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Sylvia Plath

“I am vertical”, la distanza geometrica dalla vita secondo Sylvia Plath

Sylvia Plath nasce a Boston nel 1932 e sin da piccola manifesta il suo talento per la poesia. La poetessa bostoniana compie gli studi superiori in America allo Smith College, ottenendo la laurea con la lode nel 1955. Successivamente ottiene una borsa di studio per Cambridge, dove conosce Ted Huges, suo futuro marito. Dopo aver sposato Huges nel 1956, nel 1960, Sylvia e Ted si trasferiscono a North Tawton, in Inghilterra, dove la poetessa pubblica la sua prima raccolta di poesie Colossus. Il matrimonio con Huges comincia a vacillare e i due decidono di separarsi nel 1961. Successivamente la poetessa va a vivere con i due figli in una casa a Londra e poco più tardi, nel 1963, tenta, con successo, il suicidio, spegnendosi all’età di trent’anni. Il periodo, che probabilmente ha segnato questa tragica svolta, viene trattato nell’opera autobiografica dell’autrice: La campana di vetro.

Sylvia Plath rappresenta uno dei più chiari esempi di poetessa del Novecento. La sua influenza è innegabile e limpida, molte altre autrici hanno preso spunto dalla sua figura o dalla sua poesia, trasformandola in un punto di riferimento per il fiorire della poesia femminile nel 900′, oltre all’uso della sua figura nei movimenti femministi degli anni 60′ e 70′.

La poesia I am Vertical, proveniente dalla raccolta Crossing the water, 1971, anche se è stata pubblicata precedentemente, nel 1961, raccoglie e sintetizza le qualità stilistiche e tematiche della poetessa. La forza onirica di una visione quasi rarefatta e asfissiante allo stesso tempo simulano la coscienza dell’imperfezione e della magnificenza umana, la persona diventa un ricettacolo dei più buoni e semplici sentimenti della terra, della sua immortalità e della sua creatività, della morte e della vita.

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Il primo verso della poesia di Sylvia Plath evidenzia e mette in risalto un disagio esistenziale. Un’imperfezione che diventa il punto di lancio della poesia e che si spiegherà col procedere di questo canto di tristezza.

Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

L’albero viene colto nella sua maestosità e grandezza, oltre che per la sua bellezza eterna e rinnovatrice. Diventa il simbolo della forza, della continuità nello spazio e nel tempo, qualcosa che la persona che sta parlando non è. L’autrice della poesia non è forte, non sta immobile e non sa ricrearsi le foglie perdute, le gioie passate e le cose scordate.

L’aiuola invece viene usata come simbolo della bellezza fugace e passeggera. L’autrice evidenzia anche la sua posizione nei confronti di questo simbolo di bellezza: ella non è come un aiuola di fiori che seppure appassisce in poco tempo, brilla e risplende di colori, di una bellezza rapida e sfuggente.

Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Il confronto viene a chiarire la posizione che la persona viene ad assumere. Un albero sembra immortale nei confronti del tempo che ci cammina addosso e questo vale anche per la cima di un fiore, che non stupisce per la sua altezza, ma per la sua bellezza, che non possiamo possedere.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

Il confronto si intensifica e diventa ancora più crudele. La triade naturale: stelle, alberi e fiori evidenzia una distanza tangibile che si palesa attraverso l’indifferenza di questi tre simboli naturali nei confronti della poetessa. Tra i loro freddi profumi ella passa, ma nessuno di loro fa caso a lei, come se lei fossa priva di odore, di identità, di entità.

A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.

La poetessa allora cerca un elemento di comunione: la notte, il sonno. Perché nell’inattività della mente ella trova la risposta all’imperfezione della sua vita, quando i pensieri vagano annebbiati per l’esistenza, tracciando un percorso simile ai fiori o alle foglie scosse dal vento.

Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

La comunione finale per Sylvia Plath è insieme vittoria e sconfitta, tristezza e gioia. Stare sdraiata è per l’autrice più naturale, perché il cielo è a portata di sguardo e il colloquio diviene facile, così le stelle possono meglio dialogare con quei pensieri vagabondi e liberi. E così la morte diventa il momento di massima comunione con la vita e l’esistenza, sarà quello il momento in cui la bellezza dei fiori sarà anche di noi uomini, fugaci, stupendi, anche se per poco e le radici degli alberi e la loro maestosità diventeranno un sicuro rifugio per i nostri corpi.

La non-vita viene trasfigurata da Sylvia Plath in una sensazione di pace eterna. Questo a discapito del tempo presente, che con un forte senso di pessimismo viene visto il luogo geometrico dell’assenza della vita. Il posto in cui viviamo, la vita che ci rende indifferenti ai fiori e agli alberi diventa il nulla esistenziale, che viene colmato solo con la morte.

Questa visione può sembrare estremamente pessimista, se non si considera che la morte diventa il luogo della comunione e della vita esistenziale. Il riposo eterno, o procedendo per metafore, il silenzio eterno è l’unico posto in cui si può davvero capire la vita. Nell’essere orizzontale, nello sdraiarsi si nasconde una sorta di umiltà o di predisposizione per l’esistenza, perché si vive nella stessa dimensione delle stelle e dei fiori. Per essere orizzontali basta sdraiarsi, stare in silenzio e dialogare con lo specchio della proprio anima. E per vivere davvero, basta essere orizzontali. Questo è il messaggio, controverso, libero che traspare da I am vertical. Un messaggio di vita nascosto in cunicoli di morte e desolazione, un messaggio sincero.

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