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Bertold Brecht, il drammaturgo socialista

Nato il 10 Febbraio 1898 ad Augusta, in Germania, da una famiglia borghese, Eugen Berthold Friedrich Brecht, più semplicemente conosciuto come Bertold Brecht, è stato uno dei personaggi più influenti del Novecento: drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco.
Influenzato dalla fede protestante della madre che segna la sua educazione linguistica e culturale, vive un’infanzia poco felice per i frequenti problemi di salute e per il carattere schivo (anche al liceo Brecht mostra un comportamento indipendente, anticonformista, polemico e tendente a primeggiare sugli altri).
Nel 1913 inizia a scrivere poesie. Negli anni a seguire la produzione poetica aumenta e quasi tutti i componimenti sono imbevuti di patriottismo, esaltando non solo il lavoro dei militari tedeschi durante la Grande Guerra, ma tutto ciò che è tedesco.
Al redattore Wilhelm Brüstle di certo non sfugge il suo talento, e lo paragona, in un articolo che è stato poi pubblicato negli anni seguenti, per la sua ventata di novità, a quella apportata da Baudelaire nella poesia francese.
Con la morte della madre avvenuta nel 1920 (in suo onore le dedica la poesia Canzone di mia madre)  lo scrittore lascia Augusta per trasferirsi a Monaco, città che offre numerose possibilità culturali, soprattutto nel mondo dello spettacolo. Ben presto infatti Brecht si ritrova nella Lachkeller, La cantina delle risate, un gruppo diretto dal cabarettista Karl Valentin, che si esibisce in spettacoli clowneschi e canori.

La produzione poetica di Brecht è molto vasta e allo stesso tempo disordinata, spesso non raccolta in volumi. Le sue prime opere sono sicuramente influenzate da alcune correnti di pensiero come il dadaismo, il futurismo e in particolare l’espressionismo. Egli rielabora tutti i pensieri, ma in realtà non vede un mondo migliore, né una neo-umanistica fiducia nell’uomo.
Secondo Brecht la poesia non deve essere intesa come il più alto momento dell’attività intellettuale, ma un “utensile”, cioè uno strumento di azione e insegnamento. Ovviamente il tutto si riflette nella scrittura, nei versi che si misurano con la realtà (ricordiamo che i temi brechtiani trattano la cronaca) e di conseguenza non è ricercata la raffinatezza retorico-formale. La lingua è intesa come conoscenza, asservita ad un fine pratico di persuasione e dunque mai intesa come oggetto di interesse in se stessa. Va inoltre sottolineato che nella poetica brechtiana manca la figura dell’io e quando è presente è oggetto di riflessione e di analisi.

Nel 1922 viene rappresentata la sua prima commedia, scritta nel 1920; e nel 1927 esce la sua prima raccolta di poesie Hauspostille (Libro di devozioni domestiche). Tra il 1929 e il 1932 Brecht scrive vari drammi didattici in cui si propone di “trasformare” anziché interpretare la realtà. Dunque una forma di teatro volta esclusivamente all’insegnamento della dottrina marxista.
L’idea di Brecht è quella di creare una sorta di “racconto filosofico” impegnando dunque lo spettatore in un dibattito di idee, uno scontro tra tesi opposte. È di sicuro una delle novità nella storia del teatro, per poi arrivare successivamente all’idea di eliminare tutto l’impegno politico e partitico che non fa altro che soffocare il teatro; questo si rifletterà soprattutto nelle opere seguenti in cui Brecht si abbandona totalmente alla componente pedagogica, ricercando solo il divertimento che ormai concepisce come essenziale nel teatro.

Dal 1933 al 1947 risiede in esilio in Danimarca, Svezia, Finlandia, Unione Sovietica e Stati Uniti. Sono anni duri, ma anche quelli della sua produzione più nota; di quegli anni infatti ricordiamo Terrore e miseria del terzo Reich e La resistibile ascesa di Arturo Ui.
Accusato di avere idee comuniste, nel 1947, dopo essere stato interrogato dalla Commissione per le attività antiamericane, fugge a Zurigo rimanendovi un anno e ottenendo la cittadinanza austriaca. Qui mette in scena Antigone di Sofocle, tragedia scritta da lui e ispiratosi a quella sofoclea.
Negli anni seguenti si occupa quasi interamente di teatro, nonostante alcune rappresentazioni nelle città europee gli creano problemi con i vertici del partito SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands).
Muore nel 1956 a Berlino, seppellito secondo la sua volontà senza cerimonie, di fronte alle tombe di Hegel e Fichte e sotto una lapide dai contorni irregolari con incise solo le lettere del suo nome.

