Breaking News
Home / Opere del '900 / ‘La persona e il sacro’, l’ultimo saggio di Simone Weil che attacca il concetto di personalismo e la nozione di diritto cui oppone quello di giustizia
La persona e il sacro

‘La persona e il sacro’, l’ultimo saggio di Simone Weil che attacca il concetto di personalismo e la nozione di diritto cui oppone quello di giustizia

Scritto da Simone Weil all’inizio del 1943, poco prima della morte, il breve saggio La persona e il sacro è una sintesi della sua antropologia. Non possiamo dire che qualche essere umano non ci interessa senza ferirlo e senza commettere una grave ingiustizia, però possiamo legittimamente dire che la sua persona non ci interessa. Ma anche in riferimento a se stessi la differenza tra se stessi e la propria persona è essenziale. Infatti, ammonisce la Weil, posso dire «La mia persona non conta” senza degradarmi, ma non posso autoflagellarmi e screditarmi dicendo “Io non conto”» (p. 11). Una determinata persona o la persona umana non hanno nulla di sacro. Sacro è invece un certo uomo in carne ed ossa. Inutile quindi volersi appellare alla persona, che Weil considera una nozione sbagliata. «Se quel che vi è di sacro in lui per me fosse la persona umana, potrei cavargli gli occhi facilmente. Una volta cieco, sarà una persona umana esattamente come prima» (p. 12). Neppure se aggiungiamo i diritti della persona umana andremo lontano. Si tratta di nozioni vuote, ancorate a nulla e quindi suscettibili di essere utilizzate per giustificare qualsiasi tirannia. Di più: se un uomo fosse sacro nella sua interezza, non lo sarebbe per le sue braccia lunghe, per i suoi pensieri mediocri, per la sua occupazione − per nessuno degli aspetti particolari che lo caratterizzano.

Contro il concetto di persona

Simone Weil infatti sferra un attacco al personalismo di Maritain e Mounier, sostenendo che “il vocabolario di quella corrente del pensiero moderno che si definisce personalista è sbagliato. E in quest’ambito, là dove vi è un grave errore di vocabolario, è difficile che non vi sia  un grave errore di pensiero”. Per la Weil, “in ciascun uomo vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. Non è neanche la persona umana. È lui,  quest’uomo, molto semplicemente”. La nozione di persona è sfuggente, “non può neanche essere concepita” “assumere come regola della morale pubblica una nozione che non può essere né definita né concepita, significa dare spazio ad ogni tipo di tirannide”. Nemmeno risolve il problema l’accostamento del termine diritto, diffuso “in tutto il mondo nel 1789”, a quello di persona, perché “amalgamare due nozioni insufficienti, parlando di diritti della persona umana, non ci porterà più lontano”.

La contrarietà rispetto alla categoria di persona è subito, significativamente, affiancata alla critica che si concentra sui diritti della tradizione illuministica. Invero, gli stessi autori di impostazione personalistica avevano rivolto  alcune critiche alla interpretazione individualistica, illuministica, dei diritti; ciò nondimeno, la Weil sembra spingere più a fondo tale obiezione, ritenendola insuperabile con il semplice cambio di paradigma antropologico da “individuo” a “persona”.

Nessuno dei molti elementi di quest’uomo potrebbe mai trattenere la mia mano: «Ciò che riuscirebbe a trattenerla è il fatto di sapere che se qualcuno gli cavasse gli occhi la sua anima sarebbe straziata dal pensiero che gli viene fatto del male» (p. 13). Da sempre, nel cuore dell’uomo, per quanti crimini possa aver commesso, subito o osservato, c’è l’attesa che gli venga fatto del bene. Ma proprio questo è sacro, precisa Simone Weil, a questo ci si riferisce quando si dice che un certo essere umano è sacro. Questa attesa di ricevere del bene (e, potremmo aggiungere, l’inclinazione a ricambiare il bene ricevuto o, semplicemente, la propensione a fare del bene), è insieme sacra
e impersonale, perché universale e necessaria, ineludibile. In ogni essere umano, scrive Simone Weil, è sacro in primo luogo il bene, sola fonte del sacro. E tutto ciò che è relativo al bene è sacro, compresa l’attesa di ricevere del bene, detta anche giustizia.

