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‘Il processo’ di Franz Kafka: una tragedia allegorica senza interpretazione

Franz Kafka (1883-1924) ha trasformato in letteratura tutti i molteplici influssi che gli provengono dalle sue radici: il gusto per il magico ed il misterioso caratteristico delle tradizioni di Praga; il senso di colpa e l’incubo della persecuzione tipici delle comunità ebraiche in un contesto cristiano; le tendenze al fantastico e all’irrazionale della Germania romantica. Tutto questo non basterebbe comunque a fare di Kafka uno dei più grandi scrittori del nostro secolo, se egli non lo arricchisse con le sue personali ossessioni, le sue febbrili inquietudini e angosce private: il difficile rapporto col padre, la malattia che fin da giovane lo mette di fronte alla morte, l’amore infelice per la giovane intellettuale Milena Jesenka.

Tutte esperienze personali di infelicità che lo scrittore oggettiva e universalizza nel contesto della crisi della civiltà europea e, in generale, in una denuncia dell’incubo assurdo a cui si è ridotta la condizione umana.

Di tutta la sua produzione, ricordiamo soprattutto tre grandi romanzi: Amerika (America, 1927), Das Schloss (Il castello, 1926) e Der Prozess (Il processo 1925). Proprio quest’ultimo, rimasto tra l’altro incompiuto (composto da 10 capitoli, scritto tra l’agosto del 1914 e il gennaio 1915) giunse nelle mani dell’amico Max Brod che lo valutò come la più grande opera dello scrittore. Egli dopo aver controllato il manoscritto, apportando anche qualche modifica per compensarne le lacune, rendendo il testo ben strutturato e coeso, sottoponendolo così ad un lavoro di revisione e interpolazione, contrariamente alla volontà dell’autore che desiderava che l’opera fosse bruciata dopo la sua morte, pubblicò il romanzo nel 1925. Come ha scritto  Bruno Schulz (noto scrittore polacco) nella prefazione dell’edizione del 1936:

Il romanzo, che Max Brod ricevette nel 1920 dall’autore sotto forma di manoscritto, è incompiuto. Alcuni capitoli frammentari, che avrebbero dovuto trovare la loro collocazione prima del capitolo conclusivo, vennero da lui separati dal romanzo, basandosi su quanto dichiarato da Kafka, e cioè che questo processo in idea è a dire il vero incompiuto e che le sue ulteriori peripezie non avrebbero apportato più nulla di essenziale al senso fondamentale della questione.”

Tuttavia, nonostante l’impegno, l’opera rimane sostanzialmente sconosciuta fino a dopo la seconda guerra mondiale; a partire dal 1945 infatti, la fama di Kafka si estende a livello internazionale appassionando un largo pubblico e coinvolgendo la critica in una sfida interpretativa con l’ambiguità ed il forte simbolismo dei suoi contenuti.

Il protagonista de Il processo, Joseph K., è impiegato come procuratore presso un istituto bancario. Una mattina, due uomini a lui sconosciuti (Franz e Willelm) si presentano presso la sua abitazione dichiarandolo in arresto, senza tuttavia porlo in stato di detenzione. K. scopre così di essere imputato in un processo. Pensando ad un errore, decide di intervenire con tempestività per risolvere quello che ritiene essere uno spiacevole (ma temporaneo) malinteso. Ben presto K. si rende conto che il processo intentato nei suoi confronti è effettivamente in corso; tenta inizialmente di affrontare la macchina processuale con la logica e il pragmatismo che gli derivano dal suo lavoro presso la banca, tuttavia tempi e modi di svolgimento del processo, né altri aspetti del suo funzionamento, vengono mai pienamente rivelati all’imputato, neppure durante le sue deposizioni al cospetto dei giudici. A K. non verrà mai comunicato il capo di imputazione che pende su di lui. Anche dietro consiglio di personale in servizio al tribunale, K. affida a un avvocato il mandato di difenderlo. Pur rassicurando K. in merito all’impegno profuso per il suo caso, l’avvocato pare tuttavia procedere con la medesima opacità che è propria del tribunale, mettendo in atto iniziative la cui efficacia K. non è in grado di valutare appieno. Dopo un breve periodo di riflessione, il protagonista decide di rimuovere il mandato all’avvocato, a dispetto delle raccomandazioni dello stesso legale difensore. Questa rinuncia alla difesa prelude all’epilogo della vicenda. Senza preavviso, Josef K., proprio nel giorno del suo trentunesimo compleanno, viene infatti prelevato da due agenti del tribunale e condotto in una cava, dove viene giustiziato con una coltellata alla gola. K. muore in conseguenza di una condanna inflittagli da un tribunale che non lo ha mai informato in merito alla natura delle accuse a suo carico, e che non gli ha mai fornito alcun riferimento per attuare una vera difesa.

Complesso, profondo, surreale, cervellotico, visionario, delirante, con un’infinità di prospettive e interpretazioni, questo capolavoro “astratto” della letteratura mondiale verte sul controverso tema della giustizia e di conseguenza, sulla colpa e redenzione dell’uomo. Una parola potrebbe riassumere al meglio la principale caratteristica dell’uomo kafkiano, nonché del personaggio-uomo novecentesco: angoscia. Angoscia perché non si riesce ad assere autentici, perché si è impossibilitati a stabilire rapporti veri in amicizia, in amore e con l’altro, in un mondo dove nessuno si può fidare dell’altro. Vuoto, incomunicabilità, senso di sconfitta attanagliano il protagonista che vive un fantastico (per il lettore) incubo (per lui); ciò che interessa al tribunale non è accertare il colpevole ma accertare la colpa, vale più il concetto, che Joseph K. risucchiato e schiacciato in questo labirinto onirico asfissiante e claustrofobico. Se volessimo paragonare il protagonista ad un dipinto, sarebbe senza dubbio il celebre “Urlo” di Munch, che grida tutta la sua disperazione in questo mondo infido che ogni giorno ci riserva qualche trappola, per dirla alla Mills, grande sociologo americano.

La narrazione del Processo è limpida e distaccata, si avvale di uno stile disadorno, fatto di dialoghi freddi, apparentementi normali, messa in evidenza anche dal fatto che il racconto è affidato ad un narratore estraneo ai fatti. Kafka rinuncia a neologismi e costruzioni sofisticate, prediligendo monologhi interiori. Una delle prime caratteristiche che salta agli occhi è la minuziosa attenzione che lo scrittore rivolge alla realtà: le persone, oggetti e ambienti rappresentati con estremo realismo, seppur la descrizione va al di là del realismo, al punto da accostare agli oggetti un’aurea stregata e inquietante.  Kafka ci mostra la discrepanza tra il linguaggio e la vita in questa “allegoria di cui qualcuno ha portato via la chiave interpretativa”.

Altra caratteristica è il meccanismo complesso e inesorabile della legge che all’uomo non è dato conoscere, ma che rende assurda e tragica la vita. Da ciò derivano i numerosi temi che si sviluppano nel romanzo: la solitudine dell’uomo, l’impossibilità di stabilire un rapporto col mondo che lo circonda; ma il suo atteggiamento non è di rassegnazione e vittimismo (basti solo pensare al protagonista che fino alla fine non desiste dal suo scopo).

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