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Cannes 2018: vince meritatamente il delicato film giapponese ‘Hoplifters’ di Kore-eda Hirozaku. Premiati anche gli italiani Garrone e Rohrwacher

Cannes

La 71ª edizione del Festival di Cannes è terminata con le melense e prevedibili dichiarazioni anti-Weinstein di Asia Argento che con l'arte del cinema c'entra ben poco, l’assegnazione della Palma d’Oro e diversi altri premi, da parte della giuria presieduta da Cate Blanchett. Ad aggiudicarsi la Palma d’oro per il Miglior Film è la pellicola drammatica giapponese Shoplifters di Kore-eda Hirozaku. La giuria della kermesse francese ha premiato entrambi i film italiani in Concorso assegnando la Palma d’Oro per la Migliore Interpretazione Maschile a Marcello Fonte, protagonista di Dogman,un racconto di morte che ha per protagonista il male, quello che contagia, ammala, fa diventare i buoni cattivi e viceversa di Matteo Garrone, che ha ricevuto il riconoscimento da Roberto Benigni e ha dichiarato: “Ringrazio Matteo che ha avuto il coraggio e la follia di volermi con sé”. La pellicola girovaga ma e poco riuscita Lazzaro felice di Alice Rohrwacher che deve molto al cinema del compianto Ermanno Olmi, ha, invece, ottenuto il premio per la Migliore Sceneggiatura e la regista ha ringraziato la giuria e la sua presidentessa per aver preso sul serio una sceneggiatura così bislacca, così come i bambini prendono sul serio i giochi.

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Republican Wedding

Mentre le nozze di casa Windsor vengono trasmesse in mondovisione, in Italia si consumano i primi giorni di unione tra Di Maio e Salvini. Entro lunedì dovrebbe essere annunciato il nuovo presidente del consiglio. Nel frattempo già non mancano tra i due screzi più o meno a distanza ed evidenti diversità di vedute. E le opposizioni stanno a guardare (come iene ridenti), forse confidando in un prematuro divorzio.

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L’alienazione dal sacro e il continuo manifestarsi delle ierofanie tradizionali e moderne, tra Pasolini e Jung

sacro

Tramontate le ipotesi di un futuro senza religione, il sacro o l'archetipo tendono ad assumere un'apparenza tecnica, accettabile senza difficoltà anche dalla forma mentis illuministica; così, pure attraverso manifestazioni degenerate, quali teorie ufologiche, psicologie sacralizzate o feticci tecnologici, esse continuano a parlarci di una ineliminabile dimensione altra. L’occhio d’improvviso gli splende, il tono della voce si accalora, il discorso conosce l’inconoscibile tenerezza, scrisse Pier Paolo Pasolini («Tempo», 5 aprile 1969) ma non per descrivere l’incontro tra due amanti o il passaggio ad uno stato estatico, quanto l’ultima ierofania possibile: il discorso sul motore. L’ultima emozione in grado di scuotere i giovani spentisi nella società del benessere occidentale: parole di amore e di adorazione innanzi ad un cruscotto, quali estremi rantoli dell’agonia di Dio. Tale agonia, secondo Pasolini, non sarebbe durata ancora a lungo, salde allora le previsioni o piuttosto la “fede” in un futuro assolutamente non religioso infine mai giunto, smentito clamorosamente dal fuoco dei fondamentalismi, come dal rinnovato manifestarsi della religione quale realtà culturale necessaria alla comprensione dell’umano e del sociale fin dentro la modernità più tarda.

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Cannes 2018 come Fort Apache e la crociata contro i film di Netflix

Cannes

L’ultimo segnale controverso, si sa, riguarda la (forse) mancata selezione del film di Sorrentino. Ma se volessimo allungare il tiro e sintetizzare in un titolo il nebuloso stato di salute del più importante cinefestival del mondo penseremmo a Cannes Fort Apache. Perchè se è pur vero che nessuno può scippare ai francesi la consolidata tradizione del marchio abbinata al fulgore ammaliante della Croisette, una serie di scelte strategiche, impennate ideologiche e schermaglie mediatiche rischiano sul serio da qualche anno di fare assomigliare la kermesse primaverile cara ai cinèfili a un fortino assediato dai cambiamenti epocali dell’industria dell’intrattenimento e deciso a custodire sino all’estremo sacrificio un culto ogni giorno che passa impoverito di adepti.

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“Loro 2” di Sorrentino: Ecce Homo

loro 2

Bisogna ringraziare i film di Paolo Sorrentino perché ogni volta risvegliano gli ardori non solo di tanti spettatori sonnacchiosi, ma anche delle persone che al cinema non ci vanno mai e di Bigelow o Nolan non sanno dire se siano musicisti o calciatori. Qualcuno potrà certo maledire gli zeli modaioli, ma diverte, invece, il fatto che il conoscente inaspettato o il vicino di autobus s’improvvisino cinéfili; anche se poi taliesternazioni servono a poco perché il giudizio è quasi sempre espresso negli estremi anchilosati di ottimo o pessimo. Finendo, così, per fare contento il maestro sempre più convinto del paradosso preferito, ossia che hanno tutti ragione e la sfumatura è l’unica discriminante che conta e gli interessa.

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‘Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera’, la felicità legata ad un momento secondo Natsume Soseki

Soseki

Più che un’opera di fantasia, Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera di Natsume Soseki è l’insieme di esperienze realmente vissute dall’autore, scritti inventati e sperimentazioni stilistiche. Ciò che li lega non è un tema o un genere, ma piuttosto una sensazione, un desiderio molto umano. Quello di volere che il tempo si dilati, che non arrivi mai la fine di una giornata splendida, che le lancette di un orologio immaginario rallentino a dismisura. Questo è il leitmotiv della raccolta di Soseki, la necessità di apprezzare ogni singolo lungo attimo. È lo stesso titolo originale a indicarcelo, infatti la parola eijitsu in cinese antico (lingua che Soseki conosceva molto bene) significa “giornata lunga di primavera, una giornata in cui il sole sembra non tramontare mai”. In giapponese il concetto ha perso quella connotazione stagionale, andando a inglobare qualunque giornata infinita e coniugandoci l’idea che sia l’uomo stesso a volere che quel tempo si dilati e rallenti. I personaggi di Soseki rimangono in una sofferta attesa, di un’evento, di una persona, di un’emozione, di un alito di vento.

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