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Movimento per l’emancipazione della Poesia: la resistenza poetica italiana

Sarà capitato a tutti di sentire in giro frasi come: “Ma tanto la poesia è morta”. La rabbia che ne può derivare non è la rabbia da mancata rassegnazione, quella testarda opposizione verso la mortificazione della letteratura che i veri appassionati sperimentano vivendo nel tempo in cui non si ha tempo per far nulla, tranne che produrre e produrre o, in alternativa, perder tempo. No. È una rabbia diversa, che emerge di fronte a quelle analisi facilone, superficiali e del tutto inconcludenti tipiche di chi ama fare l’esperto per hobby. Alla persona attenta, infatti, non possono sfuggire i segni lasciati in giro dai partigiani del bello: chi ancora crede, chi ancora si impegna, chi ancora studia, impara, si migliora, e crea (non “produce”) con consapevolezza. Quasi sempre senza clamore. A volte pubblicamente e con successo. Di ogni età, sparsi ovunque. Hanno qualche verso nascosto nel cassetto, qualche segreto tratto di colore lasciato su tela, una qualunque passione “vecchio stile” che resiste al tempo. A volte si organizzano in gruppi, e segretamente operano nelle viscere del mondo.

E’ il caso del MeP- Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e  rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte”. Il movimento è cresciuto parecchio ed è ora presente su tutta la penisola. I suoi esponenti partecipano spesso ad eventi letterari, sempre in modo anonimo (ogni autore è contraddistinto da una sigla, “affinché sia la poesia in quanto tale a essere messa in primo piano piuttosto che i singoli poeti”), e diffondono poesia con ogni mezzo possibile, attacchinaggio incluso. Questi ragazzi ci credono eccome.

Il MEP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.

E allora, torniamo alla sentenza di morte che mette il cappio al collo ai poeti. Cosa vuol dire morire? Quand’è che un’arte muore? Quando non viene apprezzata dalla maggior parte delle persone che ne avrebbero facoltà? Allora anche la pittura è morta? L’opera classica è morta? Il teatro? Il cinema d’autore? Tutto è morto, allora? Si può gridare alla catastrofe, o stilare, usando la lista delle attività in voga, l’annuario delle nuove arti, e così premiare con status di opera maestra quel selfie venuto così bene da non sembrare autoscatto, quella spontaneità ritrattistica che neanche la Nouvelle Vague di Truffaut, risultato di una miscela sapiente di equilibrismo, composizione fotografica e prestidigitazione?

Insomma, ma quando mai l’arte ha avuto vita facile? Quando mai ha costituito attività comune, e spontanea? L’arte richiede un talento e dunque, per sua definizione, non può essere fatta da tutti. Oltre al talento c’è poi il lavoro, la creazione, la ricerca. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla. La bellezza richiede lavoro. E chi viene dal bel paese lo sa. È cresciuto sapendo che l’arte è importante, in qualche modo sacra, un po’ difficile. Ma anche bella, bellissima. L’Italia a suo modo resiste, e molto meglio di altri. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti. I libri non si vendono. I piccoli cinema chiudono, o trasmettono porcherie. La musica classica non viene capita.

Manca l’interesse, la domanda. E qui il cuore del problema. L’arte non può entrare nel ciclo produttivo. E meno male. L’arte non si può produrre, non si può  forzare, e non si può fare su larga scala. Quando ci si prova, i risultati sono magari anche fruibili, ma perlopiù scadenti. L’arte non interessa come merce. Perché non è merce. Non si può trasferire come bisogno indotto. È una spinta naturale che, o si ignora, o si coltiva con criterio e con impegno. Certo, si potrebbe invocare un’altra e più efficace Istruzione, un’altra e più etica Informazione. Ma quando tutto ciò manca, cosa si fa? Si combatte, si resiste, e si sopravvive. No, la poesia non è morta. La bellezza non muore mai.

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About Arcangelo Barbato

Arcangelo Barbato nasce a Napoli nel 1990, sotto il subdolo segno dei Gemelli (ascendente Leone). Nel 2015 si laurea in Fisica. La sua passione, dice, è la Bellezza. Il Vero, sua vocazione e mestiere. Crede a quanto lesse una volta, riguardo alla necessità di mettere il talento nelle opere, e il genio nella vita. Avvocato del diavolo ironico, spietato osservatore, amante del buon gusto.

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  • Anna V.

    Bellissimo articolo 🙂