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‘Il partigiano Johnny’, di Beppe Fenoglio: l’antiretorica della Resistenza

Tra i più importanti romanzi del Novecento non possiamo non annoverare il capolavoro di Beppe Fenoglio: Il partigiano Johnny, romanzo antiretorico sulla Resistenza italiana sia per il contenuto che per la forma. È possibile scorgere in esso una proiezione stessa dell’autore in quanto quasi tutte le vicende sono vissute in prima persona. Va tuttavia sottolineato che il romanzo è stato pubblicato postumo, in una versione che mescolava due stesure diverse, acefale e lacunose; inoltre lo stesso titolo va attribuito ai curatori della prima edizione Einaudi (1968).

Possiamo definire Il partigiano Johnny come il continuo del romanzo pubblicato da Garzanti nel 1959 Primavera in bellezza ( la prima stesura infatti inizia dal capitolo “decimosesto”) il cui protagonista è appunto Johnny, un giovane studente così soprannominato dagli amici per la sua passione per la letteratura inglese. Consigliato dai suoi stessi editori, tra cui Pietro Citati, Fenoglio conclude il romanzo con il ritorno nelle Langhe da parte del protagonista. Ne Il partigiano Johnny, dunque, la storia riprende dal momento in cui il giovane sottufficiale ritorna a casa prima di affrontare la Resistenza.

Dopo aver vissuto la monotona vita dell’imboscato, Johnny decide di lasciare la famiglia ed unirsi al primo gruppo di partigiani che incontra nelle langhe. Dopo le prime guerriglie, i partigiani commettono l’errore di fare prigioniero un ufficiale tedesco; la reazione è violenta e immediata con il conseguente sbandamento della formazione partigiana. Nella primavera del ’44 Johnny trova una formazione più consona ai suoi ideali, ma anche qui non mancano errori e ingenuità. Nell’ottobre dello stesso anno i fascisti della Legione Muti e delle brigate nere abbandonano Alba che prontamente è occupata dalle formazioni partigiane; ma il ragazzo sapeva bene che non sarebbero riusciti a tenere la città durante l’inverno rischiando di esporre la cittadinanza alle rappresaglie dei nazifascisti (cosa che poi accade). Johnny e i suoi compagni devono fuggire ancora una volta (le pagine che raccontano di questa fuga, con la descrizione delle colline, fino alle alpi liguri, sono forse le più intense del romanzo). Rifugiatosi insieme ai due amici Pierre ed Ettore in una casa di contadini, decidono di sbandarsi durante l’inverno per poter poi resistere al colpo finale in primavera. Il 31 gennaio 1945 Johnny partecipa al “reimbandamento” dei partigiani, ma ancora una volta sono costretti alla fuga, quest’ultima interrotta dall’arrivo del padre del nord, un combattente che li sprona ad agganciare la retroguardia. Inizia un conflitto a fuoco con i fascisti che avrebbe visto di lì a poco la morte dello stesso padre del nord. Nella seconda stesura del romanzo Fenoglio lascia intendere che Johnny trovi anch’egli la morte nel conflitto.

Johnny non viene visto come un eroe dal suo autore,non vi è niente di epico nelle sue gesta, egli è soltanto un uomo alla ricerca di una ragione, una verità. Fenoglio riesce a scavare molto più in profondità della superficie storica, arrivando ad analizzare tutta la condizione umana, ma con estrema semplicità e forse in questo risiede la grandezza del romanzo. Coinvolgente è il lessico dell’autore che compone ogni frase con ricercatezza; i periodi sono musicali, dal ritmo incalzante con frequente ricorso all’inglese oltre che a neologismi, laddove in italiano i versi sarebbero stati più aspri. Elementi che fanno de Il partigiano Jhonny un romanzo fuori dagli schemi, Fenoglio non celebra i partigiani comunisti ma percorre la strada dell’umanità, mettendo in risalto come il suo protagonista abbia bisogno di sentirsi umano non di gloria, di eroismo e di grandezza, per questa ragione il romanzo diventa un’esperienza umana universale: sono le nostre debolezze, le nostre sconfitte,i nostri dubbi, le nostre battaglie degne di essere raccontate, poiché ci conducono verso la libertà assumendo, una dimensione etica non ideologica.

Il romanzo è stato portato sul grande schermo nel 2000 dal regista Guido Chiesa.

 

 
 
 

 

 

 

 

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