Brecht è curioso nei confronti del mondo e lo racconta con disincanto ed con un’ironia corrosiva che si diverte a demolire i valori  tradizionali della borghesia guglielmina, attraverso la ricerca delle ragioni materiali che influenzano azioni e comportamenti degli individui. Sbocco naturale di tale posizione critica  non può non essere una prospettiva sociologica, che  da un lato mette a fuoco il tema della massificazione nella società moderna, dall’altro illustra la tesi anarchica e antiborghese proudhoniana della proprietà privata come furto ed ostacolo all’uguaglianza e il processo capitalistico di feticizzazione del denaro sorte dal felice incontro con l’estro musicale di Kurt Weill.

Non c’è spazio quindi per divagazioni psicologiche, le opere di Brecht spesso hanno come sfondo la fame, la miseria, il degrado, ma proprio in mezzo alla povertà, l’autore tedesco manifesta una sincera pietà per le vittime, per i poveri e gli emarginati. Si muove tra espressionismo e realismo lasciandosi influenzare dalle idee di Marx, fa resuscitare la ballata tradizionale con uno stile più semplice. Brecht non ha mai avuto paura di opporsi alle “verità assodate”, come quella oraziana che tiene onorevole morire per la patria, ebbene Brecht si è espresso in questi termini« Il detto che dolce e onorevole è morire per la patria può essere considerato solo come propaganda con determinati fini […] solo degli stupidi possono essere così vanitosi da desiderare la morte, tanto più che pronunciano simili affermazioni quando si ritengono ancora ben lontani dall’ultima ora. Ma quando la comare morte si avvicina, ecco che se la squagliano con lo scudo in spalla come fece nella battaglia di Filippi l’inventore di questa massima, il grasso giullare dell’imperatore».

Lo studio del marxismo, e l’ espansione dei suoi interessi ideologici, sono documentati dai cosiddetti “drammi didattici” (Das Badener Lehrstück vom Einverständnis, 1929; Der Jasager e Der Neinsager, 1929-30; Die Massnahme, 1930; Die Ausnahme und die Regel, 1930; Die Horatier und die Kuriatier, 1933-34

 Le vicende politiche europee dall’avvento del nazismo allo scoppio della seconda guerra mondiale  gli ispirano opere di appassionata denuncia (Die Rundköpfe und die Spitzköpfe, 1932-34; Die Gewehre der Frau Carrar, 1937;  Die Gesichte der Simone Machard 1941-43).

Senza dubbio una delle sue opere più conosciute e di maggior successo è L’opera da tre soldi, sempre attuale, di graffiante ironia attraverso la quale l’autore narra la vita quotidiana anche sul piano musicale (senza enfasi e retorica), sebbene la trama manchi di una maggiore consistenza.

La maggior parte delle liriche di Brecht, come si è potuto notare, è quella di essere destinata al canto, allontanandosi in questo modo dalle suggestioni della poesia pura e del simbolismo, preferendo orientarsi verso forme narrative e drammatiche affrontando quasi sempre tematiche politiche e sociali. Brecht è un autore “impegnato” attraverso la poesia, non vuole allontanarsi dal mondo, ma avvicinarsi ad esso per modificarlo, avvalendosi di un linguaggio diretto e di facile comprensione.

Bertold Brecht, che si potrebbe identificare non come un artista ma come un filosofo della teatralità realista, ossessionato dal desiderio di dover raccontare la verità (aspirazione troppo ambiziosa), è andato oltre la contemporaneità, ha reso le poesie opere drammaturgiche, i testi teatrali spettacoli sportivi per avvicinare ancora di più il pubblico, invogliandolo a fare il “tifo” per quello che avviene sul palcoscenico (sostituendo la tecnica di immedesimazione aristotelica con lo straniamento brechtiano, ovvero fingere di non stare recitando). Il teatro deve stimolare lo spettatore all’azione secondo Brecht, il quale negli anni Cinquanta giunge alla formulazione di “teatro dialettico”, un modo di fare teatro certamente non accessibile a tutti. L’idea di base è  quella di rappresentare solo gruppi di persone nei conflitti che esistevano in loro o tra di loro, ponendo la sua attenzione sui processi sociali a scapito (e forse questo potrebbe rappresentare il suo limite) di quelli individuali.

 

 

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