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Il marchese di Roccaverdina

‘Il marchese di Roccaverdina’: la lotta contro il rimorso e la paura secondo Luigi Capuana

Luigi Capuana (Mineo milleottocentotrentanove- Catania millenovecentoquindici) è statoI uno dei massimi esponenti del Verismo italiano, del quale è considerato il teorico. Migrato da Mineo, si trasferisce a Firenze, poi a Milano e poi a Roma, dove svolge le professioni di giornalista e critico d’arte, per poi diventare anche professore di Letteratura Italiana, prima all’Istituto superiore di Magistero a Roma e poi all’Università di Catania. Il suo capolavoro, nell’ambito del Verismo, è sicuramente il suo romanzo Il Marchese di Roccaverdina (millenovecentouno), ma anche Giacinta.

Protagonista del romanzo, pubblicato nel 1901 da Treves, Il marchese di Roccaverdina, è un nobile che vive nelle sue terre di Sicilia con la prepotenza, la cocciutaggine, gli arbìtri degni dei suoi bisavoli, soprannominati i Mluomini. Nel palazzo dove abita solo con la vecchia balia, mamma Grazia, egli è cresciuto con Agrippina Solmo, una contadina che gli dedicò gionventù, bellezza, purezza, con animo di innamorata e di schiava. Per non correre il rischio di disonorare il nobile casato sposandola, il marchese la dà in moglie un suo devoto fattore Rocco Criscione, esigendo però che entrambi giurino davanti al crocifisso di vivere come fratello e sorella.

Quando però, qualche tempo dopo le nozze, gli nasce il dubbio che Rocco e Agrippina abbiano violato il giuramento, il marchese si apposta di notte dietro la siepe e mentre Rocco passa sulla mula lo uccide con una fucilata; del delitto viene accusato Neli Casaccio, che già aveva minacciato Rocco perchè apparentemente gli insidiava la moglie.
Il romanzo inizia a questo punto, storia della lotta segreta e feroce fra il marchese e il suo rimorso. L’antefatto è vivo e presente in tutta la vicenda, riflesso come in uno specchio stregato nella coscienza del marchese che cerca di liberarsene prima nella confessione e, quando l’assoluzione gli viene rifiutata, allontanandosi da qualsiasi fede religiosa.
Dopo il delitto l’amore per Agrippina, che gli è rimasto nel sangue, ha qualche volta il sapore dell’odio, un tormento in più; per vincerlo, il marchese decide di sposare Zosima Mugnos che ha amato nella adoloescenza e che ora, a 32 anni, vive con la madre e la sorella nella miseria in cui le ha ridotte la prodigalità del padre. Poi, mentre Agrippina passa a seconde nozze con un pastore dei monti, il marchese si dà ad una vita piena di attività, in contrasto con l’isolamento caro alla sua indole.
Ma il ricordo del suo delitto rotorna a lui di continuo nell’immagine di un crocifisso abbandonato in casa, nei racconti contadini che vedono riapparire Rocco sul luogo dell’assassinio.

Lo scenario di questa lotta è un paese riarso e immiserito da 16 mesi di siccità, che screpola la terra, decima uomini e bestie.
L’angoscia si fa da una pagina all’altra più spietata ed incalzante si confonde all’attesa della pioggia che i fedeli invocano in processione, flagellandosi.
Finalmente le nubi salgono sul cielo di Rabbato e la pioggia scroscia, la terra verdeggia e fiorisce, Zosima diviene marchesa di Roccaverdina, l’innocente Neli Casaccio muore in carcere, muore anche don Silvio La Ciura, il santo prete che ha raccolto dal marchese la confessione del delitto.
Il marchese, tuttavia, sebbene al sicuro da ogni timore e da ogni testimone, non può sottrarsi al suo giudice interno, che lo assedia e lo spinge alla pazzia. Zosima, che della follia del marito apprende il suo delitto, lo abbandona. A soccorrerlo, pietosa nella sua miseria umana, accorre vicino a lui, tutta amore e dolore Agrippina, che gli sta al fianco finché alla pazzia furiosa succede il presentimento della morte.

