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André Gide, tra coraggio e prudenza

La vita di André Gide è lo specchio delle sue opere e del suo percorso di scrittore: cosa non scontata per molti suoi colleghi. Gide nasce a nel 1869 e vince il premio nobel nel 1947: pilastro della letteratura francese, la sua vita è stata caratterizzata da forti travagli interiori. Il suo percorso esistenziale è stato difficile, lungo, fatto di profonde cadute: “Gli spiriti non sottomessi sono il sale della terra e i responsabili di Dio”: queste sue parole sono forse quelle che più spiegano la sua complessità, complessità che ha donato interrogativi essenziali per chiunque legga le sue opere.

Sartre ne riconosceva il ruolo di protagonista, scrivendo a proposito di Gide:

“Coraggio e prudenza: quest’insieme ben dosato spiega l’interna tensione della sua opera. L’arte di Gide vuol creare un compromesso tra il rischio e la norma: in lui si equilibrano la legge protestante e l’anticonformismo dell’omosessuale, l’individualismo orgoglioso del grande borghese e il gusto puritano  del rispetto sociale”.

L’omosessualità di Gide tarderà moltissimo a uscire fuori: educato in una famiglia borghese e considerata da tutti austera, il giovane scrittore incontra ben presto problemi di relazione. La morale puritana della famiglia lo soffoca: un segno chiaro lo sono i continui richiami a quello che è il “vizio solitario”, ovvero la masturbazione. Nel suo caso il vizio non è tanto solitario, infatti sarà allontanato dalla scuola che frequenta proprio per questo motivo: il percorso formativo di Gide è difficile. La madre pensa di fargli da maestra, con delle lezioni private, per poi iscriverlo alla scuola di musica, dove studia pianoforte.

Frequenta anche corsi di filosofia, ma incorrendo in varie delusioni scolastiche. Una prima svolta della sua vita si registra quando si innamora della cugina Madeleine, se ne invaghisce quando la giovane parigina vive un momento difficile: trova l’amore perfetto quando ha solo 13 anni, come poi scriverà, o meglio, farà dire al suo alter ego nel suo primo romanzo Les cahiers d’André Walter. Romanzo che per lui “non è l’esordio, ma una summa”, una summa di sentimenti già a 21 anni, li mette nero su bianco traslando su carta il suo travaglio interiore con Madeleine. Amore spirituale e amore carnale, puritanesimo e carnalità: sono gli anni dei grandi travagli per Gide, sempre troppo in bilico tra stati d’animo opposti.

Reinterpreta il mito di Narcisso in Le traité du Narcisse: “Ogni cosa possiede, virtuale, l’intima armonia del suo essere. Il poeta è colui che guarda. E cosa vede? Il Paradiso”, scrive in questo “trattato”, dopo un incontro con Valéry. Decifrare i simboli per essere strumento di rivelazione, questo è il poeta per Gide.

Gide e Wilde

Nel 1891, a 22 anni, Gide incontra Oscar Wilde, ed è un incontro devastante. Scriverà a Valéry: “Wilde si impegna a uccidere ciò che mi resta dell’anima, sostiene che per conoscere un’essenza bisogna distruggerla: vuole che mi penta della mia anima”. Il fascino di Oscar Wilde spaventa il giovane Gide, gli fa affiorare pulsioni che soltanto molto dopo ammetterà a se stesso: il tema della sessualità distruttiva è affrontato dallo scrittore  in Le voyage d’urien, con moderni argonauti che incontrano in mare miraggi orientali, che diventano voluttuosi, ma sarà anche “il viaggio del nulla”. È questo il primo guitto di ribellione verso la sua educazione puritana, lanciarsi verso un mare sconosciuto, verso la libertà.

Il viaggio in Africa è un altro punto fondamentale per la sua vita: paesaggi, genti, nuove frontiere rinverdiscono un’anima troppo ripiegata tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In questo periodo scrive L’Africa e Paludes con richiami al mondo latino.
Quando muore la madre, Gide è pervaso da un vero senso di libertà e può finlamente liberare il sogno della sua adolescenza: sposare la cugina Madeleine. Con Les norritures terrestres supera la morale puritana e la logica del conflitto in virtù di spazi di “autonomia esistenziali”. Insomma Gide è cresciuto e ne è consapevole.

