quattordici anni, che segnerà una costante nella sua vita quotidiana e letteraria. Il risultato è proprio Charles Bukowski, una mente geniale ed altamente inusuale in ambito letterario, una persona controversa, difficile ma vera.

Pulp, una storia del XX secolo (1994), è uno dei romanzi più celebri, nonché l’ultimo, dello scrittore americano che tuttavia, molti lettori non sentono come una sua opera, dato lo stile diverso, che ha fatto addirittura pensare che ci fosse un’altra penna dietro, poiché è una prassi frequente per le case editrici, quella di sfruttare un nome famoso solo per far vendere il libro, facendo materialmente scrivere il romanzo ad altri scrittori mercenari in cerca di fama. E non a caso in Hollywood Hollywood!, romanzo di bel altra caratura, Bukowski aveva affermato che, al termine della loro carriera, alcuni scrittori celebri commissionavano romanzi a scrittori emergenti mettendo solo la firma alla fine del romanzo e facendolo passare per proprio.

La trama di Pulp è semplice, ma inspiegabilmente deviante il cui protagonista è un investigatore, Nick Belane, “il più dritto di L.A.”, un fallito, un altro alter ego alcolizzato e sconfitto dalla vita, costretto a risolvere casi improbabili e sempre più inspiegabili. Una storia che procede da un bar all’altro, in compagnia di corruzione, alcolismo, salute precaria e personaggi insoliti che vanno a pescare tra diversi generi, rendendo la storia spiazzante e con un vago ricordo di film noir.

Una storia del XX secolo, o forse, la storia del secolo. Perché, pensandoci bene, tutti gli elementi del vecchio e del nuovo secolo, si trovano in questa storia. Aforismi sparsi tra un bicchiere e l’altro offrono svariati spunti di riflessione. Disoccupazione, vite instabili e sregolate, scommesse, tradimento. Temi classici, ma affrontati in modi tutt’altro che convenzionali. Con ironia e cinismo, con pillole di una filosofia pessimista, con passaggi saltati e senza il rispetto del politicamente corretto, Pulp è un libro che diverte.

Come in Storie di ordinaria Follia, in cui pagine di corse di cavalli si alternano a storie di vita irrealistiche, metafore del deterioramento fisico e morale, per trovare capitoli come “La coperta” ,  “Appunti sulla peste” o ancora “Un brutto viaggio” in cui si legge uno dei paragoni più spiazzanti e brillanti mai battuti: “Ci avete mai fatto caso che LSD e televisione a colori hanno fatto una comparsa simultanea nel mondo dei consumi? Due visioni martellanti e colorate.”

Bukowski non è uno scrittore per tutti. È per chi accetta di oltrepassare i limiti delle buone maniere, del galateo, e prova a sfidare la società aprendosi consapevolmente al marciume presente nel mondo, prendendolo così com’è, senza speranza. Tuttavia il dubbio sulla paternità di tale romanzo, un vero pasticcio di narrazione e di stile, dove sono disseminati aforismi sulla vita e situazioni assurde, permane.

A chi volesse leggere il vero Bukowski, si consiglia la lettura di romanzi come Il Capitano è fuori a pranzo (che ci consegna un Bukowski più riflessivo), Donne, Panino al prosciutto, Hollywood, Hollywood.

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