Il suo opposto è il dolore dell’ingiustizia, quando quell’attesa del bene è delusa o ferocemente contraddetta dalla violenza peggiore. Si tratta tuttavia di una giustizia/ingiustizia in senso assoluto, del tutto diversa, annota Simone Weil, dall’attenzione del ragazzino sospettoso e geloso perché teme che il fratello abbia ricevuto una porzione di torta maggiore della sua. Qui la giustizia/ingiustizia è intesa in senso comparativo e distributivo, con la relativa incertezza del criterio, giacché il presupposto della giustizia distributiva è naturalmente la decisione relativa
all’uguaglianza/diseguaglianza dei soggetti, per stabilire se la porzione di torta, nel nostro caso, debba essere la stessa o meno. Il bene, sola fonte del sacro, è la vera giustizia, quella profonda, che non rivendica, che non si confronta, né deve vendicarsi, ma può solo provare immenso dolore per il male ricevuto. L’ingiustizia in senso assoluto, la violazione dell’attesa di ricevere del bene, non potrà mai essere risarcita, così come la giustizia del bene ricevuto e offerto risplende di luce propria senza alcun bisogno di ricompensa. La parte del cuore degli sconfitti, che hanno ripetutamente ricevuto del male ad opera di aguzzini capaci di provare voluttà, la parte del cuore che grida, scrive Simone Weil, può ridursi a un grido silenzioso e apparire come morta. Ma nessuna parola potrà rendere l’umiliazione di uno sventurato che balbetta al cospetto di un magistrato, che lo canzona con motti di spirito (p. 15).

Il sacro come la verità e la bellezza sono impersonali

Assolutamente fondamentale quindi fornire alle persone strumenti espressivi adeguati, per impedire che la tanto sbandierata libertà di espressione sia riconosciuta di fatto solo ai partiti, ai sindacati e anche alle Chiese. Una società in cui la democrazia è identificata con il gioco dei partiti e la gestione diretta e conflittuale del potere da parte di queste organizzazioni, non è realmente democratica, ma solo poco meno che totalitaria. Infatti «quando la libertà di espressione si riduce di fatto alla libertà di propaganda per questo genere di organizzazioni, le uniche parti dell’anima umana meritevoli di esprimersi non sono libere di farlo» (p. 16). L’idea di Simone Weil che il sacro non sia la persona, ma qualcosa di impersonale («Tutto ciò che nell’uomo è impersonale è sacro, e nient’altro lo è», p. 17), merita senz’altro
alcune precisazioni di approfondimento. Non le facoltà artistiche o scientifiche, la scienza, l’arte, la filosofia, sono sacre, ma qualcosa di
anonimo che sta molto al di sopra. Che sia rimasto o sia andato perduto il nome di coloro che hanno avuto accesso a questa realtà impersonale del sacro, è del tutto casuale e secondario. E anche se il nome si è conservato, la loro persona è scomparsa. La verità e la bellezza sono tra le cose sacre, non la persona come concetto né la persona singolare destinata a dissolversi. La verità è il sacro della scienza, la bellezza è il sacro dell’arte, ma «la verità e la bellezza sono impersonali» perché «la perfezione è impersonale» (p. 19). Per raggiungere il sacro dobbiamo trascendere l’io, superare la persona che in noi non è che errore e peccato. Quando diciamo che il sacro è l’impersonale non dobbiamo confonderlo con il collettivo, al contrario solo se la collettività si dissolve in persone separate sarà possibile a ciascuna di esse accedere al sacro.

In ogni epoca è stato commesso il grave errore di attribuire alla collettività il carattere sacro, che Weil chiama idolatria, con evidente riferimento ai nazionalismi. La sottomissione della persona alla collettività è un dato di fatto, scrive Weil, il che rende assurdo trasformarla in valore sacrale. Si tratta di una circostanza meccanica, «come la subordinazione del grammo al chilogrammo» (p. 21). Anche gli artisti e gli scienziati sono asserviti alla moda, al collettivo; e la loro stessa evoluzione personale, lo sviluppo della loro creatività, che essi contrappongono al “secolo”, avviene lungo i binari delle tendenze collettive. Ma proprio qui sta il punto: non è coltivando se stessi, lusingando il proprio io che ci si distacca dal collettivo e si diventa autenticamente se stessi, perché il risultato sarà comunque un se stessi come eco del collettivo. E allora il punto è proprio questo: nessuno può sfuggire al collettivo immergendosi nel personale e approfondendo il proprio io, ma solo «elevandosi al di sopra del personale e penetrando nell’impersonale» (p. 22). Solo in tal modo ciascuno può raggiungere qualcosa che non appartiene al collettivo; solo il bene impersonale può realmente rappresentare per ciascuno l’elemento di distinzione.