Si dedica anche a testi teatrali, come Saul, Philoctete, e ad un’opera sperimentale, Les Prométhée mal enchaine: una trasposizione del mito del Prometeo, un Prometeo che confessa che ora che ha liberato gli uomini, ama solo ciò che li ha divorati, cioè quella grossa aquila. Capovolgere il mito, dissacrare, è questo quello a cui è arrivata la sfrenata libertà di Gide.

Nell’ estate del 1900 scrive L’Immoraliste, una nuova tappa auto biografica: “Un giovane e distinto pederasta (sissignore!) prende coscienza della sua vocazione in seguito a una malattia”; basterebbe questo per far intuire le vette raggiunte da questo uomo, ormai, che si è deciso ad affrontare situazioni dissacranti e scabrose, rinnegando tutto quello che è stata la sua educazione puritana. Qui Gide si dichiara omosessuale, forse ama Oscar Wilde? Non è dato saperlo, ma dedicherà all oscrittore inglese, nel 1904 Oscar Wilde. In memoriam. Da qui inizia la crisi di Gide: i moralisti fanno capolino, lo stroncano, lui non regge. Si ferma, non scrive più, ma riesce a portare avanti la sua attività di critico letterario.

Lo scrittore francese riemerge con La porte étroite, in cui rievoca i difficili periodi che ha vissuto, richiamandosi al Vangelo di Luca, perché “passate dalla porta stretta, perché è ampia la porta che conduce alla distruzione, e molti ci entreranno, ma stretta è la porta che porta alla vita, e pochi ci entreranno”.
Seguiranno esericizi narrativi, volti all’impersonalità e a esplorare altri confini letterari e linguistici, come Isabelle e Les Caveus du Vatican.

L’avvicinamento al comunismo sovietico

Ma è nel 1917, a 48 anni, che Gide vede una svolta nella sua vita: si innamora del giovane diciassettenne Marc Alegret: questo gli costerà ovviamente il matrimonio con Madeleine; ne possiamo leggere traccia ne La symphonie pastorale. Il diritto all’esistenza autentica, è questo che Gide vuole manifestare al mondo. Ora Gide, soprattutto insieme a quelli che saranno i surrealisti francesi, è visto come un pericoloso eversore della morale: alle accuse, lo scrittore rivendica sempre una fiera schiettezza d’animo.
Il suo capolavoro più apprezzato ( tutte le sue precedenti opere sono andate incontro a insuccessi editoriali) è Les Faux-monnayers: un romanzo complesso, strutturato, con molti personaggi, è chiara una altissima consapevolezza letteraria e stilistica.

Con Voyage in Congo e Le retour de Chad, scritti durante il suo ritorno in Africa, Gide esprime le sue preoccupazioni per le tematiche sociali inerenti alla colonizzazione.
Gide poi si avvicina al comunismo sovietico, siamo  negli anni più caldi per l’Europa,partecipa a molte manifestazioni comuniste, va in Russia, si spende per la liberazione di prigionieri politici, ma poi rimane deluso dalla stessa ideologia che avea sposato. In Russia si rende conto che le condizioni di vita non sono come esattamente l’ideologia propugnava: allora scrive Retour de l’URSS, in cui prende le distanze dal comuniscmo e susciterà grande scalpore. Ma c’ è hi si chiede: “Gide è mai stato comunista?”

Durante la seconda guerra mondiale, Gide si tiene in disparte, è a Tunisi, occupata dai tedeschi, e poi ad Algeri. La sua ultima opera, Thesée, suona come un testamento:

“Mi è dolce pensare che dopo di me gli uomini si riconosceranno più felici. Per il bene dell’umanità futura, ho compiuto la mia opera. Ho vissuto”.

Nel 1947 riceve il premio Nobel per la letteratura e subito dopo, instancabile, parte per un nuovo viaggio in Africa, la terra che lo ha stregato per tutta la sua vita: morirà però nel 1951, in Marocco, a causa di una congestione polmonare.

 

 

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