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Viatico di Rebora

Clemente Rebora: Viatico, o ciò che resta della guerra

Clemente Rebora, è un poeta e presbitero italiano. Milanese di nascita, Rebora nasce nel periodo immediatamente successivo al periodo rinascimentale e vive nel periodo del primo novecento italico, ovvero nel pieno dell’industrializzazione italiana e delle orribili e feroci guerre che sconvolsero quel secolo.

Rebora dà voce a quelli che sono i contrasti psicologici e i paradossi esistenziali che prendono vita in quegli anni, quando una giovane Italia deve destarsi dal suo secolare torpore e ricomporre un nucleo nazionale oltre che un economia di tipo industriale e affacciarsi sul panorama europeo come potenza mondiale.

Sono anche questi i contenuti che ritroviamo in una prima raccolta del poeta: I frammenti lirici, 1913. Nella raccolta sono contenuti però anche altri temi cari al poeta, quali quelli della famiglia e dell’amore, che troveranno largo utilizzo nelle opere successive. Altre raccolte del poeta lombardo sono: Canti Anonimi (1920-22), Poesie Sparse o Poesie (1947). 

Una delle tematiche molto sentite dal poeta è quella della guerra, che porta con se il ricordo di un esperienza orribile e drammatica vissuta in prima persona e sulla propria pelle; tematica della poesia presa ad esame, Viatico, appartenente alla raccolta Poesie sparse.

VIATICO

O ferito laggiù nel valloncello
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.

La poesia inizia subito con una cruenta e cruda scena di guerra. Un soldato ferito che giace a terra e tre suoi commilitoni che cercano di salvarlo dal fuoco nemico e nel tentativo muoiono. I termini usati dal poeta riflettono la tensione e la drammaticità del momento. Si può ben notare che non è presenta alcun idealismo eroico, bensì una successione orribile di fatti.

Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,

Il poeta mette in risalto la crudeltà della guerra e lo scherno della morte. Non c’è una morte repentina o integra, si presenta infatti una morte che deturpa, che mutila, che strazia fino alla fine, una morte che non deve essere subita da nessuno e che nessuno dovrebbe vivere. Una morte indegna, che però in questi versi ancora tarda a venire, permettendo al dolore e all’amarezza di straziare ancora il soldato ferito, che tanto invoca la morte.

pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,

Il pensiero va ora ai rimasti,  che a differenza del soldato continueranno a soffrire, a disperarsi e a piangere lacrime amare in un lasso di tempo che sembra infinito. Il ferito ha la macabra fortuna di poter porre fine a tutto questo, perché il gelido buio della morte lo può salvare da queste orride visioni.

e conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
 il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio

e nell’ora in cui sopraggiungerà la morte, ti sia conforto questo: Tu smetterai di soffrire. Smetterai di vivere questa follia che circonda tutti noi soldati, che però non ci concede l’abbandono della coscienza, come i pazzi che non sanno ciò che fanno, bensì ancora di più tempra e acutizza i sensi del reale, fino a far diventare ancora più grave e grande quest’orribile spettacolo.

Grazie, fratello.

Forse il verso più significativo. Il grazie assume carattere patriottico, grazie per aver combattuto e vissuto con noi quest’orrore, fratello di armi e fratello di convinzioni. Ma ancora più ricca può essere l’intenzione e interpretazione esistenziale soggettiva. Il grazie può tradursi in un grazie universale, grazie per averci mostrato cosa vuol dire guerra, quanto essa  sia orrida la guerra, e averci mostrato il coraggio di parteciparvi, di combatterci e morirci dentro, cullato dalle sue tragiche stragi, avendoci insegnato cosa vuol dire essere uomini, cosa vuol dire vivere insegnandoci quanto può essere terribile morire.

Ora si affaccia prepotente il titolo. Viatico, come il sacramento amministrato prima di morire, come un estremo e ultimo gesto d’amore che si riceve da questo mondo, e come l’insieme delle cose che si ci porta via da questo mondo, la giovinezza, i sogni, le speranze e ancor più tragico: la vita!

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