Il sacro come fonte di ogni bene

Tra personale e collettivo non c’è alcuna opposizione, ma solo corrispondenza; la vera opposizione è quella in cui personale e collettivo si distinguono dall’impersonale. Solo l’individuo può penetrare nell’impersonale, il sacro fonte di ogni bene.
«Chi è penetrato nell’ambito dell’impersonale vi trova una responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro non già la persona, bensì ogni fragile possibilità di passaggio nell’impersonale che la persona ricopre» (p. 22). Questo sacro impersonale è la fonte di ogni bene, compresa l’attesa di ricevere del bene e un dolore affranto, senza voce, per tutto il male che le viene inflitto. Il criterio che si deve adottare per regolare i rapporti tra collettività e persona, considerando la tendenza naturale della persona a lasciarsi andare, a sprofondare nel collettivo, più di quanto quest’ultimo rappresenti per la persona il pericolo di esservi assimilata, dovrebbe essere quello di «scartare quanto è suscettibile di impedire la crescita e la misteriosa germinazione della parte impersonale dell’anima» (p. 24). Alla persona dovrebbero essere concessi tempo libero e spazi per raggiungere livelli di attenzione sempre più profondi. Il lavoro manuale, per quanto penoso, procura tuttavia «una uguale possibilità di accedere a una forma impersonale di attenzione» (p.25).

Le lotte sindacali che dovrebbero migliorare la sorte dell’operaio, in realtà mercanteggiano sulla sua anima in una squallida messa in scena che dipende dalla nozione di diritto, che Weil considera equivoca. «La nozione di diritto è legata a quella di spartizione, di scambio, di quantità». E non può reggersi se non sul processo, sulla rivendicazione, che a sua volta sarebbe solo ridicola se non ci fosse disponibile una forza pronta a difenderlo, a sostenerlo. Dunque la violenza e il diritto si chiamano in causa a vicenda.
Diritto, persona, democrazia, violenza: tutte nozioni che si tengono, dato che nessun diritto può imporre il proprio riconoscimento se non evocando la minaccia di ricorrere alla forza. Il diritto senza la forza è un’imbecillità farsesca, nel senso etimologico del termine. Quale difesa è in grado di opporre la democrazia contro i dittatori, si chiede Simone Weil con Bernanos. Il fatto è che la persona è comunque dipendente dalla collettività e il diritto non è nulla senza la forza che lo sostiene.

Diritto e amore sono incompatibili

La nozione di diritto naturale è un’aberrazione, scrive Weil, che gli intellettuali della cerchia di Diderot hanno portato in auge
(unica eccezione: Rousseau, «che era uno spirito lucido, potente, e d’ispirazione veramente cristiana», p. 29). I Romani hanno inventato il diritto, avendo compreso, come Hitler, che la forza può prevalere indisturbata solo se ammantata di qualche idea. Antigone oppone al diritto e alla forza, una giustizia superiore alla legge, l’amore. Diritto e amore sono incompatibili: sarebbe inconcepibile un Francesco d’Assisi che parla di diritto. Il diritto, che non ha relazione alcuna con la carità, non è in grado di dar voce al dolore per una violenza subita e spesso dà una risposta rivendicativa, di ritorsione, senza ottenere alcun risultato. Il diritto è riferito alla persona e si parla quindi di diritto della persona a evolversi e a emanciparsi, ma in tal modo si fa un torto agli oppressi, perché dalla rivendicazione si passa all’invidia.
Lo sviluppo della persona è frainteso come acquisizione di un privilegio sociale, di uno status e di un prestigio superiore, secondo la logica della collettività. Il diritto della persona, se riconosciuto e reso efficace, diventa uno strumento di affermazione personale e di prevaricazione, in una società che tende a riprodurre al suo interno l’opposizione tra invidiosi e privilegiati, vittime e sfruttatori; tra quelli che hanno la forza per affermare i propri diritti e quelli che non ce l’hanno. Gli intellettuali però tacciono tutto questo alle folle. I privilegiati possono pretendere di avere una giustificazione oppure dichiararsi disponibili a concedere a tutti una porzione dei loro privilegi; entrambi gli atteggiamenti sviano il popolo dal vero bene, che ha a portata di mano, ma non sa vedere. E tutto ciò che non è il bene soprannaturale è male. Il diritto non è il bene, se posso farne buono o cattivo uso, invece verità, bellezza, giustizia, compassione sono sempre e ovunque dei beni (p. 37).

