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‘Finzioni’, l’opera capitale e ricca di simbolismo di Borges

Stimato come uno dei classici più interessanti  del novecento, Finzioni è l’opera capitale di Jorge Luis Borges. Tale raccolta di racconti è divisa in due parti: Il giardino dei sentieri che si biforcano (1941) ed Artifici (1944). L’opera annovera al suo interno racconti che sono diventati capisaldi essenziali per l’analisi del pensiero borgesiano. Sono infatti inclusi nella raccolta racconti quali: la Biblioteca di Babele, Tlon, Uqbar e Orbis Tertius, Il giardino dei sentieri che si biforcano.

Attraverso un uso spropositato di un simbolismo accattivante e a volte ferocemente distante, l’autore argentino ci guida nel viaggio personale attraverso un’interpretazione critica e molto spesso anche intuitiva  della realtà circostante. Borges crea un linguaggio universale, capace di parlare al di là delle parole e dei simboli, di arrivare al lettore e di riuscire ad instaurare con lui un dialogo, e tutto ciò nonostante esso risenta di uno smodato enciclopedismo. L’opera, attraverso la mano sapiente dell’autore, mostra un modo di percepire la vita totalmente innovativo e sicuramente interessante, invitandoci a riflettere sulla reale entità delle cose.

Finzioni, al contrario di quanto dice il titolo, diventa una straordinaria, simbolica e labirintica ricerca della verità. Borges affida al termine finzioni quelle realtà materiali che risultano espressioni congetturali di un senso comune troppo legato al materialismo esistenziale e vi contrappone una visione dellea realtà che va ad abbracciare punti di vista fantastici e metafisici, diversi tra loro.

Lo scrittore ci fa scoprire una realtà nascosta dentro la realtà stessa, una realtà che è celata dal tempo, dagli uomini e dal mondo. La stessa realtà che Funes abbraccia con la sua mente e che non lascia mai, la stessa che Pierre Menard cerca di riprodurre e contemplare nel suo plagio idealistico. Nell’universo di Finzioni, la realtà è mutevole ed osservata dai suoi differenti punti di vista non è mai componibile e pensabile come un unica realtà oggettiva, bensì essa è rappresentata come una realtà che si ramifica in più realtà, soggette alle arbitrarie interpretazioni dell’uomo.
Queste realtà vanno a comporre quel dedalo inestricabile di incomprensioni e rivalutazioni degli eventi che matura in una visione innovativa e soggettiva delle cose, una visione per cui una riproduzione perfetta e simmetrica del don Chisciotte, redatta agli inizi del XX secolo dalle mani di Pierre Menard, diviene un opera completamente diversa da quella originale del XVII secolo di Cervantes, una visione per cui la parola cane, che identifica un cane alle tre e un quarto visto di fronte, non identifica un cane alle tre e un quarto visto di profilo (esempi tratti dall’opera).
Questo tipo di realtà è appunto soggetta a parametri esterni di valutazione quali il progresso o il regresso della memoria e della storia, ovvero della realtà sensibile e percepibile.

Al di là della matrice materiale del mondo, Borges identifica una matrice iper-materiale,che è quella delle idee (tale concezione è presente nei racconti Tlon, Uqbar e Orbis Tertius, Le rovine circolari, Il giardino dei sentieri che si biforcano, La lotteria a Babilonia). Le idee infatti possono toccare la realtà e renderla effettiva. Non è dunque solo la realtà materiale ad influenzare le componenti più “astratte”dell’esistenza, bensì è vero anche il contrario: le idee creano la realtà, o meglio le realtà. Infatti di pari passo allo sviluppo dell’idea dell’origine metafisica della realtà vi è lo sviluppo dell’idea di infinità molteplicità della realtà stessa. La realtà caratterizzata come “nostra” è solo una delle infinite possibilità che aleggiano nell’esistenza. Vengono perciò a crearsi infinite realtà che si muovono parallelamente l’una all’altra. Queste realtà molteplici ed infinitamente diverse vengono a distinguersi a partire dagli eventi,che possono risolversi in esiti diversi,ma addirittura possono ripetersi, come ci ricordano Il giardino dei sentieri che si biforcano, La Biblioteca di Babele e La lotteria a Babilonia. 

Determinante a questo punto diviene un altro filone che si viene a creare nell’opera: il filone della verità. Tale filone interessa quasi tutti i racconti; in ognuno di essi c’è una rivelazione, un paradigma prima sconosciuto che ora diviene la componente più veritiera e importante della realtà. Uno degli elementi più interessanti circa questo filone appare ne L’Accostamento ad Almotasim, dove la ricerca della verità viene condotta per canali molteplici e soggettivi, infatti ogni cercatore di Almotasim lo immagina e conosce in maniera differente.
La ricerca della verità diventa unico significato da ricercare nella realtà, così per alcuni dei personaggi dei racconti, come gli uomini nel racconto La Biblioteca di Babele, o per Le rovine circolari. La verità celata ne La Biblioteca di Babele, quella che tutti gli uomini cercano in un mondo in cui la realtà è composta da realtà eternamente infinite, mutuando elementi dalla teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche, diventa a sua volta una finzione e per questo non costituisce la vera chiave per definire la realtà, bensì un altra interpretazione arbitraria di quest’ultima e un incompleta visione delle cose.

In questo labirinto di realtà arbitrarie, misteriose,indefinite, nascoste, impercepibili e sfuggenti, in maniera indiretta viene a delinearsi un filo conduttore a cui aggrapparsi. L’opera apparentemente sembra una critica che non si accontenta di esserlo. L’opera di Borges infatti riesce ad evitare uno dei maggiori rischi di un opera critica, quella di restare fine a se stessa nel ruolo di critica sterile, ovvero di evidenziare i problemi e non offrire soluzioni. Anche se Borges sembra muoversi in questo senso, infatti il più delle volte non fornisce un modo giusto di interpretare l’esistenza, ma preferisce una pacifica e tranquilla presa di posizione indipendente e personale, come nel caso del finale di Tlon, Uqbar e Orbis Tertius o ancora in Le tre versioni di Giuda, ma indirettamente sembra gridare ed auspicare una presa di coscienza della realtà.

Le finzioni di cui Borges ci parla in tutta l’opera appaiono come comuni e universali, vicine alla quotidianità umana e si delineano come quelle interpretazioni approssimate e fittizie della realtà da parte dell’uomo. L’invito indiretto fatto dall’autore sta nel non considerare tutto come stabilito e definito, ma nell’appropriarsi della materia di cui sono fatte le stesse finzioni, ovvero nella capacità critica e interpretativa dell’uomo. Borges sembra inserire il messaggio più importante della sua vita, un messaggio che diviene automaticamente il retaggio e l’eredità lasciata ad ogni fiero lettore dell’autore e dell’opera, l’autore argentino sembra pronunciare in quest’opera un’esortazione, che diventa un imperativo per raggiungere la verità indefinita dell’esistenza: siate critici e non credete alle finzioni.

 

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