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‘La giornata d’uno scrutatore’ di Calvino: politica o amore?

Nel 1963 Italo  Calvino racconta al Corriere della Sera di aver scritto “La giornata d’uno scrutatore” in dieci anni: ma il motivo non è stato dettato dalla perizia e dall’ ossessione alla perfezione che possono portare a rimandare di molto il completamento di un’opera.  Il motivo è legato alla sua esperienza personale. Nel 1953 era stato candidato con il Partito Comunista: si era cosi trovato a girare tra i seggi, anche in quello del Cottolengo, un istituto di cura gestito da suore.

Ebbene, come Calvino stesso afferma, “Passai anche al Cottolengo quasi due giorni e fui anche tra gli scrutatori che vanno a raccogliere i voti tra le corsie. Il risultato fu che fui impedito a scrivere per molti mesi: le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano cosi infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto anti democristiano”. Lo scrittore  parla di “immagini da girone infernale” e in effetti sono quelle che descrive negli ultimi capitoli del libro.

“La giornata d’uno scrutatore” non è però, come si potrebbe pensare, una denuncia politica. O meglio, è anche una denuncia politica, ma non solo: anzi l’aspetto della denuncia è forse quello che traspare di meno, un po’ perché “certe pratiche” erano ampiamente documentate giornalisticamente, quindi erano a conoscenza di tutti, un po’ perché i toni e lo stile della narrazione non sono affatto di intento polemico né politico. Leggere il libro come una denuncia politica sarebbe una forzatura, e probabilmente neanche  Calvino vorrebbe una cosa del genere.

Il protagonista Amerigo è in parte calcato sulla  figura del suo autore: anche lui fa l’esperienza nei seggi, anche lui è comunista, anche lui ragiona di politica. L’altra metà del personaggio di Amerigo è però staccata dal “calco calviniano”: Amerigo è anche una persona riflessiva, con grattacapi e pensieri soprattutto verso la sua fidanzata, Lia, che aspetta un bambino. Molti pensieri che lo affliggono quando si trova al seggio, sono proprio dedicati a Lia e alla sua situazione. Il protagonista dedica i suoi pensieri a vari argomenti: Lia è il soggetto che più ingombra la sua  testa . Si può scorgere un contrasto tra le azioni al seggio, monotone, ripetitive, asettiche, noiose, e i pensieri che lo affliggono, soprattutto per quanto riguarda Lia, che definisce una “donna pre-logica”, “irrazionale”, lui, che si perde in dissertazioni sull’hegelismo.

Ci sono anche altri argomenti tra i pensieri che affollano la mente di Amerigo: la situazione politica italiana del tempo, le considerazioni sulla società, cosa vuol dire per lui essere comunista, sul significato di democrazia, sulla legge elettorale (erano gli anni della “legge truffa”),  riflessioni sull’amore inteso come principio motore. Le riflessioni, i pensieri che fa, però, non portano a conclusioni, sono solo vaghi fluttui di pensieri che non offrono soluzioni. Un po’ come forse l’animo del protagonista: oscillante, incapace di prendere una posizione netta, e se lo fa lo fa con difficoltà, anche in relazione ai suoi colleghi di seggio, nell’imporre suoi punti di vista. Anche con Lia è così: soccombe, è in balìa del carattere imprevedibile della ragazza, come ad esempio quando gli dirà che parte per Liverpool. Un personaggio con contorni cosi opachi figuriamoci che tipo di posizione può avere, nella coppia, quando si parla di figli, di procreazione, di costruire una famiglia. La reazione di Amerigo quando la donna gli dice del figlio, o meglio, quando Amerigo lo intuisce, è scomposta, disordinata, per poi sconfinare subito in un senso di colpa verso il suo egoismo e un senso di ammirazione per quella donna che si dimostra coraggiosa, netta, impavida.

La giornata di Amerigo al Cottolengo trascorre con lenta monotonia, tra vari battibecchi con i suoi colleghi e il rapporto con la Madre superiora dell’Istituto.
Il quadro più vivido è dipinto negli ultimi capitoli, quando Amerigo e altri scrutatori allestiscono un “seggio mobile” per far votare chi non può muoversi dal letto. Qui l’uomo molte volte cerca di far valere la sua opinione, quando vede un malato che non è in grado di riconoscere chi sta votando per lui o se ci sono delle palesi difficoltà di intendere e volere.

La Madre superiora e il prete però forzano le decisioni: fanno leva sul fatto che alcuni malati non riconoscono mai la Madre superiora, pur se questa passa tutta la giornata con loro: Amerigo ha un sussulto. Riesce a percepire l’essenza dell’amore puro che ha portato la Madre ad aver deciso di dedicare la sua vita a questo tipo di “amore”: riesce a rendersi conto della sconfinata umanità che c’è negli occhi del contadino che è venuto per salutare suo figlio, ricoverato e costretto al letto. Pensa quindi che questo stesso amore lo può guidare nel suo slancio verso Lia: ora è cambiato, non vuole più essere brusco con lei, si pente di non averle detto nulla su quello che in quella giornata è andato a fare, vorrebbe chiamarla per dirle tutto, per essere affettuoso. Ma lei non risponde, il telefono è occupato.

“Siamo come Cappuccetto Rosso in visita alla nonna malatapensò Amerigo – Forse, aperta la tendina, non troveremo più la nonna, ma il lupo”. E poi: “Ogni nonna malata è sempre un lupo”
Questo pensa Amerigo quando vede la Madre superiore scomparire dietro la tendina attorno al letto del malato che deve aiutare a far votare: considerazione che però è evidente che contrasta coi ragionamenti di poco prima. Giocare su questo doppio binario è u po’ l’essenza del libro di Calvino: le suore che danno amore, ma le suore che sono anche strumento meschino di pratiche clientelari e di mortificazione della democrazia. “Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno” – lo dice l’ultimo votante, che ha due moncherini al posto delle mani ed è sempre vissuto al Cottolengo, dove le suore gli hanno insegnato tutto.

La città dell’uomo faber, pensò Amerigo, rischia di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza cui le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto: e nel difendere le istituzioni, senza accorgesene, può lasciare spegnere il fuoco”.
In questi  ultimi pensieri del protagonista  è racchiuso tutta l’archiettettura di pensiero che regge il romanzo: la contraddizione su cui Amerigo impasta continuamente i suoi pensieri.
Cosa prevale, l’amore disinteressato o “l’ amore” democristianamente inteso?

“La giornata d’uno scrutatore” è un’opera dal retrogusto amaro,  dalle tinte grigie  e dallo stile semplice e lineare che non annoia mai il lettore pur affrontando tematiche politiche, sociali , morali e  religiose. Attualissimo  e riflessivo.

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