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pensieri e frammenti

Il tempo della calamita è chiuso

Certi giorni stanno lì come le calamite sul frigorifero: fedeli, intatti, noiosi. Tu li vorresti staccare via, ma non ci riesci. Sono stabili nella loro incertezza, un promemoria di quello che non dovresti essere. Una medaglia di luoghi comuni, paure, vanità e immobilismo. L’attenzione ai dettagli scontati non paga, e le calamite lo sanno. Lo sono per natura. Risibili. Colorate, vistose, e altrettanto dimenticabili. Perché rimangono attaccare al loro lido. Così decidi di uscire, c’è il vento. Non sei una calamita. Puoi andare, muoverti verso tempi migliori, moderare le gioie e le sconfitte e staccare con una sardana, una taranta o un tango indecente. E’ chiusa la fase della calamita. E’ ora di muoversi e ballare sotto il sole che piove.

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Proviamo a dare una veduta d’insieme di questo gioco al massacro e al gossip che dura ormai da settimane. In principio, come sempre, fu l’America e la Casa madre del cinema, Hollywood, dove un mondo di femministe e umanitari, progressisti e antirazzisti, si scoprì un immondo porcaio dove tutti sapevano, anche le suddette anime belle, ma tacevano per viltà e convenienza, o peggio per aver partecipato anch’esse al traffico di sesso e film. C’è chi si è aggrappato al politically correct adducendo come alibi della sua pedofilia il fatto di aver avuto un padre nazista, cercando la redenzione nel suo outing-promessa: d’ora in poi vivrò da gay. Evviva, si è riscattato, santo subito. Poi a rimorchio vennero i nostri. Tra l’America e l’Italia il ponte fu l’Asia, e non nel senso di un continente ma di un’attrice incontinente che dopo anni di silenzio decise di vuotare il sacco sulle violenze subite nei due mondi. E per dimostrare che non siamo da meno dei nostri superiori e liberatori, gli yankees liberal & radical, è cominciata la caccia al porco nostrano, made in Italy.