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“Canne al vento” di Grazia Deledda: i drammi della fragilità umana

Efix, un contadino che lavora da parecchi anni in un podere in Sardegna di proprietà delle dame Pintor, al termine di una dura giornata di lavoro riceve, in tarda serata, la visita di un giovane con la richiesta di presentarsi l’indomani mattina per dei chiarimenti riguardo una lettera appena giunta. Efix ripercorre la storia della famiglia Pintor; le tre signorine Pintor, Ruth, Noemi e Ester, la madre Donna Cristina, morta prematuramente, il padre Don Zame, dispotico ed arrogante, sempre più tiranno nei confronti delle figlie fino alla sua morte, avvenuta in strada per cause sconosciute, forse per sincope o forse per una aggressione di sconosciuti, la sorella Lia, scappata improvvisamente per dissapori familiari.

“Canne al vento”  è una storia semplice di uomini semplici. Il talento dell’autrice, che certamente non necessita di essere decantato, è stato quello di rappresentare con successo la società dell’epoca con le sue tradizioni, le sue feste e le sue superstizioni. L’autrice ci descrive una società in cui il giorno era dedicato alle incombenze della vita quotidiana e la notte al riposo. La notte è rappresentata come un momento di magia, animata da ogni sorta di creature di fantasia.

“Era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti.”

Tutti questi esseri misteriosi si svegliavano dal loro sonno quotidiano per vagare nelle campagne, rispettati e temuti da tutti.

“Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi.”

Gli uomini e le donne descritti dalla Deledda sono individui che, consapevoli della propria posizione dinanzi al divino, ne accettano le conseguenze con animo dimesso. Si rendono conto di essere come le canne sull’argine di un fiume, piegate dal vento a suo piacimento, senza però spezzarsi

La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d’amore, di dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione carnale tra luoghi e figure, tra stati d’animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell’anima alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.
Il libro appare molto “musicale” e porta il lettore a lasciarsi suggestionare dall’armonia descrizioni del paesaggio, fino a  provare empatia verso la gente sarda che risulta semplice, ma tuttavia non priva di infelicità e miseria: il garzone, il libertino, la vergine aristocratica, ognuno naviga nella propria infelicità fin che rimane schiavo del proprio vizio. È servendo con lealtà e dignità il proprio destino che si raggiungerà la serenità.

Letterariamente molto diverso dalla narrativa contemporanea e forse un pò appesantito dalla descrizione dei paesaggi, è un viaggio attraverso la fragilità umana che diventa forza nel momento in cui si accetta pienamente il senso di colpa e ci si vuole salvare attraverso l’espiazione. Deledda racconta di un’umanità in balia del destino,in cui le convenzioni e le convinzioni valgono più delle scelte e del libero arbitrio, il tutto descritto con una vena di lirismo: siamo proprio come canne al vento.

 

 

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