Il riconoscimento dei diritti non vale insomma, in quanto tale, a proteggere la dignità della persona se dall’ordinamento non si ricava un criterio di bilanciamento tra le posizioni soggettive in conflitto che privilegi le ragioni del più debole. La Costituzione italiana mirava a perseguire il piano della giustizia attraverso l’idea (tradotta nei principi fondamentali, ma,  presto, nel momento applicativo, persasi per la via) della finalizzazione dei diritti, con cui si recuperava anche una logica sociale di cooperazione o di corresponsabilità implicita nella filosofia della Weil. La finalizzazione dei diritti significava l’assunzione di un orizzonte di corresponsabilità o di solidarietà per l’esercizio medesimo delle libertà. I doveri di solidarietà dovevano pertanto rientrare nell’ambito d’azione dei diritti, circoscrivendolo secondo una logica di bene comune. Smarrito questo orizzonte finalistico, l’“obbligo” è restato per lo più incagliato nelle funzioni (e nelle ristrettezze economiche) dello Stato-apparato, anziché distendersi su tutti i consociati. E i diritti hanno perso ogni legame originario con un orizzonte di giustizia o di bene comune.

La vera uguaglianza tra gli esseri umani consiste dunque nell’impersonale soprannaturale presente in ciascuno di loro, fonte di ogni bene. Come ricorda Giancarlo Gaeta nella Postfazione, l’estraneità del bene alla forza costringe Simone Weil a sottolineare la contraddizione tra la necessità e il bene e a condannare marxismo, illuminismo e personalismo cattolico, per aver riconosciuto alla forza lo strumento di regolazione dei rapporti umani, in base al nesso persona-diritto-violenza che domina la cultura occidentale. Per ritrovare il fondamento vero della dignità e del valore degli uomini, Simone Weil doveva appellarsi all’impersonale presente in ciascuna persona, quale ponte verso la trascendenza. Ciò che ha valore nell’uomo è questo impersonale, che bisogna risvegliare quale unica possibilità di uscita
dall’ingiustizia della sola giustizia mondana: vendetta, ritorsione, esclusione.

 

Fonti: https://www.academia.edu/2908885/SIMONE_WEIL_LA_PERSONA_E_IL_SACRO

https://www.academia.edu/23714237/Oltre_il_personalismo_Simone_Weil_e_la_critica_alla_nozione_di_diritto

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

Check Also

Kirino

‘Una storia crudele’, il thriller psicologico di Natsuo Kirino che fa trapelare una giustificazione per l’autoalienazione

Non è usanza di Hatsuo Kirino andarci leggera con le storie truci e con questo Una storia crudele, romanzo thriller del 2004, ce ne da ulteriore conferma, non è un libro per stomaci delicati. La trama stessa, e non solo la grande capacità introspettiva dell’autrice, lo suggeriscono. La storia parte infatti con una lettera, tanto semplice quanto crudele. Anzi da due. La prima è quella che il marito della protagonista (Ubukata Keiko, conosciuta con lo pseudonimo di Koumi Narumi) invia all’editore di lei, che è una scrittrice, avvertendolo che la donna è scomparsa ormai da due settimane e che ha lasciato quel manoscritto per lui. La seconda lettera è la causa scatenante di tutti gli eventi, che viene inserita dalla stessa Keiko in testa al suo nuovo romanzo, Una storia crudele appunto. Quest’ultima le è stata inviata da Abekawa Kenji, l’uomo, da poco uscito di prigione, che l’aveva rapita quando aveva appena dieci anni. Da qui ci immergiamo nel romanzo di Keiko, che decide di raccontare dopo più di vent’anni la storia del suo sequestro.