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Sulla strada

Sulla strada, il “testo sacro” di Jack Kerouac e della Beat Generation

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». 
(Jack Kerouac, Sulla strada)

Sulla strada (1951), il più famoso e discusso lavoro dello scrittore statunitense Jack Kerouac, è considerato un cult intramontabile, un mito da generazioni e assurto quasi a testo sacro, una vera e propria “Bibbia” di quello che è stato il movimento generazionale degli anni ’50: la Beat Generation.
Tale movimento artistico, poetico e letterario, sviluppatosi soprattutto nel secondo dopoguerra, propugnava uno stile di vita basato sul nomadismo, il rifiuto dell’opulenza americana e la ricerca di nuove dimensioni visionarie nella droga. Temi certamente cari a Kerouac che, dopo aver vagabondato per gli Stati Uniti, per essere “purificato” dalla strada, non solo ha praticato personalmente questo stile di vita (soprattutto a New York e a San Francisco con i suoi cari amici W.S. Burroughs e A. Ginsberg), ma ha deciso di esporlo direttamente nel suo capolavoro On the road, Sulla strada.

Il romanzo è fortemente autobiografico. Pur presentando sostanzialmente una trama molto semplice è stato suddiviso in cinque parti, scritto sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40.
I protagonisti  Sal Paradise (sotto le cui spoglie si cela l’autore stesso), un ragazzo squattrinato spinto da ambizioni letterarie a viaggiare verso l’Ovest, e l’amico Dean Moriarty che, uscito dal riformatorio, è animato dalla voglia di vivere esperienze intense, affrontano insieme un “viaggio”, viaggio inteso come abbandono e alienazione dalla società di massa, abbracciando quella che è la vita “sulla strada” e che si concretizza poi materialmente quando i due affrontano una serie di esperienze insieme, sperimentando cose nuove e proibite portandoli a realizzare successivamente la loro insofferenza e incapacità di adattarsi alla società.

I due ragazzi non sanno cosa li spinga, ma sanno che devono andare, devono procedere nel loro cammino, quasi come se la strada fosse un richiamo; il viaggio è dunque il filo conduttore dell’opera. Sal e Dean vivono alla giornata, sono “costretti” a confrontarsi con nuove realtà, a mettersi in gioco, la noia per loro non esiste. il problema ridondante nel libro è sicuramente la fede, arrivando poi a sostenere l’esistenza di una forza maggiore che si identifica con la vita stessa e che si manifesta con la libera espressione della personalità umana. I mezzi  più efficaci per raggiungere tale stile di vita sono la droga, il sesso promiscuo, l’esaltazione musicale (nello specifico il jazz).

Dunque il motivo del viaggio va inteso anche in modo virtuale: attraverso l’uso di sostanze stupefacenti i due ragazzi si ritenevano liberi di abbandonarsi ai piaceri, che però, anche se risulta difficile, non deve essere visto come simbolo di un degrado, ma come sinonimo di creatività e immaginazione ormai soffocate dagli ideali dell’uomo moderno. Tuttavia, tra le pagine traspare anche la voglia di “mettere la testa apposto”: Dean capisce che lo stile di vita giusto non è quello che porta avanti, tra scappatelle, alcool e droghe, ma non riesce a farne a meno, la voglia di trasgredire è troppo forte, o meglio il desiderio tutto umano di afferrare un pezzetto di eternità, di essere a modo nostro “divini”. In questo senso, la tematica della gioventù bruciata si presenta soprattutto come una ricerca (che coincide con la fuga) di ciò che si è perduto e che si sente il bisogno di ritrovare, fuggendo dalla società consumistica e da se stessi e dalle proprie certezze.

La quinta e ultima parte del romanzo che tratta del viaggio dei protagonisti da Città del Messico a New York, mette quasi un punto a queste numerose esperienze, ma che in realtà non hanno fine in quanto la loro è considerata una fuga dal conformismo e destinata a proseguire, seppur solo nella loro mente. I due protagonisti si ritrovano dunque alla fine di un percorso, questo lungo cercare una vita perfetta che termina purtroppo con l’accettazione della realtà.

Merita una notevole attenzione lo stile narrativo utilizzato da Kerouac, così ritmato e spontaneo, frenetico, spesso ripetitivo e meno coinvolgente nel finale, di grande potenza evocativa, tale da rendere ancora più vere le sensazioni e le emozioni dei protagonisti. Sembra quasi che l’autore americano registri quello che vede, le descrizioni di paesaggi, la natura, la gente. Nell’opera scorrono i paesaggi di tutti gli stati americani, la California, il Texas, l’Ohio e tanti altri, fino a raggiungere il Messico.

Bisogna ammettere quanto Kerouac col suo romanzo faccia davvero viaggiare la mente in un modo molto più forte e intenso rispetto ad un viaggio reale e per chi ama viaggiare e “perdere paesi”, come ha sottolineato Pessoa, “la lettura di On the road è davvero qualcosa di speciale”, facendoci riflettere anche sulla questione della fede e sulla differenza tra la società borghese e conformista americana e quella nascente. Ma davvero oggi il tema della ribellione è così attraente? Davvero la ricerca della felicità debba avvenire (e soprattutto con esiti positivi) fuori dai cliché dettati dalla malvagia società capitalista?. Certo all’epoca Sulla strada ha “stregato” l’America e poi l’Italia in cerca di scrittori “di sinistra” (che in realtà non lo erano) per la nostra imminente rivoluzione.

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