Il marchese di Roccaverdina è l’opera più riuscita di Capuana. In essa confluiscono con maggiore equilibrio la sua inclinazione a una ricerca psicologica sottile e un po’ morbosa e l’interesse per una realtà schiettamente legata alla terra – la Sicilia di fine Ottocento – insieme alla curiosità per il soprannaturale, il favoloso, l’esperienza spiritica; una lotta senza tregua, che attraversa la follia e si chiude nel silenzio e che ricorda Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. L’opera inoltre offre al lettore un interessante spaccato di vita sul machismo e sulla condizione femminile nella Sicilia nel secolo scorso. ma leggendo le cronache di questi giorni su quanto avviene in tutta Italia e specialmente al nord direi che il libro è di una sorprendente attualità e non conosce latitudini o confini temporali.

Capuana nel Marchese di Roccaverdina fa riferimento ad alcuni fatti storici; a tal proposito si parla dei moti rivoluzionari del quarantotto (“Ma nel quarantotto, la rivoluzione rimise in libertà tutti i galeotti”), ai quali il padre del protagonista aveva partecipato ( “e suo padre nel quarantotto? Capitano della guardia nazionale…”), si fa poi riferimento anche ad alcuni re che avevano governato in quel periodo (“Almeno con Ferdinando Secondo e Francischiello si stava tranquilli!”). Questi elementi permettono di dedurre che il tempo è reale. L’arco temporale coperto dalla storia, dai riferimenti dati nella narrazione, potrebbe essere di due o più anni, tuttavia non è specificato; a pagina sessantatre è passato un anno dall’omicidio, a riga undici si dice infatti “…da più di un anno, la sua vita era una continua ipocrisia”, e a pagina novantacinque sono passati sei mesi dal matrimonio. Il tempo del racconto è rallentato da numerose pause che si soffermano sull’introspezione psicologica dei personaggi (ad esempio si legge: “egli però non poteva fare a meno di rammendare, di paragonare”;…legandola inconsideratamente alla sua minaccia”, si dà spazio alla descrizione dei sentimenti del Marchese sia per Zòsima che per Agrippina, mettendoli a paragone) o sulle rappresentazioni dei paesaggi rurali dei luoghi che fanno da sfondo all’opera, ponendo in rilievo la siccità estenuante di quei mesi (“Ci vuole la pioggia!…” a venti “…le spinose foglie magre e quasi gialle per mancanza d’umore”). Tuttavia, a queste numerose pause, si accompagnano anche alcune ellissi; ad esempio a pagina ottantotto il venticinquesimo capitolo esordisce con “Due mesi dopo…”. Accanto alle ellissi, la cospicua presenza di flash-back contribuisce ad alterare l’ordine cronologico degli eventi. Essi sono generalmente utilizzati per fornire indizi sull’omicidio o per riportare i ricordi del Marchese; a tal proposito leggiamo: “Rivedeva ora Rocco, ora la Solmo…”,  egli ricorda il suo ex-maggiordomo e la sua ex-amante.
La sintassi utilizzata da Capuana è prevalentemente paratattica con periodi piuttosto lineari e semplici. La lingua si presenta al contempo formale e realistica; l’autore introduce difatti delle espressioni in latino, utilizzate in qualità di modi di dire (“errare humanum est”), dei termini (“carbonaro”) ed espressioni dialettali (“<<Si mamma, vo’ vedere se m’ama>>”), oltre a sporadici modi di dire ( “bisognava battere il ferro mentre era caldo”).

 

Fonti: http://www.italialibri.net/opere/marchesediroccaverdina.html

https://www.skuola.net/libri/recensione-marchese-roccaverdina.html

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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