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Ada Negri: il “dono” della vita

Ada Negri nasce a Lodi nel 1870 da umili origini. La sua produzione poetica comincia sin dai primi anni della sua età adulta, che la vedono maestra elementare a Motta Visconti, un paesino della provincia di Milano. Qui pubblica le sue prime poesie su varie riviste, per poi pubblicare nel  1892 la sua prima raccolta, Fatalità, che riscuote un gran successo e che conduce la poetessa lombarda a Milano. Nella città meneghina, anche grazie ai temi sociali trattati nella raccolta, la Negri entra in contatto con gli ambienti politici milanesi, specie col partito socialista, conoscendo Turati, MussoliniAnna Kuliscioff.

Negli anni a Milano la Negri pubblica altre raccolte incentrate su temi sociali, facendo diventare la società e la politica un tema peculiare di questi anni della sua poetica. Nel 1896 fa esperienza del matrimonio e attraverso questo anche della maternità che ne segnerà la poetica. Negli ultimi decenni della sua vita infatti la poetica della Negri si interessa sempre più del mondo introspettivo ed emotivo. Col tempo la sua produzione letteraria, dove figurano anche un romanzo autobiografico ed altre raccolte poetiche, insieme al suo successo editoriale, le garantiscono un discusso patrocinio del regime fascista che ne riconoscerà i meriti e che farà della Negri la prima intellettuale donna ad entrare nell’Accademia d’Italia, nel 1940. La scrittrice, denunciatrice della miseria dei contadini e dei minatori, si spegne a Milano nel 1945.

Molti autori e scrittori riconoscono Ada Negri come un’ intellettuale di regime, e in effetti la scrittrice fu innegabilmente vicina al partito fascista e non si ribellò al regime nei suoi dettami. Ma la sua posizione non fu di condivisione, piuttosto di indifferenza e se vogliamo di inerzia nei confronti della dittatura e la poesia era ciò che davvero la interessava, la sua vicinanza al partito va intesa come una posizione di convenienza. A prescindere da tutto ciò, il suo comportamento politico non avrebbe dovuto penalizzare la sua opera, come è invece accaduto, rendendo la poetessa una tra le meno studiate o apprezzate dal secondo dopoguerra in poi.

Ada Negri: Il dono

Una tra le poesie più evocative e interessanti di Ada Negri è Il dono, poesia che da il titolo all’omonima raccolta pubblicata nel 1935:

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”. Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce: e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

La poesia segue una metrica libera (c’è la presenza e l’avvicendarsi di versi ottonari, novenari e decasillabi, ma non sempre in ordine), una ritmica spezzata dalla punteggiatura presente e viva che dà al lettore la sensazione di un’ attesa.

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.

Ed è proprio di un’attesa che parla la poesia, un’ attesa vitale nell’attesa di una risposta a qual è il dono della vita. Questo dono supremo che si fa attendere da anni e anni e che sfortunatamente non viene ancora. Si può percepire la reazione tragica, insita nella mancata venuta di questo dono, nel verso:  “Non venne: ancor non venne” l’attesa diventa sempre più triste, cupa e tragica, pesante come disillusa.

Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”

L’attesa poi diventa speranza inesauribile, la speranza che il dono si palesi oggi, dopo tanta attesa e quella ancora più forte che anche se oggi non è arrivato, arriverà domani. E’ una speranza che sa anche di incertezza, che si affievolisce al suo pronunciarsi.

Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce

Il tempo però in questo gioco di attesa e speranza, continua a passare e vive nella poetessa, scorre come il fiume del suo sangue.

e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

E alla fine l’epilogo arriva, l’attesa del dono è vana, perché il dono è già presente in ogni giorno di attesa. La presa di coscienza è abbastanza pessimista o se vogliamo realista, il dono, il solo che valga è questo vivere, questo attendere, questo tempo che abbiamo in cui cerchiamo, svisceriamo la realtà in attesa di qualcosa di segreto e vale la pena di amarlo solo perché esso è vita.

Anche se può sembrare un epilogo distensivo, che prende coscienza della vacuità di attendere, esso rivela tutta la sua positività nella realtà della sua affermazione: la vita è un dono e va amata perché è vita, perché c’è luce negli occhi, sangue nel corpo e battito nel cuore.

E’ bene precisare che questa è una poesia appartenente al periodo conclusivo della produzione poetica di Ada Negri, della sua vecchiaia, si può dire; ma malgrado ciò si può riconoscere in questi versi una giovinezza e una speranza mai perduta, il dono dopo una vita di attese alla fine giunge e ci si rende conto che il dono è quello di essere ancora capaci di sognare e di vivere.

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